9 Gennaio Gen 2015 2330 09 gennaio 2015

Quantitative Easing: tanto rumore per (quasi) nulla?

Quantitative Easing: tanto rumore per (quasi) nulla?

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C’è chi dice sarà il 22 gennaio, a tre giorni dalle elezioni in Grecia. C’è chi, invece, pensa che la Banca Centrale Europea non possa permettersi di annunciare misure straordinarie a ridosso di un appuntamento elettorale che potrebbe sancire l’addio ellenico alla moneta unica e che aspetterà la successiva riunione del Consiglio, a marzo. Quel che è certo è che il dado, ormai, pare tratto. Che sia tra pochi giorni o tra poche settimane, l’istituto guidato da Mario Draghi è ormai prossimo a lanciare quello stimolo all’economia europea annunciato ormai dal 2012. Che Draghi ha definito “bazooka”, ma che in gergo tecnico – e giornalistico, ormai – prende il nome di Quantitative Easing.

Prima di tutto, di che si tratta. In italiano, Quantitative Easing si traduce in “alleggerimento quantitativo”. Concretamente, la Banca centrale europea stamperà 1.000 miliardi di euro per acquistare dalle banche i titoli di Stato dei paesi dell’area Euro, dai Bund tedeschi ai nostri Btp. Una misura, questa, che si spera possa generare una specie di reazione a catena: le banche aumentano la liquidità a loro disposizione, che si suppone prestino alle imprese e ai privati per finanziare i loro investimenti e i loro consumi.

Non solo: una tale massiccia iniezione di denaro dovrebbe svalutare ulteriormente l’Euro, rendendo più competitive le nostre esportazioni sui mercati extra-continentali. Generando, a sua volta, nuovi investimenti e nuovi consumi. Tutto questo dovrebbe portare a una crescita delle economie europee, che a sua volta migliorerebbe lo stato dei conti pubblici – maggiori introiti fiscali – e permetterebbe ai governi di migliorare, grazie alla crescita del denominatore, il rapporto debito/Pil e deficit/Pil.

Una panacea, insomma. Peraltro, già sperimentata con successo dagli Stati Uniti d’America, dal Regno Unito e – con qualche distinguo in più - dal Giappone. Andiamo con ordine, però, partendo proprio dal caso di maggior successo, quello americano. Oltreoceano c’è una banca centrale, la Federal Reserve, che tra i suoi obiettivi non ha solo quello di mantenere i prezzi in equilibrio, come la nostra Banca Centrale, ma anche quello di sostenere la piena occupazione della forza lavoro. Così, dal 2009 ad oggi la Fed ha immesso sul mercato circa 3,5 miliardi di dollari, attraverso tre consecutive operazioni di Quantitative Easing. Operazioni che stanno rallentando in questi ultimi mesi e che hanno portato a una crescita del Pil del 3,9% e un calo della disoccupazione al 5,6% a fine 2014.

Analogo l’intervento della Banca d’Inghilterra – che a differenza della Fed ha come obiettivo solo il contenimento dell’inflazione – e che tra il 2007 e il 2012 ha immesso nel sistema circa 350 miliardi di sterline. Grazie a questo intervento, insieme al grande influsso di capitali e di forza lavoro dall’estero e al contenimento delle imposte, la Gran Bretagna è riuscita già da un paio d’anni a far tornare il proprio Pil sui livelli pre-crisi.

Il caso più recente – e anche il più controverso - è quello giapponese, in cui il Quantitative Easing non è che un pezzo di una più ampia strategia di politica economica che prende il nome di Abenomics, dal premier giapponese Shinzo Abe, leader del Partito Liberaldemocratico, che l’ha promossa una volta tornato al Governo. In Giappone, il governatore della banca centrale, Haruiko Kuroda, ha comprato titoli di Stato per circa 1.500 miliardi di Yen. Grazie a questo stimolo, così come a una politica fiscale espansiva mirata a stimolare la crescita attraverso l’aumento della spesa pubblica e a un programma di riforme strutturali di lungo periodo tali da consentire l’aumento degli investimenti del settore privato, maggiore concorrenza e un innalzamento del tasso di popolazione attiva, ha portato a una crescita del Pil del 3,5% nel 2013, a una crescita del valore della Borsa di Tokyo del 55%, a una crescita delle esportazioni del 12% e a 300 miliardi di avanzo commerciale. È bastato tuttavia l’aumento dell’Iva dal 5 all’8% per portare a un forte calo del Pil e dei consumi, più forte di quello successivo allo tsunami del 2011.

Perché no, insomma? Se altrove immettere liquidità nel mercato ha funzionato, perché non dovrebbe funzionare da noi? I dubbi, oltre che dal governatore della Banca Centrale tedesca Jens Weidmann, sono alimentati anche da diversi analisti finanziari. Secondo Michael Heise, chief economist di Allianz Se a Monaco – che ha esposto la sua tesi sul Wall Street Journal del 7 gennaio 2015 -  il Quantitative Easing è la «medicina sbagliata per l’Europa». Il motivo è semplice: Europa e Usa sono due cose diverse. In particolare, le imprese americane si finanziano in Borsa, quelle europee – soprattutto le piccole e medie imprese europee - in banca. In altre parole: l’immissione di liquidità nel sistema economico, in America, è istantantea, mentre in Europa è necessario che le banche prestino soldi alle imprese.

Lo faranno? Secondo Antonio Gallo del Financial Times non è detto, anzi: «Le banche europee sono ancora molto deboli; il 10% di loro ha fallito gli stress test della Bce dello scorso ottobre e un altro 24% li ha passati con un margine molto ridotto. Questo suggerisce che circa un terzo delle banche non sono nella forma migliore per ricominciare a prestare denaro». Non lo dice, Gallo, ma c’è anche un altro particolare, non di poco conto: quante sono le imprese europee – o peggio, le imprese italiane – che hanno voglia di andare in banca a chiedere denaro per investire?

Non sono solo loro ad avere dei dubbi. Il Financial Times ha chiesto a 32 economisti dell’Eurozona, che lavorano nel settore finanziario, cosa ne pensassero del Quantitative Easing. La risposta è stata quasi unanime: non aiuterà a far salire i prezzi e la crescita. «Non è la panacea dell’area-Euro – ha detto Carsten Brzeski di ING DiBa -, convinto che l’unico stimolo possibile sia iniziare contemporaneamente un programma pubblico di investimenti finanziati a debito». Il sottotesto, anche in questo caso, è esplicito: l’economia privata, da sola, non è in grado di ripartire.

Stando così le cose, allora, che succederà quando Draghi premerà il grilletto del suo «bazooka»? Probabilmente, pensano molti tra loro, il denaro finirà per essere utilizzato dagli speculatori più per operazioni finanziarie a breve che per investimenti di lunga durata. Ancora, c’è chi pensa che quel denaro sarà preso in prestito da multinazionali e grandi banche per fare buy-back, ossia ricomprarsi le proprie azioni. Altri ancora credono che le banche, pressate dai governi nazionali, finiranno per usare i soldi ricevuti per aver venduto titoli di Stato, per comprare altri titoli di Stato. Un giochino, questo, che potrebbe servire opportunisticamente ai paesi come l’Italia per allargare un po’ i cordoni della spesa pubblica. E che ci metterebbe, tuttavia, nelle condizioni di dover sperare che Draghi ci regali, più prima che poi, un nuovo Quantitative Easing.

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