24 Gennaio Gen 2015 1630 24 gennaio 2015

Londra non è cara (se sai dove andare)

Londra non è cara (se sai dove andare)

Simon His Camera 0

«Spesso non sanno ancora cosa faranno o dove troveranno lavoro, e già scelgono dove abitare. Finiscono tutti in zona uno e due, solo perché ne hanno sentito parlare». In dodici anni di vita londinese, Stefano Barone, 42 anni, siciliano di origine, ha visto molti ragazzi arrivare nella capitale britannica, spendere tanti, troppi soldi per un affitto in centro, lottare per sopravvivere con un lavoro da cameriere e rimanere in poco tempo con quel che serve appena a prendere un aereo e tornare da mamma e papà. Rinunciando a ogni sogno. «Ho sentito i commenti di molti giovani delusi da questa città perché si sono ritrovati in breve al verde. O di gente che non è partita perché credeva di non poter campare qui». Ma questa “esperienza da sopravvissuti”, a Londra, si può evitare, spiega Barone in un caffé sulla collina di Harrow, un borgo a Nord Ovest di Londra a mezzora dal centro, dove è arrivato nel 2002. Qui ha iniziato con un lavoro da lavapiatti e un corso di lingua inglese. E oggi fa quel che ha sempre sognato di fare. Il compositore e il produttore musicale. «In Italia lavoravo per la casa discografica Emi. Poi a un certo punto mi sono sentito dire: hai gusti troppo britannici. E allora sono venuto dove avere gusti british non era un problema».

A Londra quindi, si può vivere e proliferare. «Basta sapere cosa fare, dove vivere e dove mangiare», continua Stefano, che insieme alla giornalista Natascia Orazi ha scritto un libro: Londra non è cara, se sai dove andare (Mondadori, 2014). Sei mesi di lavoro intenso sul campo per offrire una guida utile nel puzzle multietnico e stratificato di questa città.

Perché la capitale britannica non è solo Oxford Street, Camden Town o Notthing Hill. Alla città che tutti conosciamo come cara, posh e inarrivabile, se ne contrappone un’altra. Economica, casual, alla portata di tutti. «Londra si identifica negli opposti, e nella continua negazione delle realtà che trovi. Appena affermi una cosa, qui, ti imbatti subito nel suo contrario». Ecco perché è tanto probabile trovare un ristorante costoso quanto incontrarne uno davvero economico a pochi passi di distanza. Fuori dal mainstream e dal suo prezzario, esiste un’economia alternativa fatta di mercatini degli agricoltori e allevatori, locali ad accesso gratuito in cui l’arte si mischia ai dj set, posti in cui praticare uno sport senza spendere un solo pound. Ed è in questi luoghi che non solo si riesce a risparmiare, ma si accede anche a una dimensione più umana, «come lo è quella dei residenti». La cosa strana è che tutto questo non si concentra nelle periferie o in specifiche zone della città. Si può trovare ovunque. Basta conoscere.

«Harrow, ad esempio, è un posto davvero vivibile e a solo mezzora dal centro. Qui il tasso di criminalità è uguale a quello di Richmond, ma tutto costa la metà». Un elemento importante da considerare però, spiega Barone, sono le distanze. La città si estende su una vasta superficie e la casa si sceglie non in base ai nomi dei quartieri che più suonano familiari ma considerando ciò che si ama, lo stile di vita che si vuole e si può condurre. «Il mio consiglio, per chi arriva in città, è di non legarsi subito a una certa area. Bisogna cercare una situazione economicamente accettabile ma allo stesso tempo non troppo vincolante. Per poter valutare meglio dove vivere in un secondo momento, quando si trova lavoro». Oppure, aggiunge, quando si impara a conoscere la zona della città che più rispecchia i propri interessi, e la propria condizione economica. «Chi lavorerà nella finanza cercherà di avvicinarsi alla City, chi è interessato al commercio indipendente cercherà una casa in East London, o Brixton o Brick Lane. Così anche chi si occupa di arte», spiega.

Anche il divertimento, a Londra, non è da cercare esclusivamente tra Camden Town e Soho. «Queste zone hanno un ruolo nostalgico, vintage. Rappresentano la Londra che era. Oggi le energie più fresche si trovano a East London, Hoxton, Shoreditch, Dalston. E ci sono nuove aree che stanno vivendo il loro momentum. Stoke Newington, ad esempio».

Stefano si toglie qualche sassolino di tasca. «Il mio primo colloquio di lavoro è stato come l’esame di cinese di Beningni nel Mostro. Non ho capito nemmeno “What’s your name”. Arrivato a Londra, la lingua è stato il mio principale ostacolo. Intanto, vedevo i ragazzi appena arrivati da Germania e Norvegia che parlavano fin da subito un buon inglese e riuscivano prima di me a cogliere le opportunità di questa città. E chi ce le ridà indietro le eneregie e il tempo che servono per imparare da capo una lingua? La scuola italiana avrebbe già dovuto farlo». Per questo Barone consiglia di dedicare più tempo possibile allo studio dell’inglese, attraverso video, serie televisive, corsi. «Serve anche per acquisire una forma mentis diversa, britannica», spiega. Decisamente utile per inserirsi nel mercato del lavoro. La chiave di volta per Stefano è stato scoprire che l’inglese è fatto di combinazioni fisse di parole. Per iniziare a parlare non serve una grossa base grammaticale. Bisogna assimilare il modo in cui le varie situazioni vengono descritte. Sempre allo stesso modo. Occorre prestare attenzione a quel si dice in certe circostanze. Sempre le stesse cose. «Gli inglesi non partono mai dalle regole, ma da una serie di frasi già pronte all’uso per ogni specifica occasione. Si basano sulla consuetudine. Così come accade nel loro sistema legale».

E poi il lavoro. Anche qui Stefano ha dovuto faticare un bel po’ prima di capire il segreto del mondo professionale britannico. «Della tua esperienza professionale in Italia se ne fanno davvero poco, racconta. Conta invece aver lavorato qui. Ed è molto più importante, ad esempio nel mio campo, aver organizzato un piccolo concerto per una associazione di beneficienza locale che aver seguito l’intero tour di Vasco Rossi in Italia. Perché in questo caso hanno un termine di paragone valido per capire se sei capace o meno. Non si fidano degli standard italiani perché non li conoscono».

A Londra Stefano ha realizzato i suoi sogni professionali. Una meta che dopo aver letto il suo libro non appare così inarrivabile. Perché questa città, scrivono Stefano e Natascia, «non è una città, ma tante città, non è uno stile di vita ma un insieme di stili di vita». E in questo miscuglio chiunque può trovare la propria dimensione. «Al meglio delle proprie possibilità».

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