8 Gennaio Gen 2015 1115 08 gennaio 2015

“Charlie Hebdo” nei paesi musulmani

“Charlie Hebdo” nei paesi musulmani

Assafir Libano Evidenza 2

Ieri dopo il terribile attacco a Charlie Hebdo sono rimasto un po’ in silenzio. Ero stupefatto, ma anche pieno di domande. Aprivo i giornali, le tv, Twitter, e ovunque leggevo la parola “Islam”. E avevo un’unica certezza vera, fra mille domande, ovvero che la parola “Islam” era una parola che non mi tornava.
E un’unica domanda, per la testa: cosa si pensa davvero nei paesi a maggioranza musulmana?

E così, fra le mille cose da cliccare e da leggere — e le mille cose da non cliccare e non leggere — ho provato a capire che cosa stessero dicendo da lì. Ho cercato su Twitter le tendenze degli hashtag (ovvero per chi non lo sapesse, di cosa si parla di più) nei singoli paesi musulmani: Marocco, Egitto, Libia, Libano, Siria, Indonesia – che con 250 milioni di abitanti è il paese musulmano più grande del mondo. In ciascuno, #charliehebdo era la parola più usata, la prima della lista. E lo era scritta in alfabeto latino, come fosse scritta per noi, per noi europei, occidentali. Come se ci stessero dicendo, da tutto il mondo: «Siamo con voi».

Poi mi sono detto: questo dice Twitter, ma i giornali? I giornali di Paesi spesso non proprio democratici? Cosa dicono? E così mi sono messo a cercarli. A vederli, tutti, dal Marocco all’Arabia Saudita, passando per Palestina e Iraq, aprono la home con Charlie Hebdo. E descrivendolo tutti come un attacco violento, inaccettabile, un atto terroristico.

Molti usano addirittura una foto con lo slogan “Je suis Charlie come apertura. In Libano, il quotidiano Assafir apriva con la parola “Solidaridet”.

Ahdat (Marocco)

L’articolo di apertura comincia così: «Quello che è successo mercoledì (7 gennaio) rimarrà registrato nella storia dell’umanità. Un giornale satirico è stato attaccato con armi pesanti da parte di terroristi che sostengono di essere musulmani. È un orrore assoluto. La mia simpatia e solidarietà con la redazione del giornale Charlie Hebdo, con le famiglie delle vittime, e con lo Stato francese.»

Al-Fadjr (Algeria)

Akhbar El Yom (Egitto)

Al Quds (Palestina)

Asharq al-Awsat (Arabia Saudita)

Al Wafd (Egitto)

Azzaman (Iraq)

Assafir (Libano)

Tendiamo a dimenticare che il mondo musulmano è, in larga misura, il nostro mondo. Ma le zone che sono di fatto in guerra coltivano anche in seno endemicamente sacche di terrorismo e violenza; le coltivano perché sono in guerra, non perché sono musulmane.

E ancora. Noi non usiamo la parola “ebreo” quando Israele attacca qualcuno. Non usiamo la parola “cristiano” quando un norvegese stermina suoi coetanei lontano dai valori tradizionali. Un attacco terroristico, un gesto di violenza, una guerra, è tale a prescindere dalla sua matrice. Togliamo dall’informazione e dalla narrazione di queste tragedie la parola “Islam”.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook