27 Dicembre Dic 2014 0000 27 dicembre 2014

Diritti acquisiti, è ora di cancellare il dogma

Diritti acquisiti, è ora di cancellare il dogma

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Solo per i neoassunti. Ecco per chi varranno le nuove regole del nuovo contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti. Non un caso isolato, nel Paese delle riforme a margine, in cui si preferisce togliere tutto al nuovo arrivato, invece che togliere qualcosa a tutti. È un principio che non vale solo per le riforme del lavoro, in cui in oltre vent’anni è stata sperimentata sui nuovi lavoratori ogni forma possibile di flessibilità.

Vale anche per le pensioni, con la riforma Fornero che, dura e pura, si applica solamente a chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996, nonostante buona parte delle cosiddette “pensioni d’oro” - centomila assegni che da soli costano ogni anno circa 13 miliardi di euro - siano maturate prima. Lo stesso vale, infine, per privilegi di casta come i vitalizi per gli ex Parlamentari e Consiglieri Regionali, che dal Lazio al Trentino, passando per la Lombardia, hanno fatto ricorso contro la decisione dei loro successori di tagliar loro tali privilegi.

In ognuno di questi casi, la parola magica è una sola. Anzi, due: diritti acquisiti. Parole che affondano le loro radici nel codice napoleonico – «la legge non dispone che per l’avvenire» – e che sono vergate nel granito della nostra Costituzione, articolo 25 comma 2: «Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso». D’accordo, è legge che disciplina soprattutto il diritto penale – se oggi mi vieti di giocare a calcio, non puoi incarcerarmi per i trent’anni passati a tirare pedate a un pallone -, ma che per analogia si estende anche a tutte le fattispecie sopra elencate, rappresentando un invalicabile muro di cristallo per chiunque voglia riformare l’ordinamento vigente.

Il principio, corretto nell’interpretazione formale del diritto, è in realtà un micidiale generatore automatico d’ingiustizie e iniquità. Prima che iniziassero le riforme ai margini del mercato del lavoro, si entrava in azienda con le stesse condizioni di chi già era dentro. Oggi, invece, l’86% dei contratti attivi è a tempo indeterminato, mentre l’83% dei nuovi contratti di lavoro è a scadenza. Allo stesso modo, a parità di stipendio e contributi, chi è andato in pensione vent’anni fa riceve un assegno mensile pari a quasi il doppio di quello che riceverà chi ci andrà tra vent’anni. In altre e molto semplici parole, ogni volta che si cambia qualcosa (in peggio) si tira una riga: chi è dentro, è salvo. Chi è fuori, paga per tutti.

Cinghia di trasmissione di questo principio è il sindacato. Riecheggiano ancora le parole di Luigi Angeletti, segretario della Uil, pronunciate qualche mese fa a proposito delle modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori: «Le forme di tutele che già ci sono, che sono oggi acquisite, non si toccano. Se poi si vuole provare ad introdurre nel jobs act un nuovo tipo di contratto a tempo indeterminato con un sistema diverso riguardo i licenziamenti illegittimi che riguardi le persone oggi disoccupate (…)  allora siamo disposti a discuterne».

Al netto della non banale scelta semantica di definire «persone oggi disoccupate» i giovani che nel mercato del lavoro ci devono ancora entrare, il discorso di Angeletti è la fotografia perfetta del settarismo di un sodalizio che, a colpi di assenso alle riforme ai margini, ha perso ogni pretesa di rappresentanza universale, così come ogni legittimità presso le nuove generazioni. Che credibilità può avere, del resto, chi afferma la sacralità di taluni diritti, ma solo per una parte, anagraficamente predeterminata, di persone?

Non è solo un’astratta questione di etica sociale, peraltro. Tra il 1987 e il 2008 la ricchezza media è cresciuta solo per le classi di età superiori ai 51 anni e diminuita per tutte quelle precedenti. Nel medesimo periodo, gli over 65 hanno più che duplicato il loro patrimonio, gli under 30 l’hanno meno che dimezzato. Provate a chiedervi se per caso c’entrano le riforme a margine del mercato del lavoro e il dogma dei diritti acquisiti, con quello che parecchi definiscono, non a torto, come un vero e proprio furto generazionale.

Non può essere solamente colpa del sindacato, tuttavia. Le responsabilità della politica sono altrettante, se non maggiori. Responsabilità figlie soprattutto della pavidità di perdere voti scontentando una platea più ampia di elettori, nonostante si sia pienamente coscienti di essere di fronte a una palese ingiustizia: «Qualcuno ha ricevuto troppo, sospendiamo la Costituzione, i diritti acquisiti non valgono più e rifacciamo la ridistribuzione», ha dichiarato poco più di un anno fa l’allora ministro del lavoro Enrico Giovannini. Gli ha fatto eco, qualche mese fa, il suo successore Giuliano Poletti: « È iniquo che mio figlio o mio nipote non possa avere le condizioni minimali di garanzia e tutela e che io possa mantenere quello che mi sono acchiappato nel '75».

Se due ministri su due titolari del dicastero che più di ogni altro si trova a dover fare i conti coi diritti acquisiti, la pensano allo stesso identico modo è il segnale che qualcosa non va. Se nessuno dei due è riuscito a scalfire il dogma dei diritti acquisiti, vuol dire che il problema vale doppio.  Che chi governa non è in grado di dar seguito coi fatti ai propri principi, a causa di un ordinamento che non consente di porre rimedio a questa ingiustizia, rendendosi conto per primo che le riforme strutturali che porta avanti sono inique. Probabilmente, è lo stesso problema con cui avrà a che fare il neopresidente dell'Inps Tito Boeri, che insieme a Tommaso Nannicini (consigliere di Matteo Renzi sui temi del lavoro) scrisse proprio su Linkiesta che tassare le pensioni d'oro sarebbe stato sacrosanto, non per cassa, bensì «per equità».

Se quel che manca è il coraggio, ci auguriamo che il 2015 ne porti a piene mani a chi sta oggi al governo. E che questo coraggio serva per adottare riforme che siano finalmente uguali per tutti. La strada è impervia, lo sappiamo, e porta dritta a una necessaria modifica della Costituzione che contemperi il diritto alla non retroattività della pena - è sempre Nannicini a parlarne, in un altro bell'articolo su Linkiesta - con un principio di equità attuariale - se verso un tot di contributi ho diritto a una determinata prestazione - e generazionale - a parità di lavoro o di contributi versati, l'anzianità non può essere un fattore di discriminazione. Non dovesse accadere, confidiamo che il coraggio arrivi a chi per decenni ha subito senza fiatare. E che tutto quel fiato risparmiato gli serva per alzare, finalmente, la voce.  

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