6 Dicembre Dic 2014 0015 06 dicembre 2014

La grande guerra tra gli Stati e le multinazionali

La grande guerra tra gli Stati e le multinazionali

Apple Ireland Cork

Il 9 dicembre 2014, i Paesi dell'Unione Europea hanno modificato la direttiva sulla tassazione dei profitti delle multinazionali, inserendo una clausola che rende più difficile per le società con sede in UE pagare meno del dovuto, spostando i capitali in stati meno tassati. Per il ministro dell'economia Pier Carlo Padoan, la clausola «consentirà agli Stati di combattere meglio la pianificazione fiscale aggressiva da parte di gruppi o di società assicurando una più equa tassazione nell'Ue».

Questo è solo l'ultimo tassello di una lotta tra Stati e multinazionali. Una lotta che continua da anni e che, forse, tra qualche secolo gli storici racconteranno così: nel 2014, sul pianeta Terra, esistevano due tipi di Stati. Gli Stati nazionali, che amministravano territori piccoli o grandi che fossero e che esigevano il pagamento di tasse per offrire ai propri cittadini i servizi di cui necessitavano. E gli Stati multinazionali, mega conglomerati di capitale che si muoveva spasmodicamente da uno Stato nazionale all’altro, nel tentativo di non pagare quelle tasse, o di pagarne il meno possibile.

E forse, quegli stessi storici, concorderanno nel datare all’inizio di dicembre di quello stesso anno l’inizio dell’offensiva degli Stati nazionali, perlomeno in Europa. Dopo anni – se non decenni – di sostanziale inazione. È del 2 dicembre scorso, infatti, la lettera siglata dai ministri Sapin, Shauble e Padoan, in rappresentanza di Francia, Germania e Italia e diretta al Commissario agli affari economici Pierre Moscovici per dire basta ai paradisi fiscali. «Ciascuno paghi le tasse nello Stato dove sono generati i profitti», si legge.  Nemmeno ventiquattr’ore di tempo e arriva una nuova bordata alle corporation, stavolta da quella Londra che fino a pochi mesi fa irrideva i cugini francesi, invitandone le imprese e i più abbienti a emigrare in Inghilterra, dove le tasse erano molto più basse. Oggi le cose sono cambiate, complici un buco di bilancio che si è allargato di circa 4 miliardi di sterline e l'Ukip - il partito anti-euro e anti-finanza guidato da Neil Farage - che è dato al 16% a pochi mesi dalle elezioni politiche. Mittente è il ministro delle Finanze di Sua Maestà George Osborne, che propone di tassare i profitti di quelle multinazionali che li realizzano in Inghilterra, ma li contabilizzano altrove. Una tassa la cui aliquota è stata fissata al 25% e che, stando alle stime del ministro, porterà nelle casse britanniche circa 1 miliardo di sterline nei prossimi cinque anni.

Una norma, questa, che è stata ribattezzata in patria Google Tax, un po' come la legge promossa nel 2013, in cui si obbligava Big G - ma anche Facebook e Amazon, per dire - ad avere una partita iva italiana, se voleva operare in Italia. A suo tempo, era stato rilevato, un'iniziativa di questo tipo avrebbe avuto l'effetto di far scappare gli investitori esteri dall'Italia, soprattutto per via del fatto che il nostro paese, a differenza del Regno Unito, ha il livello di tassazione sui redditi d'impresa tra i più alti del mondo. Due conti, e il governo italiano era tornato sui suoi passi, insomma.

Fiat Lux
Le due iniziative legislative di Italia e Regno Unito serviranno come esempio agli storici, quando dovranno spiegare a chi li leggerà che nonostante esistesse una cosa che si chiamava Unione Europea, ognuno, sulle politiche fiscali, faceva un po’ per sé. Sia chi lottava contro le multinazionali, sia chi le favoriva. Ancor più dura sarebbe stato spiegare che lo stato che faceva un po’ più per sé di tutti gli altri, si chiamava Lussemburgo ed era un microscopico granducato schiacciato tra Francia e Germania, in cui le tasse sulle imprese raggiungevano a malapena l’1% degli utili. Soprattutto, quel microbico granducato era il luogo da cui proveniva Jean Claude Juncker, già primo ministro lussemburghese dal 1995 al 2013. E, dal 1 novembre 2014, presidente della Commissione Europea.

Ebbene: solo due mesi prima – era il 30 settembre - il piccolo Lussemburgo era stato accusato dall’Antitrust di aver fatto pagare alla Fiat troppe poche tasse. Secondo l’accusa, si tratta di veri e propri «aiuti di Stato». Un caso a suo modo esemplificativo di quello che in gergo viene definito tax ruling: un espediente che permette alle corporation con fatturato superiore ai 100 milioni di euro di accordarsi con le autorità fiscali nazionali per sapere in via preventiva con che regime saranno trattati i loro affari. Torniamo a Fiat: nel 2012 Fiat Finance and Trade (Fft) si accorda con il Lussemburgo per decidere quanto pagherà di tasse. In seguito, il gruppo trasferisce a Fft, ormai di stanza in Lussemburgo, un ingente quantità di denaro. Secondo il gruppo Fiat, tutto perfettamente legale. Secondo l’Antitrust si tratta di un utile record incompatibile col ruolo che un ente di mera tesoreria dovrebbe svolgere.

Non fosse bastato l’Antitrust, questo giochino è stato smascherato in tutta la sua sistematicità dall’inchiesta giornalistica denominata Luxleaks, condotta da ottanta giornalisti proveniente da ventisei paesi diversi, che si sono spulciati 28mila pagine di documenti fiscali lussemburghesi e che hanno dimostrato che, con questo giochino, tantissime grandi aziende – tra cui 31 italiane - sono riuscite a sottrarre al fisco decine di milioni di euro. Qualche nome? Ikea, Pepsi, Apple, Amazon, Gazprom, Verizon, Deutsche Bank, Burberry, Procter & Gamble, Heinz, JP Morgan e FedEx. Ma anche Fiat, Finmeccanica, Intesa San Paolo, UniCredit, Banca Sella e Banca Marche.  Guerra aperta, insomma. Che ha indotto il Lussemburgo a sospendere il tax ruling già dall’inizio del 2015.

L’isola delle imprese senza patria
A finire sotto il mirino dell’Antitrust comunitario, peraltro, non era stato il solo Lussemburgo, ma pure l’Irlanda, un altro piccolo paese da tempo nel cuore delle multinazionali e un po’ meno in quello degli altri stati. Il motivo è facilmente intuibile: pure l’Irlanda era un piccolo paradiso per corporation. Per almeno tre motivi. Il primo: la tassazione sugli utili d’impresa era pari al 12,5%, pari a circa un terzo rispetto all’aliquota media italiana.  Il secondo: le multinazionali riuscivano a pagare ancora meno.

I giochini, in Irlanda, si fanno un po’ più complicati, ma funzionano benissimo. I nostri amici storici potrebbero raccontare benissimo il caso della sussidiaria principale di Apple, che è amministrata a Cupertino in California, ma, curiosamente, “residenza statutaria” in Irlanda. Come mai, vi chiederete? Semplice: perché per gli Usa la tua residenza fiscale è il paese secondo la cui legge è stato compilato lo statuto. Mentre per l’Irlanda sono fiscalmente residenti le aziende che sono gestite e controllate operativamente sul proprio territorio. In altre parole, questa sussidiaria principale di Apple non è né irlandese, né americana. E quindi non paga le tasse né da una parte, né dall’altra. Nel 2007, piuttosto curiosamente, gli utili di questa sussidiaria principale di Apple sono aumentati del 540%, a fronte di un aumento dei costi operativi del 20%.

Anche l’Irlanda, pressata dall’Antitrust comunitario, ha annunciato che qualcosa cambierà, proponendo una modifica di legislazione per tassare le aziende che hanno statuto irlandese e nessuna residenza fiscale. Come osserva Mario Seminerio sul blog Phastidio, basterà che le corporation prendano «residenza fiscale in un paradiso fiscale, e non saranno toccate dalla modifica. L’Irlanda salva la propria immagine, e le multinazionali continuano a non pagare imposte».

“Doppio irlandese con panino olandese”
La via migliore all’elusione fiscale è il celeberrimo «doppio irlandese con panino olandese», però, che fra l’altro ha anche un nome meraviglioso. Funziona così: l’azienda americana apre una sua sussidiaria in Irlanda. Questa sussidiaria fa affari in tutta Europa e porta tutti gli utili in Irlanda. Potrebbe farli tassare al 12,5%, ma può fare molto meglio. Ad esempio, può trasferire i propri utili – a costo zero, è trasferimento comunitario – a una sua consorella olandese.

«Come mai olandese?», si chiederanno i nostri amici storici. Perché sin dai lontani anni ‘70 in Olanda è consentito creare quelle che in gergo si definiscono letterbox company, imprese a casella postale, senza alcuna unità operativa in loco. Non restano molto in Olanda, quei soldi, bensì prendono immediatamente la strada della consorella numero tre, di stanza alle Bermuda o in qualche altro paradiso fiscale, trasferimento che dall’Olanda è esentasse. Ah, dimenticavo: alle Bermuda, le imprese non pagano tasse. Nel 2010 sono transitati in questo modo dall’Olanda capitali per circa 10.200 miliardi di Euro. Un piccola percentuale dei quali finisce nelle casse olandesi, a pegno dell’enorme favore. Mentre non entra, se non sottoforma di obolo, nelle casse dei paesi in cui gli utili sono stati effettivamente generati. Come ad esempio nel caso di Google, che nel 2012 aveva pagato al fisco italiano solo 1,8 milioni di euro di tasse.

Interpellati sul tema da Mountain View hanno dato la risposta che ognuna delle corporation citate sinora avrebbe potuto senza alcun problema far propria: «Google rispetta le normative fiscali in Italia e in tutti i paesi in cui opera. La realtà dei fatti è che la maggior parte dei governi usa gli incentivi fiscali per attrarre investimenti stranieri e questo crea posti di lavoro e crescita economica e, naturalmente, le aziende rispondono a questi incentivi. È una delle ragioni per cui Google ha stabilito la propria sede europea in Irlanda, unitamente alla possibilità di assumere personale qualificato. Se ai politici non piacciono queste leggi, loro hanno il potere di cambiarle». 

Quel giorno è ancora lontano, ma perlomeno i governi europei hanno dato in questi giorni importanti segnali di risveglio dal torpore. Il giorno che le cambieranno sul serio e che di paradisi fiscali non ce ne saranno più – né in Europa, né altrove - sarà anche il giorno in cui i nostri amici storici del futuro racconteranno l’inizio della colonizzazione lunare da parte delle multinazionali. Che nello spazio, fino a prova contraria, di tasse non se ne pagano.

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