23 Dicembre Dic 2014 0930 23 dicembre 2014

Retribuzioni italiane sotto la media europea

Retribuzioni italiane sotto la media europea

Fabbrica 2

Oltre 41mila euro per dipendente. È il costo del lavoro comprensivo di tutte le spese che hanno sostenuto, in base ai dati Istat 2012, i datori di lavoro italiani nelle imprese con almeno dieci dipendenti. Ma il guadagno, lordo, per un dipendente è di meno di 30mila euro. Gli altri soldi vanno in contributi sociali, che incidono per il 27,3%, mentre le spese per la formazione coprono solo lo 0,2 per cento. L’Italia si posiziona sotto la media dei Paesi dell’Eurozona sia per il costo del lavoro orario (27,5 euro contro 28,4) sia per la retribuzione lorda oraria (19,9 euro contro 21,2). Diverso è il posizionamento per l’incidenza dei contributi: in questo ci posizioniamo sopra la media europea, proprio a ridosso dei Paesi a maggiore contribuzione, come Francia e Belgio.

Il costo del lavoro italiano è un castello composto da mattoni più grandi e mattoni più piccoli. Tra le retribuzioni lorde, che rappresentano il mattone più grande, quelle in denaro sono il 71,5 per cento. Composte da: stipendi (53,1%); tredicesime, quattordicesime, premi aggiuntivi e altro (9,8%); remunerazioni per giorni non lavorati per ferie, festività e permessi (8,7%). Lo 0,8% è composto da buoni pasto e mense. A questo si aggiungono i contributi sociali: il 20,4% è composto dai contributi obbligatori per legge, quelli volontari sono solo lo 0,4%, mentre Trattamento di fine rapporto e contributi sociali figurativi (maternità, malattia ecc.) hanno un peso del 3,9 e del 2,7 per cento.

L’incidenza dei contributi figurativi è maggiore, 5,2%, nelle istituzioni pubbliche perché nel settore pubblico gli importi pagati ai lavoratori per assenze dovute a malattia, maternità e infortuni sono considerati per intero contributi a carico delle istituzioni. Nel settore privato invece la parte rilevante, a carico degli enti di previdenza, non entra nel computo del costo del lavoro.

Il Tfr ha un incidenza di circa il 5% per il settore privato e dell’1,3% per il settore pubblico. Nel settore privato il 28,8% del Tfr è versato ai fondi di previdenza complementare. Nelle imprese con 1.000 e più dipendenti questa quota raggiunge il 43,5%. I contributi sociali variano invece da un minimo del 20% di incidenza nel settore delle attività artistiche e sportive a un massimo del 30,9% nel settore dell’istruzione. Nel primo caso la bassa incidenza deriva da un Tfr più basso, ma anche, nel caso delle attività sportive, da retribuzioni ben oltre i limiti fissati per la contribuzione oraria. Nell’istruzione l’alta incidenza deriva soprattutto dalla componente dei contributi figurativi, soprattutto le assenze per maternità, in un settore ad alta componente femminile. I contributi sono alti nei settori che presentano rischi più alti, soggetti a premi assicurativi elevati per gli infortuni sul lavoro.

La differenza maggiore tra i diversi settori si nasconde nell’importo delle retribuzioni lorde per dipendente. Che variano da un minimo di 17.836 euro nel settore del noleggio e agenzie di viaggio a un massimo di 50.699 della fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati. Tra i settori con le retribuzioni più basse ci sono i servizi di alloggio e ristorazione, con valori inferiori ai 20mila euro per dipendente, mentre all’estremo opposto ci sono le attività finanziarie e assicurative e l’estrazione di minerali, con oltre 49mila euro. Più del doppio. In parte le differenze dipendono dal monte ore lavorate. Nell’istruzione, ad esempio, la retribuzione oraria è alta, ma la quantità delle ore lavorate dagli insegnanti è più bassa (dovuto alla non inclusione delle ore lavorate fuori dal luogo di lavoro). La quantità maggiore di ore lavorate si trova nella fornitura di energia elettrica e gas, quella più bassa nel settore dei servizi, dove esiste una percentuale alta di lavoratori con contratti part time. La retribuzione per ora lavorata, comunque, aumenta nelle imprese/istituzioni più grandi, con un divario con le più piccole di circa 7 euro all’ora. Questo vale soprattutto nel settore delle costruzioni, caratterizzato dalla presenza di pochissime grandi imprese.

Il costo del lavoro in senso stretto, cioè per ora lavorata, nei 28 Paesi dell’Unione europea è pari a 23,6 euro, mentre nell’Eurozona è pari a 28,4 euro. Tra i diversi Stati membri ci sono differenze molto alte con un costo del lavoro che varia dal minimo dei 3,4 euro all’ora della Bulgaria al massimo dei 39 euro all’ora in Belgio. La retribuzione lorda oraria più bassa, invece, si registra in Bulgaria (2,9 euro) e Romania (3,2 euro), la più alta in Danimarca (34,2 euro), Lussemburgo (29,3 euro) e Belgio (27,5 euro). L’Italia, con una retribuzione lorda oraria di 19,9 euro all’ora, ha un costo inferiore alla media dell’area euro, di 21,2 euro. Più basso è anche il costo per ora lavorata: 27,5 euro in Italia contro i 28,4 dell’Eurozona.

In termini di composizione del costo del lavoro, l’incidenza dei contributi sociali è in media del 23% nell’Ue a 28 e del 25,4% nell’area euro. Anche in questo caso ci sono differenze notevoli: l’incidenza più elevata degli oneri sociali si riscontra in Francia (32,1%) e Svezia (29,7%), quella più bassa a Malta (7,8%) e in Danimarca (11%). Con una quota del 27,7% l’Italia è a ridosso dei Paesi a maggiore contribuzione, ben al di sopra della media europea. 

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