3 Gennaio Gen 2015 1545 03 gennaio 2015

Nove libri americani per il 2015

Nove libri americani per il 2015

Jonathan Franzen

Il rischio è ripetersi. Sempre, in qualsiasi occasione, di qualsiasi argomento si tratti, il rischio è ripetersi. Parlando di libri, poi, scrivendo di nuove uscite a inizio anno e restringendo il campo agli autori americani è praticamente impossibile non ritornare su qualcosa di già detto. Il segreto è fregarsene. In uno dei giorni passati, appena usciti dalle feste cristiane e con la prospettiva di entrare in un 2015 dalle scarse prospettive, il direttore mi ha chiesto un elenco di romanzi americani attesi. «Ma finirò per scrivere degli stessi libri di cui ho già scritto. E se non ne ho scritto io, ne avrà scritto qualcun altro con le stesse premesse», ho obiettato. «Fregatene». «Va bene, Francesco», e così me ne sono fregato.

L’elenco che trovate di seguito è una felice summa di quanto posso avere esplorato negli ultimi mesi. Si tratta di autori americani, che hanno libri in uscita nell’immediato futuro in traduzione italiana. Per alcuni è disponibile un approfondimento (mio), per altri sicuramente qualcosa è reperibile in rete. Insomma, il 2015 della letteratura americana comincia con me che me ne frego, non può che migliorare.

Marilynne Robinson, Lila (Einaudi)
Traduzione di Eva Kampmann

Lasciatemi essere profetico: il destino di Marilynne Robinson è accostabile a quello (fortunato) di Alice Munro. Presto ci troveremo a vedere passare dai nostri scaffali tutta la sua bibliografia in edizioni pregiate. O per lo meno così dovrebbe succedere. Per anni dopo il suo esordio nel 1980 Robinson ha lasciato perdere la narrativa per riempire i posteri di grandi opere di non-fiction. Poi, nel 2004, ha pubblicato Gilead e il mondo dei lettori ha sgranato gli occhi in estatico stupore. La serie è continuata attraverso Casa, nel 2010, e ora si prepara al proprio coronamento. Lila è decisamente un libro stupefacente che tira le fila di una carriera stupefacente (che mi auguro ancora lunga, ma ragionevole) fatta di titoli immediati e brevi. Intensi come spari nel buio.

Joyce Carol Oates, I maledetti (Mondadori, gennaio)

Chi ha scritto del nuovo romanzo di Joyce Carol Oates in Italia, è rimasto affascinato dalla recensione di Stephen King sul New York Times . Posto che Oates è sicuramente una delle migliori scrittrici americane in vita, e non è cosa banale, le premesse del cosiddetto “ciclo gotico”, tra fantasmi, vampiri e non-morti, non mi hanno mai stuzzicato più di tanto. King è perentorio: «È terrificante, va letto». Va bene, farò del mio meglio.

Claudia Roth Pierpont, Roth scatenato (Einaudi, gennaio)

Philip Roth è una mia ossessione e questa biografia è l’unico libro di non-fiction che cito nel mio piccolo elenco, proprio perché non potrei farne a meno. La prospettiva di conoscere la vita di Roth mi dilata i pori della pelle e mi rigenera l’umore. L’idea di sapere quello che per cinquant’anni lui ha accuratamente evitato di rivelare un po’ mi inquieta. La promessa è quella di svelare la genesi di più di trenta libri, che tradotto vuol dire scavare come avidi archeologi al di sotto della scorza del maestro. Marco Rossari, non molto tempo fa, mi spiegava quanto è difficile arrivare al vero Roth, perché per anni lo scrittore ha messo davanti a sé strati su strati di finzione, fino a diventare irriconoscibile come essere umano. Non so a quali conclusioni è arrivata Roth Pierpont, ma sicuramente non vedo l’ora di scoprirlo.

Ben Lerner, 10:04 (Sellerio, febbraio)
Traduzione di Martina Testa

Ho già avuto modo di farlo presente, ma Ben Lerner è uno degli scrittori più straordinari del panorama americano contemporaneo. Senza mezzi termini e senza timore di essere smentito. D’altronde esiste abbastanza stampa favorevole attorno a 10:04 per supportare questa mia sensazionalistica affermazione. Una scrittura poetica e grave, incalzante come una schiera di tamburi sul piede di guerra e delicata come il tocco di un violino da camera. Una storia intima e universale allo stesso tempo, fatta di piccole discussioni e grandi rivelazioni, tragedia e ironia.

