4 Dicembre Dic 2014 1845 04 dicembre 2014

Perché la rinuncia a South Stream fa male all'Italia

Perché la rinuncia a South Stream fa male all'Italia

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Studiati i dettagli, ripercorsi gli snodi e tirate le somme, i perdenti risultano Italia ed Unione Europea. «Il South Stream non si farà», ha detto il presidente russo Vladimir Putin ad Ankara lo scorso 2 dicembre, scatenando allarmismi, accuse di provocazioni, interpretazioni complottiste che vedono negli Usa il responsabile ultimo della cancellazione del gasdotto. Alcuni leaks, infatti, avevano rivelato la richiesta fatta da Hillary Clinton nel 2009 di analizzare i rapporti Roma-Mosca in relazione all’avvio di South Stream.

Ma se ci addentriamo nella storia di un progetto iniziato nel 2007 e crollato sette anni dopo, mentre le navi dell’italiana Saipem sostano ancora nel porto di Burgas, Bulgaria, piene dei tubi da posare sui fondali del Mar Nero, si arriva a questa, sintetica, amara, conclusione. Italia ed Europa si sono fatte del male anche con le proprie mani.

La crisi economica internazionale, va detto, e il calo dei consumi europei, giocano un ruolo fondamentale. Ma se il presidente russo Putin ha deciso che il South Stream non vale il denaro che sarebbe servito per realizzarlo, le ragioni sono anche politiche e affondano nella crisi ucraina.

Le ragioni di Putin

Partiamo da questa considerazione: il gas russo continuerà ad arrivare in Europa e in Italia nonostante la crisi ucraina. Ormai questa la possiamo considerare una certezza. Se non si è interrotto durante le rivolte di Piazza Indipendenza a Kiev, e nemmeno poi, durante la feroce guerra civile tra governativi e i separatisti dell’Est, il flusso di gas che attraversa il territorio ucraino non si fermerà nemmeno nei prossimi anni. «Per Putin è venuta a mancare la ragione politica principale che lo stimolava nel finanziamento del South Stream», spiega Matteo Verda, ricercatore dell’Università di Pavia che ha fatto di South Stream la sua specifica area di studio. Cioè la necessità di liberarsi per sempre della capacità di ricatto di Kiev e far arrivare le scorte energetiche in Europa bypassando tutto il territorio ucraino. A questo sarebbe servito il South Stream.

Il gennaio 2006 e il gennaio 2009 sono stati i momenti in cui la crisi del gas è stata più acuta. In quei due mesi la Naftogas, la compagnia energetica ucraina, ha deciso che non avrebbe accettato i nuovi prezzi fissati dalla russa Gazprom. Mosca ha quindi chiuso i rubinetti, mandando in rete solo il gas destinato all’Europa. Ma l’Ucraina ha iniziato a trattenere il gas europeo, costringendo l’Ue a far pressione su Mosca perché abbassasse il costo del gas per Kiev. Tutto questo ora, spiega Verda, è risolto dal fatto che Bruxelles – dopo la crisi di Piazza Indipendenza - ha deciso di farsi carico dei problemi economici ucraini, e di finanziare i suoi acquisti di energia. Quando lo scorso 30 ottobre Kiev e Mosca hanno firmato il nuovo accordo sul gas, dopo sei mesi di negoziato, Ue e Fmi si sono fatti garanti con la Russia in caso di insolvenza da parte ucraina. E pochi giorni prima, Kiev aveva chiesto a Bruxelles 2 miliardi di euro supplementari di assistenza finanziaria.

Se Putin si è liberato del problema ucraino, dunque, l’Unione Europea ha deciso di farsene carico per i prossimi anni. Con il risultato che il gasdotto South Stream non è stato più considerato necessario, visto che era finalizzato a servire in linea diretta l’ultimo degli Stati core del commercio di Gazprom, l’Italia, rimasto ancora dipendente dal transito di gas su territorio ucraino. Con una capacità di 63 miliardi di metri cubi, il South Stream avrebbe visto il suo sbocco direttamente nel Bel Paese. «Un terzo del gas sarebbe stato destinato al mercato italiano», dice Verda.

Da dove nasce il South Stream

Per capire meglio, ripercorriamo in poche e sintetiche tappe la storia recente. Siamo nel 1991 e l’Unione Sovietica si è appena dissolta. Gazprom, il colosso russo dell’energia, viene colto di sorpresa dalla Storia. A questa data, tutto il gas in transito dalla Russia verso l’Europa passa attraverso l’Ucraina, con un tracciato diretto, pianeggiante, estremamente vantaggioso sul piano logistico. Ma con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, Kiev non è più sotto il diretto controllo di Mosca e nemmeno le sue reti energetiche. Così accade per le ex repubbliche sovietiche che si liberano via via da Mosca. «È a questo punto che Gazprom avvia la sua strategia di diversificazione dei canali», spiega Verda. «Una strategia energetica, ma anche politica», continua. Nel 1992 si inizia a lavorare alla Yamal-Europe pipeline, che nel 1997 diventa il primo gasdotto alternativo, capace di portare 33 miliardi di metri cubi di gas russo in Germania (uno dei principali clienti Gazprom insieme a Italia e Francia) passando attraverso Bielorussia e Polonia, saltando a pié pari il territorio di Kiev.

