20 Gennaio Gen 2015 0030 20 gennaio 2015

Le sette spine di Eurolandia

Le sette spine di Eurolandia

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Giovedì 22 gennaio, forse, sarà il giorno fatidico in cui Mario Draghi, Presidente della Banca Centrale Europea, annuncerà finalmente l’acquisto di titoli debito pubblico dalle banche del continente. Questo è, perlomeno quel che si aspettano i mercati. E chi, da anni, sta spingendo Mr.Bce a dar seguito a quel «faremo tutto quel che serve per salvare l’Euro» declamato oramai tre anni fa, che, per il momento, è bastato da solo a tenere la nostra moneta e le nostre economie sopra la linea di galleggiamento.

Non c’è solo questo, tuttavia. Il 2015 è anche l’anno di numerosi appuntamenti elettorali, dalla Grecia alla Spagna passando per il Regno Unito, che rischiano di minare alle fondamenta l’Unione stessa, così come la conosciamo. E ancora, è l’anno del Ttip, il trattato transatlantico che ridefinisce i rapporti commerciali tra noi e gli Stati Uniti, che rischia di avere effetti dirompenti pari all’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, nel 1996. Per non parlare delle tante, troppe questioni irrisolte, dalla tassazione delle multinazionali alla minaccia terroristica e alla necessità, sempre più impellente ormai, di una difesa del territorio, se non comune, perlomeno coordinata. Sette spine, queste, che ornano la trama blu della bandiera quanto e più delle dodici stelle. Se affrontate con lungimiranza, ognuna di queste questioni, può diventare una pietra su cui costruire l’Europa di domani. Altrimenti, ognuna di esse, è una pietra al piede che potrebbe affondarla.

Quantitative Easing: quali munizioni per il «bazooka» di Draghi?

22 gennaio, dicevamo. O forse marzo, ancora non si sa bene. Più che “se” o “quando”, tuttavia, la questione che ormai aleggia sulla testa di chi spera nel Quantitative Easing – l’acquisto di titoli di Stato da parte della Banca Centrale Europea – per sistemare i propri conti pubblici o per rilanciare l’economia è “come”.

Secondo i giornali tedeschi, le opzioni sul tavolo sono quattro, molto diverse tra loro. Lo scenario migliore, per l’Italia, è che la Bce compri i bond in proporzione a quanti ne sono già stati emessi. In questo caso, noi e altri paesi che amano stampare debito pubblico – o meglio, le nostre banche – ne usciremmo con le tasche piene. La peggiore, prevede che gli acquisti si concentrino solo su quei titoli emessi da paesi con un rating AAA, cosa che ci escluderebbe del tutto dalla partita, o BBB-, cosa che escluderebbe Grecia e Cipro. Un'altra strada per noi pericolosa, la terza, prevede che la Bce acquisti titoli solamente dai paesi che rispettano gli accordi di bilancio (leggi: fiscal compact, rapporto deficit/Pil al 3% e compagnia cantante). La soluzione più probabile, ovviamente, è che si propenda per una strada di mezzo. Più precisamente, che gli acquisti di titoli di Stato siano effettuati in proporzione alle quote di partecipazione delle banche centrali alla Bce. E che magari, come vogliono i tedeschi, che siano acquistati dalle banche centrali dei singoli stati, per non pesare sul bilancio dell’Eurotower.

Le sinistre degli Stati del sud vinceranno le elezioni?

Chi sostiene che giovedì Draghi non annuncerà un bel nulla, motiva la sua opinione con la grande vicinanza con le elezioni greche di domenica 25. A meno di un programma di acquisti particolarmente generoso con Atene, infatti, qualsiasi annuncio potrebbe essere l’ultima pietra in grado di far pendere definitivamente il piatto della bilancia verso Syriza e il suo leader Alexis Tsipras. L’ultimo sondaggio, peraltro, dà il partito della sinistra radicale ellenica davanti di 3,8 punti percentuali sugli sfidanti di centro-destra di Nuova Democrazia. Solo qualche giorno fa. Un vantaggio che, Draghi o non Draghi, sale giorno dopo giorno.

A meno di clamorose sorprese, quindi, lunedì si aprirà una nuova fase politica dagli esiti incerti, in Europa. Con Tsipras che vorrà rinegoziare il proprio debito e la Troika che gli chiederà conto dei patti per le riforme siglati dal suo predecessore Samaras, per concederle l’ultima tranche di aiuti. Nel frattempo, questa svolta potrebbe mettere in fibrillazione altri paesi come il Portogallo, che voterà a marzo e la Spagna, che andrà alle urne nella seconda metà dell’anno. In entrambi i casi, a guidare i sondaggi, sono partiti che si muovono su posizioni simili a quelle di Syriza. Più precisamente, il Partito Socialista in Portogallo e Podemos in Spagna. Dovesse accadere, in tre dei quattro paesi sottoposti alla cura della Troika – manca l’Irlanda che a votare ci andrà nel 2016 - ci saranno tre governi allergici alle politiche di austerità. Tempeste finanziarie rieducative in arrivo?

