12 Dicembre Dic 2014 1630 12 dicembre 2014

Made in Italy digitale: ora la politica batta un colpo

Made in Italy digitale: ora la politica batta un colpo

169712837

Sei tappe, cinque convegni, quattro incontri business to business. Soprattutto, però, oltre cinquecento imprese del made in Italy che vi hanno partecipato e oltre centomila che hanno usato i corsi e gli strumenti online messi a disposizione da Google. Tutto sommato, potrebbe anche essere un bilancio positivo, quello della prima edizione di ”Eccellenze in digitale”, il roadshow promosso da Google, Unioncamere, Fondazione Symbola e Università Ca’ Foscari di Venezia.

Per cominciare, si tratta di un’iniziativa cui si possono ascrivere, già in partenza, diversi meriti. Quello di messo in connessione le associazioni delle piccole imprese con un colosso come Google, che mai aveva promosso sul suo motore di ricerca un sistema produttivo come ha fatto con quello italiano. O ancora, di aver convinto Unioncamere a giocare la propria partita su un terreno diverso da quello politico. E,infine, aver tolto dalla carta e dai convegni l’idea di affiancare agli imprenditori manifatturieri 105 “digitalizzatori” con la metà dei loro anni, che gli spiegassero come usare internet, i social network e marketplace online come Ebay, Amazon o Ali Baba.

Tutto bene, insomma? Ancora no, a dire il vero. O meglio: sì, a patto che nessuno s’illuda che basti un progetto come questo, per quanto bello, possa risolvere il problema del ritardo digitale dell’imprenditoria italiana. Ritardo che ad oggi è un problema piuttosto serio dell’economia italiana, se non addirittura il suo problema con la P maiuscola.

Per capire le dimensioni del problema bastano tre cifre. La prima cifra racconta il ritardo digitale: se mettiamo gli stati europei per percentuale d’imprese sul totale che vendono online almeno l’1% del loro fatturato, siamo penultimi, poco avanti rispetto alla Bulgaria, sopravanzati pure dalla Grecia e dal Portogallo. La causa primigenia di questo ritardo lo racconta la seconda cifra: è quella secondo cui il 40% delle imprese italiane ritiene che internet non possa aiutarlo a far crescere il suo business. La terza cifra parla di una crescita del 12% delle ricerche su Google la cui chiave è il made in Italy. Una crescita che, secondo Diego Ciulli, che di Big G è senior policy analyst, «non si spiega», in quanto generalmente «queste chiavi di ricerca di solito rimangono stabili, ma non crescono».

Sempre secondo Ciulli, «in questo divario tra la domanda online di made in Italy e il nostro ritardo digitale c’è tutto o quasi il potenziale di crescita dell’economia italiana». Snocciola numeri che sono diventati quasi il refrain dei suoi discorsi lungo la penisola, come i 186mila occupati in più che l'Italia avrebbe se avesse una diffusione di internet pari a quella francese, che diventerebbero 240mila se la diffusione fosse quella dell'Olanda. Altro che Jobs Act, verrebbe da dire. Tuttavia a questi numeri aggiunge un monito: se non si usa, internet può diventare un nemico: «Ormai il 40% dei consumatori usa il web per fare ricerche prima dell’acquisto – spiega -. Se un americano amante del vino italiano, online trova soltanto vini francesi, potrebbe cambiare abitudini d’acquisto».

Gli fa eco Stefano Micelli, professore di economia della Ca’ Foscari e autore del manifesto-best seller «Futuro Artigiano», secondo cui la questione chiave della rivoluzione digitale è la possibilità di «democratizzare l’internazionalizzazione». Spiega, Micelli, che la crescita delle imprese italiane sui mercati digitali passa soprattutto attraverso le imprese medio-grandi: oggi come oggi, infatti, sono le  piccole o piccolissime imprese quelle che faticano maggiormente a usare i canali online: solo l’11,4% delle micro imprese e il 9,5% delle piccole è in vende qualcosa online, contro il 28,6% delle grandi. Non solo: i piccoli, sovente, credono basti mettere online un catalogo dei loro prodotti, sperando invano che le vetrine digitali siano del tutto simili a quelle ai bordi delle strade:  «Internet serve più alle piccole imprese che a quelle grandi, in quanto permette loro di vendere all’estero senza avere agenti e filiali  - spiega -. Purtroppo essere online vuol dire rivoluzionare la propria idea di business. E ai piccoli imprenditori, sovente, le rivoluzioni non piacciono».

Proprio per mostrar loro che si può fare, Micelli ha realizzato alcune video-interviste per “Eccellenze in digitale” in cui lascia che siano gli imprenditori stessi a raccontare come siano riusciti a cambiare modello di business andando online e perché sia utile farlo. Cita Loison, una pasticceria veneta, che si è inventata “Insolito Panettone”, un sito in cui una rete di chef spiega come utilizzare il panettone per realizzare piatti salati, talvolta anche un po’ arditi: «È una trovata in cui ci sono almeno tre intuizioni – spiega Micelli –: la prima è stata quella di usare il web per destagionalizzare il panettone, che usualmente viene consumato al massimo per due mesi». La seconda, continua, «è stata quella di farlo per il pubblico estero, meno legato al consumo natalizio del dolce, invece avviene in Italia». La terza infine, è che «attraverso questa operazione Loison ha esternalizzato e diffuso le attività di ricerca e sviluppo, a costo zero».

Eccola, la tanto evocata politica industriale, insomma, la nostra Silicon Valley: «Trovare il modo di portare la nostra manifattura online, senza che online perda la propria anima», per dirla con le parole di Ermete Realacci di Fondazione Symbola. In altre parole, permettere a produzioni territoriali – moderne e antiche, innovative e tradizionali che siano – di trovare attraverso il web un canale di sbocco per far crescere l’ampiezza dei loro mercati potenziali, per far sì che le piccole nicchie locali diventino grandi nicchie globali. Le idee ci sono già, i partner pure e soldi non ne servono un granché. Basta solo metterci la testa. È chiedere troppo?

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook