5 Dicembre Dic 2014 1130 05 dicembre 2014

C’è più lavoro? No, c’è solo più precarietà

C’è più lavoro? No, c’è solo più precarietà

Lavoro Precarieta

Nei giorni scorsi sono stati pubblicati i dati del terzo trimestre 2014 dei flussi contrattuali delle Comunicazioni obbligatorie del ministero del Lavoro. Il comunicato presenta i dati sui flussi in via tendenziale rispetto all’anno precedente, sottolineando una cifra di 400mila nuovi contratti a tempo indeterminato, in aumento tendenziale rispetto al terzo trimestre dell’anno precedente. Parrebbe di capire che il ministero sia contento della situazione del mercato del lavoro, definita come se fosse a una “svolta” da molti attori politici del governo.

Ma è davvero così? Una prima constatazione di ordine generale: in ogni press-release di dati statistici, sarebbe opportuno ricordare le definizioni del fenomeno misurato. I dati sui flussi contrattuali hanno l’obiettivo di misurare le attivazioni di nuovi contratti, e parallelamente le cessazioni. Si tratta, perciò, sia di flussi lordi di nuovi contratti registrati sia di quelli cessati. La differenza fra i due, intuitivamente, misura il flusso netto di nuova occupazione creata. In più, i dati sono normalmente disaggregati nelle categorie contrattuali principali.

Una seconda precisazione utile è quella che l’unità di osservazione sono, appunto, i contratti, non i lavoratori. In via teorica un lavoratore con un contratto precario, per esempio, può essere registrato due volte come attivato nello stesso trimestre, nel caso passasse da un posto di lavoro a un altro, e simultaneamente apparire come cessato per quanto riguarda il precedente contratto di lavoro. È una situazione molto comune, quindi non solo di mera speculazione teorica, vista la distribuzione di contratti cessati molto sbilanciata verso durate di contratto molto basse, a causa dell’alta incidenza relativa di tipologie contrattuali flessibili. Il ministero dona anche i dati sulle attivazioni medie per lavoratore, pari a 1.2. Teniamolo a mente perché tornerà utile per passare dalla stima dei nuovi contratti creati a quella dei lavoratori interessati.

Per mostrare dati depurati dalle componenti stagionali, i dati trimestrali sono stati aggregati stimando l’ultimo trimestre del 2014. La stima è stata ottenuta, semplicemente, applicando al 4 trimestre 2014 lo stesso tasso di crescita tendenziale fatto registrare nei primi 3 trimestri del 2014 rispetto ai primi tre del 2013, separatamente per attivazioni e cessazioni. È una stima conservativa ma realistica, data la fiacca dinamica di altri indicatori di breve periodo sulla produzione e gli ordini industriali e nei servizi.

Nel 2014 sono solo 70mila i nuovi posti di lavoro creati, poiché le cessazioni restano comunque su valori elevati

Cosa dicono, perciò, queste stime? Ebbene, nel 2014 i flussi lordi sono in leggero aumento rispetto al 2013. Sia attivazioni che cessazioni sono in leggero aumento, rispettivamente del tre e dell’un per cento. Tutto ciò si traduce però, in soli 70mila nuovi posti di lavoro creati, poiché le cessazioni restano comunque su valori elevati. Disaggregando per tipologia contrattuale, si nota come i contratti a tempo indeterminato continuino a mostrare una distruzione netta d’impiego, ovvero le cessazioni sono superiori delle attivazioni, anche nel 2014. L’unica buona notizia è che la distruzione di impiego stabile è rallentata rispetto all’anno precedente, soprattutto grazie a minori cessazioni, diminuite del 3%, mentre le attivazioni sono in lieve aumento – lo 0,9%. Il saldo è comunque negativo di 356mila unità.

Per i contratti a tempo indeterminato il saldo è negativo per 356mila unità

Per quanto riguarda l’altra tipologia contrattuale più usata, il contratto a tempo determinato, si nota invece una creazione netta di 340mila unità, che compensano totalmente la diminuzione di contratti indeterminati. Se a ciò si aggiungono le altre tipologie contrattuali precarie (co.co.pro, apprendistato ect) si arriva a una creazione netta per tutto il 2014 pari a 70mila contratti.

I nuovi occupati veri in un anno sono 56mila e non permettono di assorbire l’aumento della forza lavoro

Dividendo tale cifra per 1,2 (le attivazioni nette medie), ciò significa 56mila nuovi occupati in un anno, un dato di cui non andare certo fieri, e che non permette di assorbire nemmeno l’aumento naturale della forza lavoro, già asfittico di suo, data la demografia stagnante. La disoccupazione è perciò in aumento, e data la composizione differente fra contratti flessibili, in aumento, e stabili, in diminuzione, l’incidenza sullo stock totali dei primi sarà in aumento nel 2014. Dunque, in media più non meno precarietà. Il dato di circa 60mila nuovi occupati è tra le altre cose coerente con i dati Istat che vedono per ora 45mila nuovi occupati fino al terzo trimestre 2014.

Il decreto Poletti non ha creato nuova occupazione ma ha sostituito i contratti a tempo indeterminato con quelli precari

Il mercato del lavoro italiano resta perciò asfittico dal lato domanda, e ingessato sul lato dell’offerta, poiché anche le attivazioni di contratti a tempo determinato che si aspettavano in aumento con il decreto Poletti sembrano non aver favorito l’emergere di  nuova occupazione, ma evidentemente ha solo creato più “churning” ed effetti di sostituzione con il contratto a tempo indeterminato.

Pochi nuovi lavori e per di più precari. Anche il 2014 sarà un anno negativo per il nostro mercato del lavoro. In attesa del Jobs Act. 

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook