13 Gennaio Gen 2015 0030 13 gennaio 2015

Cosa succede se Syriza vince le elezioni

Cosa succede se Syriza vince le elezioni

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A quanto racconta il Wall Street Journal, banche e altre istituzioni europee come Citigroup e Goldman Sachs stanno già preparandosi al peggio: il giorno del giudizio è fissato per il 25 gennaio, attorno alle 22, quando verranno diffusi i primi risultati delle elezioni greche. L’ultimo sondaggio utile, datato 11 gennaio, vede per il momento in testa il partito di estrema sinistra Syriza, in crescita, con il 28,1% dei consensi. A poco meno di tre punti percentuali di distanza, Nia Demokratia, il partito del premier uscente Antonis Samaras. Nessun altro, oltre a loro, ha possibilità di vittoria.

A tenere col fiato sospeso questi giganti della finanza e l’Europa intera è la possibilità che a vincere siano Syriza e il suo leader Alexis Tsipras. Basti pensare che il 9 dicembre scorso, giorno in cui Samaras ha anticipato il voto parlamentare per eleggere il Presidente della Repubblica – in caso di “fumata nera” sarebbe stato automatico il ritorno alle urne – la Borsa di Atene ha perso 12 punti percentuali in un giorno solo.

Il motivo di tanta paura è piuttosto ovvio: la Grecia, nel 2010, si è salvata dal default grazie a un super-prestito di 110 miliardi di euro, negoziato con il Fondo Monetario Internazionale, la Commissione e la Banca Centrale Europea – la cosiddetta e celeberrima Troika -, seguito poi da un ulteriore prestito di 130 miliardi nel 2012 e 35 nel 2012. In cambio, la specialità della casa: un mix di sforbiciate e nuove tasse, la sospensione dal lavoro di 30mila dipendenti statali, pensioni a 67 anni,  tagli alla sanità, prelievo forzoso dai conti correnti, tasse patrimoniali sulla casa.

Oggi i conti sono più o meno a posto e l’ultimo dato disponibile del Pil dice +0,7 per cento. Tuttavia, la disoccupazione è al 26%, un giovane su due è senza lavoro, gli stipendi sono dimezzati. E soprattutto, ci sono ancora degli impegni da mantenere, con la Troika. Impegni che Samaras ha promesso di mantenere e che Tsipras, invece, vorrebbe ridiscutere. Vincesse Syriza, infatti, il neo Primo Ministro si troverebbe subito di fronte a un gran problema. Il programma di aiuti della Troika, infatti, scadrà il prossimo febbraio: per avere 1,5 miliardi di euro per ripagare il debito nei mesi successivi. Senza quei soldi, la Grecia va in default.

Non solo: c’è anche la questione delle banche. La Bce, non bastasse, sta pure garantendo la sopravvivenza agli istituti di credito greci, che hanno uno sbilancio complessivo di circa 3 miliardi di euro. Ovviamente, anche in questo caso, a determinate condizioni. Nel caso smettesse, le banche greche imploderebbero e la Grecia, per salvarle, sarebbe di fatto costretta a uscire dall’Euro, tornando alla dracma.

A quel punto, insomma, inizierebbe il braccio di ferro tra Tsipras e la Troika. Un braccio di ferro molto delicato: il nuovo premier greco non ha la minima intenzione di uscire dall’Euro, ma potrebbe minacciare il ritorno alla dracma, per riuscire a rinegoziare il debito o per mitigare gli effetti della cura a base di austerità degli ultimi anni. Allo stesso modo, nessuno in Europa vorrebbe la Grecia fuori dalla moneta unica, poiché, come spiega Simon Nixon sempre sul Wall Street Journal, «finora la sopravvivenza dell’Eurozona si è retta sulla fede nella sua irreversibilità (…), ma d’altra parte richiede anche che la possibilità dell’uscita dall’euro sia reale ». La crisi greca, continua, «sta spingendo questo paradosso al limite».

Ognuno dei due contendenti, insomma, conosce le proprie debolezze e quelle dell’altro. In un mondo perfettamente razionale finirebbe come preconizzato dall’editorialista del Financial Times Tony Barber: «Se vincerà Alexis Tsipras, i creditori della Grecia saranno abbastanza saggi da offrirgli, in qualità di leader eletto democraticamente, un po’ di carote in cambio del bastone». Ad esempio, dovrebbero permettergli «obiettivi più bassi relativamente al surplus di bilancio» per permettere al leader di Syriza «di aumentare i salari minimi, anche se di molto meno rispetto al 50% che aveva proposto nel programma». O ancora, dovrebbero prendere in seria considerazione l’ipotesi di ristrutturare il debito pubblico greco.

La moneta di scambio dovrebbero essere altre riforme, che non si vedono nemmeno col binocolo, nel programma di Syriza. Cosa che costringerebbe Tsipras a perdere parecchia credibilità politica con i suoi elettori, a pochi giorni di distanza dal voto, nel caso dovesse trovarsi nella condizione di dover piegare la testa al cospetto della Troika. Ecco perché, spiega ancora Barber, «la Germania e Bruxelles stanno mandando segnali agli elettori greci» parlando dell’uscita greca dall’Euro come qualcosa di «accettabile» e non più in grado di mettere ko le banche e le economie di mezza Europa, tedesca e francese in primis.

Succederà? No, probabilmente, anche perché quasi i due terzi stessi greci, secondo un recente sondaggio, preferirebbero tenersi l’Euro. Al massimo, come ammonisce Nixon, la dracma potrebbe tornare per caso o per errore: «Solo perché sarebbe disastroso, non vuol dire non potrebbe succedere», se per caso Tsipras non accettasse non solo i diktat della Troika, ma nemmeno condizioni più morbide. Voci raccontano che, sottobanco, le trattative sono già iniziate. Che con le elezioni portoghesi, spagnole e irlandesi alle porte, la situazione potrebbe diventare davvero esplosiva. 

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