(Grafico di Wikipedia)

Tra 2001 e 2004 arriva Blue Stream, un gasdotto dalla portata di 15 miliardi di metri cubi, destinato al mercato turco, emergente in quegli anni. Ancora una volta si aggira l’Ucraina, attraversando il Mar Nero. «Gazprom nel frattempo acquisisce tutta la rete dei gasdotti bielorussi, assicurandosene il controllo», aggiunge Verda.

(Grafico di Wikipedia)

Quando nel 2011 nasce il North Stream, che dal Mar Baltico porta il gas russo in Germania, metà del gas diretto verso l’Europa è ormai indipendente dai gasdotti ucraini. «Su 125 miliardi di metri cubi – questa la quantità di gas importata dall’Europa da Mosca nel 2013 - la metà transita nelle reti alternative volute da Gazprom». Il South Stream, iniziato nel 2007, avrebbe reso del tutto indipendente l’Europa dalla turbolenta ucraina.

(Grafico di Wikipedia)

Le questioni economiche dietro la scelta di Putin

Ci sono poi le ragioni economiche. «A fronte dell’andamento dei consumi in Europa - interviene Massimo Nicolazzi, esperto di questioni energetiche – il South Stream stava diventando ridondante. Basta pensare che ad oggi non sono pieni nemmeno i tubi che già ci sono», spiega. «La capacità di importazione delle infrastrutture italiane è doppia rispetto ai volumi importati. Nel 2005 abbiamo consumato più di 86 miliardi di metri cubi di gas naturale; nel 2013, 70 giusti giusti; e nel 2014 sarà difficile che andiamo di molto sopra i 67». Il South Stream è nato quando si prevedeva di raggiungere e poi superare i 100 miliardi di consumi. Oggi, invece, «usando come base il 2013, saremo tra dieci anni un po’ sotto i 75 miliardi di metri cubi di consumi», chiude Nicolazzi.

Putin, insomma, ha dovuto fare i conti della serva. «Mosca avrebbe dovuto investire in un mercato che non cresce più», continua Matteo Verda.

Senza contare che la Russia è un Paese in piena crisi finanziaria, «a causa principalmente della diminuzione del prezzo del greggio», di cui la Russia è Paese esportatore. «La produzione di petrolio a livello internazionale è alta – spiega Verda - per via di diversi attori presenti sul mercato, dai Sauditi, alla Libia, agli Usa con lo shale gas. Questo provoca il calo dei prezzi attuale, che per Mosca significa decine di miliardi di dollari in meno di entrate». Ma, precisa Verda, l’economia russa è in buone condizioni, è cresciuta negli ultimi anni, le riserve monetarie sono buone, ed è un Paese in grado di compensare il calo delle esportazioni energetiche verso l’Europa con altri Paesi». Se la Russia può rispondere oggi alla crisi finanziaria, il problema, per Verda, è «quanto a lungo». La vera questione «non è quanto scende il prezzo del petrolio ma quanto a lungo resta basso». 

Il South Stream, va aggiunto, non sarebbe più nemmeno finanziabile se non dai russi stessi, per via di sanzioni europee che precludono ai russi l’accesso ai canali finanziari occidentali. Bruxelles ha deciso che cittadini, banche e compagnie europee non potranno più acquistare o vendere titoli obbligazionari, azioni o altri strumenti finanziari con una scadenza superiore ai 30 giorni emessi da banche russe di proprietà statale, banche per lo sviluppo o altre compagnie che operano per loro conto.

Un gasdotto, in ogni caso, si farà

Ad Ankara, Putin non ha annunciato solo la fine di South Stream. Una rete da 63 Gmc sotto il Mar Nero si farà comunque, ha detto, ma sarà diretta in Turchia. Il Paese di Erdogan è già servito dal Blue Stream, che tuttavia non è sufficiente a trasportare tutto il gas di cui Ankara necessita. «Saipem ha già le navi cariche di tubi da posare sul fondo del Mar Nero. È forse proprio per non buttare all’aria gli investimenti fatti finora che Mosca finanzierà questa opera», spiega Verda. Secondo le dichiarazioni da lui raccolte, sarebbe già stato firmato un accordo preliminare per destinare 14 miliardi di metri cubi al mercato turco – quello sì in forte crescita – e il resto ai mercati europei.

L’alternativa vera di Putin all’Europa resta la Cina, «dove la domanda di risorse energetiche non manca e i capitali da investire nemmeno», chiude Verda. 

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