3 Gennaio Gen 2015 0900 03 gennaio 2015

La filosofia in Italia? Impariamo dai Cultural Studies

La filosofia in Italia? Impariamo dai Cultural Studies

Filosofia Atene

Ci sono interrogativi che sembrano eterni: uno di questi è se la filosofia, o meglio lo studio della filosofia, possa essere utile a qualcosa. Non solo per chi lo pratica, ma anche per chi lo riceve. Non solo per la cerchia di filosofi e aspiranti tali del mondo accademico, ma per la società in senso più ampio.

Forse la più grande sfortuna è che molti filosofi questo interrogativo non se lo pongono nemmeno: lo schivano, magari avvertendone la pericolosità.

In Gran Bretagna, negli anni ’60, è nata una disciplina che una parziale risposta cerca invece di fornirla: si tratta dei Cultural Studies, un campo di studi che vuole fondere la ricerca teorica, testuale, con quella empirica, con l’analisi di casi concreti, in alcuni casi anche con forme più o meno dirette di impegno politico. Ho potuto toccare con mano, in questi mesi, il senso di questo tentativo, grazie ad una borsa di studio come visiting student al Goldsmiths College di Londra, università che raccoglie al momento alcuni tra i massimi esperti del settore.

La sensazione di spaesamento rispetto ai modelli di ricerca nei dipartimenti di filosofia delle università italiane è stata forte: ho trovato dottorandi che utilizzano la teoria dell’ospitalità di Derrida per spiegare il funzionamento di una comunità di assistenza ai rifugiati, o che analizzano un social network in cui videoamatori si scambiano contenuti sulla base dei modelli dell’economia del dono. Il fine è chiaro: usiamo tutta la teoria di cui disponiamo per alimentare un dibattito in grado di uscire dalle mura di una biblioteca o di una sala convegni, spieghiamo come funziona questo aspetto concreto del vivere sociale, facciamo vedere come si manifesta, quali implicazioni può avere, quale futuro può dischiudere.

L’obiezione è a questo punto facile: si sta parlando di un dipartimento di Cultural Studies, non di filosofia in senso stretto. Vero, ma forse l’autoinganno della ricerca filosofica sta proprio in quel “in senso stretto”. Si fa filosofia nei dipartimenti di Cultural Studies, e se ne fa anche molta. Il Goldsmiths College pullula di corsi in cui si discute dei testi classici della storia del pensiero.

A cambiare è solo l’utilizzo che di quegli stessi testi viene fatto: vengono considerati un mezzo, non un fine; vengono concepiti come strumenti interpretativi in grado di aiutare a comprendere dinamiche della contemporaneità, della società in cui viviamo. Viene rifiutata, insomma, la riduzione della filosofia a circolo autoreferenziale di testi che spiegano altri testi.

Per fare questo, ovviamente, la condizione necessaria è quella di rompere alcuni tabù: non considerare sacrilego l’utilizzo della teoria di un filosofo come base per l’osservazione empirica di un fenomeno sociale; non disdegnare l’ibridazione della filosofia con altre discipline. Già, perché l’utilità della filosofia, per i fondatori dei Cultural Studies, va ricercata in ultima analisi proprio nella sua ibridazione.

È una questione, quella dell’utilità della ricerca teorica, che può essere allargata ovviamente anche ad altre discipline, ma che si pone a mio parere con maggiore forza in relazione alla filosofia, proprio per la pretesa di quest’ultima di interpretare e concettualizzare il mondo. Si è buoni filosofi se si leggono tutti i libri di letteratura secondaria su Cartesio per tirarne fuori un’interpretazione del suo pensiero leggermente diversa dalle innumerevoli già presenti negli scaffali delle nostre biblioteche?

In parte credo di sì, perché il progresso umano è anche spirituale e può alimentarsi delle differenze marginali prodotte dagli studiosi e che, in ogni caso, servono a tenere in vita la circolazione di un sapere essenziale, come è appunto quello filosofico. D’altra parte, tuttavia, non penso che la funzione della filosofia possa e debba esaurirsi in questo, e credo che i Cultural Studies rappresentino un modello interessante, e probabilmente da imitare, per rendere gli studi filosofici più completi.

In Italia, purtroppo, la mia impressione è che tentativi di questo genere suscitino perlopiù il ghigno sarcastico dei difensori dell’ortodossia della materia. Credo che a molti sia capitato di aver partecipato a concorsi di dottorato in cui progetti di ricerca su autori contemporanei vengono penalizzati poiché ritenuti troppo difformi dal “canone” della filosofia in senso accademico.

Non voglio generalizzare, e so che in alcuni dipartimenti si sono avviati o si stanno avviando dei percorsi interdisciplinari e di riflessione sul contemporaneo, ma mi sembra che sia una tendenza ancora piuttosto minoritaria e che, soprattutto, spesso si fraintenda il senso dell’espressione “riflessione sul contemporaneo”. Si riflette di più sul contemporaneo, a mio parere, analizzando un caso concreto, sporcandosi le mani, o la testa, con l’osservazione diretta, e non solo discettando astrattamente e genericamente sul funzionamento della società nel suo complesso.

In linea generale, mi chiedo se la riduzione della filosofia ad un’analisi storico-interpretativa dei testi non rappresenti un parziale spreco di risorse intellettuali spesso pregiatissime, e che potrebbero contribuire ad un reale avanzamento della comprensione di certi fenomeni e non solo del proprio narcisismo misurato sul numero di pubblicazioni (magari lette da una decina di persone in tutto).

Mi sembra tra l’altro che proprio questa scarsa attitudine a confrontarsi con la realtà in tutte le sue sfaccettature e differenze produca il fenomeno, certo non solo italiano, del filosofo-tuttologo che, spesso da un salotto televisivo, parla di questioni politiche attuali citando Marx e Adorno ma magari ignorando anche i più banali dati economici o la serie di vicende storiche che dovrebbero costituire la base per intervenire su quelle stesse questioni.

Il filosofo che, insomma, pensa di poter applicare modelli teorici onnicomprensivi alla spiegazione di fenomeni che richiederebbero ben altra pazienza di analisi e fatica interpretativa. E la mia impressione è che proprio la chiusura autoreferenziale della filosofia come pratica accademica finisca per renderla goffa nei suoi tentativi di uscita dall’accademia stessa. Penso che la filosofia possa guadagnare uno spazio nel dibattito pubblico solo se accetta di illuminarne, volta per volta, un settore limitato, intervenendo quindi con la completezza di dati e informazioni che è prerogativa essenziale per chiunque voglia mettere il suo mattoncino nella comprensione pubblica delle dinamiche che ci circondano.

E attenzione, il senso finale di questo discorso non è: liberiamoci della teoria. Tutto al contrario, mi piacerebbe che ci fosse più teoria, che la teoria intervenisse con più frequenza e convinzione per gettare luce su meccanismi che probabilmente il filosofo, se accetta di mettersi in gioco, può spiegare meglio di altri. Non credo quindi che la filosofia sia inutile, ma credo che ci si debba sforzare di renderla utile, anche a costo di superare un senso di superiorità che, come spesso accade, ha come unico effetto quello di relegare chi lo assume nella sfera dell’irrilevanza.

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