Emily Gould, Due di noi (DeAgostini, febbraio)

La storia di Emily Gould è fatta di salite e cadute calcolate. Il suo vero esordio è stato con un libro meraviglioso intitolato And The Heart Says Whatever, una raccolta di pezzi semi-autobiografici mai tradotta in Italia e con alle spalle una strana vicenda di rifiuti critici a causa dell’occupazione della scrittrice. Poi è venuto un periodo di relativa calma, fatta di tentativi di reinvenzione, della scoperta della terza persona e della formulazione di quello che sarebbe stato il suo primo romanzo: Due di noi. Benché si tratti di una vicenda leggera, la scrittura fresca di Gould non è cosa da poco. Trasuda di studio e di impegno, di determinazione e di volontà di riaffermazione, oltre a essere una delle poche voci sincere nel panorama pseudo-hipster di Brooklyn.

Kurt Vonnegut, Quando siete felici, fateci caso (minimum fax, febbraio)
Traduzione di Martina Testa

Sì, è una raccolta di discorsi agli studenti. Sì, è Kurt Vonnegut. Ma se tanto mi dà tanto, questo piccolo libro è destinato a diventare un oggetto di culto come lo è stato Questa è l’acqua, di David Foster Wallace, o di commozione, come quel bellissimo L’egoismo è inutile di George Saunders. E non si è mai detto che io mi faccia sfuggire un culto o una commozione.

Phil Klay, Redeployment (Einaudi, maggio)
Traduzione di Silvia Pareschi

Anche riguardo Phil Klay ho un’idea abbastanza precisa di cosa aspettarmi. Intanto il suo Redeployment ha vinto il National Book Award per la narrativa, pur non essendo completamente fiction. La fortuna di Klay, per lo meno negli Stati Uniti, è di avere imbroccato un periodo in cui i lettori cercano un sentimento sempre più autentico e una raccolta di racconti ambientati attorno a situazioni di guerra non possono che stimolare i più sensibili. Klay ha un animo predisposto e la penna leggera, lo dimostra ogni volta che scrive qualcosa, e il fatto di accostarsi a temi tanto gravi e vicini alla sua esperienza personale non fa che esaltarlo.

Toni Morrison, God Help The Child*

Leggendo qui e là riguardo al nuovo romanzo di Toni Morrison, il cui titolo è già di per sé rivelatore, mi è venuto in mente un libro notevole, uscito in Italia qualche anno fa per 66th &2nd. Si chiamava Il dolce sollievo della scomparsa, di Sarah Braunstein. Era un libro doloroso ed era ambientato in quello strano limbo psicologico nel quale piombano i genitori dei figli rapiti, scappati o semplicemente svaniti nel nulla. La scrittura risentiva molto dell’incertezza dell’esordio, ma nel complesso è sicuramente un’ottima lettura da recuperare. Pensare a Morrison alle prese con un tema vicino a questo mi solletica il palato. Argomenti dolorosi per una scrittrice dolorosa, che arranca nel buio alla ricerca di quell’unico punto di luce che è la vita adulta, ma che risentirà per sempre dei traumi infantili.

Jonathan Franzen, Purity*

Lo ammetto: dopo Libertà, Franzen lo prendo ad occhi chiusi e cuor leggero. È la mia seconda debolezza letteraria più grande. La prima è Roth, per cui fin troppo facile. Il suo quinto romanzo dovrebbe uscire in autunno per Farrar, Straus & Giroux, per cui lo vedremo nella primavera del 2016 in Italia. Jonathan Galassi, presidente di FSG, ha dichiarato che «non si tratta di realismo in senso stretto, nella storia c’è un certo sottotesto mitico», non so bene cosa voglia dire. Quello che so è che si tratta della vicenda di una donna in cerca della vera identità del padre. Qualsiasi cosa sia, è forse il libro che aspetto di più in assoluto. Possiate perdonarmi.

*Ho barato: questi sono libri che ancora non hanno una data di uscita per l’Italia, ma tant’è. Provate a sostenere che non sono importanti.

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