15 Dicembre Dic 2014 1415 15 dicembre 2014

Quella volta che il doppiaggio fu un capolavoro

Quella volta che il doppiaggio fu un capolavoro

Frankenstein Junior Lupo Ululi Doppiaggio

Oggi è il quarantesimo anniversario dell'uscita al cinema di Frankenstein Junior, di Mel Brooks, uno dei più grandi film umoristici della storia del cinema, uscito il 15 dicembre 1974, un film che è diventato rapidamente un cult nel mondo angolofono. Nel resto del mondo, invece, non ebbe altrettanta fortuna: tranne in Italia.

Difatti anche per noi italiani quel film è un diventato un culto, tanto che a 40 anni di distanza ci fa ancora ridere un sacco. Ma la causa del suo successo in Italia non è tanto della genialità di Mel Brooks, né del talento espressivo di Gene Wilder, ma, curiosamente, di un romano, Mario Cidda, conosciuto però con il nome di Mario Maldesi. Cidda, nato il 18 dicembre 1922 e morto nel 2012, fu il direttore del doppiaggio e dialoghista che lavorò al film di Mel Brooks e che decise di rimettere le mani sulla sceneggiatura proprio in fase di doppiaggio, trasformando una traduzione letterale e mediocre, in un capolavoro. 

«La traduzione iniziale del copione», scrive Francesco Braun, uno studente di doppiaggio cinematografico che ha dedicato al tema la sua tesi, «fu affidata a Roberto De Leonardis, esperto traduttore di opere di grande successo che ne fece una traduzione troppo letterale, probabilmente influenzato negativamente dal Direttore Commerciale della Fox Italia che non previde l’enorme successo di questa pellicola».

Fu a quel punto che entrò in scena Mario Maldesi, il quale, spiega sempre Braun, aveva visto il film in America, divertendosi un sacco e capendo fino in fondo le potenzialità comiche della pellicola. Fu per quello che intuì che le potenzialità comiche del film di Mel Brooks rischiavano di essere distrutte nel passaggio dal testo originale a quello tradotto in italiano.

C'è una scena che spiega, meglio di altre, la straordinaria bravura e il perfetto senso del comico che permisero a Maldesi di sfruttare al meglio la potenzialità comica dei dialoghi originali. È la scena che è passata alla storia come quella del "Lupululà-Castellululì": quella in cui Igor, che è appena andato in stazione a prendere il dottor Frederick Frankenstein, guida il carro verso il castello, mentre Inga, l'assistente bionda del dottore, sentendo dei lupi ululare, si spaventa. Segue un dialogo surreale tra il dottore e Igor, un dialogo che in inglese si basa su un gioco di parole che in italiano sarebbe stato intraducibile. È proprio in quel momento che si vede il genio di Maldesi.

Nella versione inglese, lo scambio di battute tra il dottor Frankenstein e Igor puntano sul gioco di parole tra la domanda di Inga «Where wolves?», e il fraintendimento del dottore, che capisce «Werewolves?» ovvero licantropi. Frankenstein si spaventa e chiede a Igor: «Werewolves????». In quel momento Igor, che interpreta il "Where wolves" come un modo strano di parlare, fa, in tutta risposta: «There». «What?», dice il professore che non capisce che diavolo stia dicendo Igor. «There Wolves! There Castle!».

In inglese, dunque, è un gioco di parole, nemmeno troppo esilarante in realtà. È Maldesi che, reinterpretando l'originale, la trasforma in un piccolo gioellino di umorismo all'antica, e si inventa il Lupululà Castellululì. Questo è il confronto tra l'originale e la traduzione, in corsivo:

Inga: Where Wolves? Lupo ulula...

Igor: There! Là!

Frankenstein: What? Cosa? 

Igor: There... wolf... and There... castle! Lupu... ululà e Castellu... ululì!

Frankenstein: Why are you talking that way? Ma come diavolo parli?

Igor: I thought you wanted to. È lei che ha cominciato. 

Frankestein: No, I don't want to! No, non è vero! 

Igor: Suit yourself, I'm easy! Non insisto, è lei il padrone!

Ecco le due versioni, la prima, quella originale in inglese, e la seconda, quella tradotta in Italiano da Maldesi, che fa quasi più ridere.

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