6 Dicembre Dic 2014 1330 06 dicembre 2014

La silenziosa e irresistibile ascesa della Polonia

La silenziosa e irresistibile ascesa della Polonia

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All’estero se ne sono accorti da un pezzo ma noi italiani, abituati dalla nostra stampa a guardarci l’ombelico e dalla nostra superficialità a guardare tutti dall’alto in basso, pensiamo ancora alla Polonia come a quel Paese dove si andava oltre cortina a fare conquiste con quattro calze di nylon, neppure di eccellente qualità. I tempi sono cambiati e le badanti che assistono in nostri anziani contribuiscono ad alimentare l’idea della Polonia come uno Stato di serie B.

In realtà, la Polonia in questi anni è notevolmente cresciuta, affermandosi come Stato sempre più influente negli equilibri interni all’Unione europea. Oggi i polacchi gioiscono del fatto che l’uomo politico più importante del loro Paese, Donald Tusk, è succeduto a Herman Van Rompuy alla presidenza del consiglio europeo ma, a ben vedere, non è questo il primo risultato politico significativo messo in campo dalla Polonia nello scacchiere europeo. Già alcuni anni fa fu proprio Silvio Berlusconi a doversi misurare con il peso della Polonia, quando si recò a Bruxelles per sostenere il suo candidato alla presidenza dell’Europarlamento (l’allora capo delegazione di Forza Italia, Mario Mauro) e dovette invece accettare l’indicazione dell’uomo di Varsavia, Jerzy Buzek.

E se anche la nomina di Tusk viene letta in Italia con il consueto tono di sufficienza, ben altra è la considerazione che si registra all’estero. Solo pochi giorni fa sulla prima pagina del quotidiano «Le Monde» si leggeva un lungo articolo dal titolo «La Polonia, una fierezza europea» e gli stessi analisti di Varsavia, in testa Eryk Mistewicz, parlano dell’elezione di Tusk come «la miglior cosa per la Polonia dopo Giovanni Paolo II e Lech Walesa».

Reduci da una partita di calcio di poche settimane fa in cui per la prima volta i polacchi si sono imposti sui tedeschi, i concittadini di Donald Tusk affrontano il futuro con la speranza baldanzosa che caratterizzava gli italiani degli anni sessanta. Non guadagnano ancora quanto vorrebbero ma hanno in sé la profonda convinzione che ogni giorno la loro condizione è destinata a migliorare.

La Polonia è il sesto partner dell’Ue in termini di popolazione (38,5 milioni di abitanti) e il settimo per prodotto interno lordo (390 milioni di euro) ma resta dietro Slovacchia e Repubblica Ceca a livello di Pil pro capite. Grazie all’abilità dell’altro cavallo di razza che ha dominato la politica nazionale degli ultimi anni, l’ex ministro degli affari esteri, Radoslaw Sikorski, la Polonia è sempre più ascoltata nel concerto comunitario. E punta ancora più in alto. Dal 2008 a oggi il Pil è aumentato del 20,1% con una crescita complessiva Ue che non arriva all’1% (0,9). La stabilità politica assicurata dalla guida di Tusk e del suo partito (Piattaforma Civica), prima in coabitazione con il grande avversario, il presidente Lech Kaczynski, e poi con un esponente di Piattaforma Civica, Bronislaw Komorowski che si è imposto in una difficilissima campagna elettorale su Jaroslaw, gemello superstite del capo dello Stato (morto nello schianto dell’aereo presidenziale polacco nei pressi della località russa di Smolensk, nella ricorrenza del massacro operato dai sovietici ai danni dei quadri dell’esercito polacco a Katyn durante la seconda guerra mondiale, ndr), ha consentito alla Polonia di sfruttare al massimo i fondi europei per lo sviluppo economico e, con i nuovi fondi strutturali europei 2014-2020, i polacchi riceveranno ancora più di 100 miliardi di euro. Al tempo stesso hanno portato a casa una proroga rispetto ai vincoli ambientali dell’Ue, nonostante il 90% della sua energia provenga dal carbone.

Storicamente Italia e Polonia sono Paesi amici e fratelli. Gli italiani sono distratti, non hanno memoria di sé, ma i legami storici tra Roma e Varsavia sono fortissimi e, almeno teoricamente, ricordati in ogni partita di calcio. Si legge nell’inno di Mameli: «Già l’Aquila d'Austria Le penne ha perdute. Il sangue d'Italia, Il sangue Polacco, Bevé, col cosacco, Ma il cor le bruciò». Una “cortesia” decisamente ricambiata, visto che il ritornello dell’inno nazionale polacco recita così: «Marcia, marcia Dabrowski dalla terra italiana alla Polonia. Sotto il tuo comando ci uniremo come popolo!».

Solo poche settimane fa la crema dell’industria italiana ha ricevuto tra gli onori all’hotel St. Regis, a Roma, il presidente della repubblica Komorowski che ha ricordato come l’Italia sia stata storicamente uno dei primi investitori stranieri in Polonia e che, insieme ai tedeschi,  siamo tra i principali partner commerciali di questo grande Stato dell’Europa centro orientale. I polacchi amano l’Italia e gli italiani da sempre, le opportunità non mancano, ma occorre meno superficialità e più serietà. Paolo Gentiloni nelle sue ultime interviste, mostra di avere le idee chiare. C’è da augurarsi che le mostri anche nei confronti di questa nuova potenza europea che, corteggiata da tedeschi, francesi e americani, noi italiani ci ostiniamo a snobbare, contro la realtà dura dei numeri e a nostro rischio e pericolo. 

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