Londra saluterà tutti?

Nell’Inghilterra post-blairiana non esiste una sinistra euroscettica. Una destra, semmai. Si chiama Ukip, è guidata da Nigel Farage e stando all’ultimo sondaggio vale il 16% dei consensi. Non sarebbe un problema, se non fosse che conservatori e laburisti sono appaiati con il 33% ciascuno. Rubare voti a Farage, insomma, è una questione capitale, e non da ieri. È anche per questo che David Cameron ha promesso che, se a maggio vincerà le elezioni, indirà un referendum per restare o meno nell’Unione Europea.  Secondo i sondaggi, l’esito del voto di tale, eventuale referendum sarebbe molto incerto.

Il patto euro-atlantico: catapulta o cappio?

Il 2015, salvo sorprese, dovrebbe essere anche l’anno di ratifica del Ttip, il Transatlantic Trade Investiment Partnership, un trattato tra Stati Uniti d’America e Unione Europea per favorire gli scambi commerciali e produttivi nei due continenti attraverso l’abolizione di ogni dazio e la creazione di regolamentazioni nuove e uniformi. Se Matteo Renzi ne ha parlato come di una «scelta strategica e culturale» in grado di rilanciare la nostra economia, auspicando la ratifica dell’accordo entro la fine dell’anno, altri, in particolare i partiti e le associazioni ambientaliste, parlano del Ttip come di uno strumento che avrà effetti devastanti sull’economia europea e sulla salute dei consumatori. Chi ha ragione non si sa, perché le negoziazioni si stanno svolgendo nella più totale segretezza, precludendo ogni possibilità di azione politica per contrastarle.

Rimarremo un paradiso per multinazionali?

Anche sapendone poco, una cosa è pressoché certa: a beneficiare del Ttip saranno soprattutto le imprese multinazionali o comunque quelle che già hanno le dimensioni tali per esportare, per le quali si apriranno spazi ulteriori per poter vendere le loro merci altrove. Non solo: con il trattato euro-atlantico le corporation avrebbero l’opportunità di rivalersi contro gli Stati attraverso un tribunale privato, qualora volessero contestare una regolamentazione statale o comunitaria.

Del resto, non sarebbe che l’ultimo regalo che gli Stati europei – alcuni, perlomeno – fanno alle multinazionali. In Lussemburgo, per esempio, in cui le tasse a malapena arrivano all’1%. O in Irlanda, in cui, per uno strano meccanismo le imprese americane come la Apple vi trasferiscono buona parte dei loro utili e finiscono per non pagare nemmeno un euro (o dollaro) di tasse. O ancora, come l’Olanda, in cui è consentito creare imprese a casella postale, senza alcuna unità operativa in loco, per poi trasferire tutti gli utili alle Bermuda, trasferimento che in Olanda è esentasse. Piccola consolazione: lo scorso 9 dicembre, i Paesi dell'Unione Europea hanno modificato la direttiva sulla tassazione dei profitti delle multinazionali e da allora, grazie a una piccola clausola, pare sia più difficile, per le società con sede nell’Unione Europea, pagare meno tasse del dovuto. Pare.

Dopo Charlie Hebdo: è l’ora di una difesa comune?

I guai per l’Europa non arrivano solo dalle multinazionali o dalla finanza, tuttavia. Il massacro di Parigi ha infatti scoperchiato la fragilità dell’Europa e la sua totale inadeguatezza a difendersi dalla minaccia del terrorismo internazionale. Il motivo? La sicurezza resta un affare interno e, proprio per questo, non esiste una strategia comune contro minacce come quelle della cellula che ha seminato morte per le vie di Parigi.  Proprio dalla capitale francese, ironia della sorte, si è sempre scagliata contro le proposte di una politica di difesa comune e di un comune esercito.

L’avanzata delle destre nei paesi del nord

Il terrorismo, oltre a mietere vittime, può anche concorrere a radicalizzare lo scontro sociale che, in molti paesi, ha già raggiunto la soglia di attenzione, soprattutto a causa del cocktail esplosivo di crisi e forte presenza di immigrati tra la popolazione residente. La Francia, già prima di Charlie Hebdo era l’epicentro di questa tendenza, con il Front National di Marine Le Pen arrivato ormai al 28% dei consensi. La destra xenofoba, peraltro, è in testa anche in Austria, con il Partito della Libertà che è in testa nei sondaggi con il  27%, sette punti in più rispetto al risultato delle elezioni del 2013. Lo stesso vale per l’Olanda, in cui Partito per la Libertà comanda nei sondaggi, anche se di poco, con il 21%. Chiudete gli occhi e immaginatevi un Europa, nel 2016 o nel 2017, in cui in Grecia, Spagna, Portogallo e Irlanda sta governando l’estrema sinistra euroscettica. Mentre in Francia, Olanda, Austria e magari pure in Danimarca, a governare sono gli euroscettici di destra. Riaprite gli occhi: c’è ancora l’Europa?

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