5 Febbraio Feb 2015 1215 05 febbraio 2015

I numeri spiegano perché la Troika ha fallito in Grecia

I numeri spiegano perché la Troika ha fallito in Grecia

Grecia Proteste

La Grecia e il suo nuovo governo di sinistra, sono al centro delle cronache economiche di queste ultime settimane. La rinegoziazione del debito richiesta dal governo, e il braccio di ferro intrapreso nelle ultime ore con la Bce sulle operazioni di finanziamento del settore bancario sono gli ultimi fatti di una crisi lunghissima, i cui sviluppi sono spesso e volentieri raccontati secondo la narrativa dell’insuccesso delle politiche di austerità, dove con questo termine ci si vorrebbe probabilmente riferire a un insieme eterogeneo di scelte di politica economica intraprese dall’inizio della crisi Greca in particolare, e della zona Euro in generale.

Se la Grecia crescesse più di quanto faccia ora, la quantità di debito ripagabile sarebbe nel lungo periodo ben maggiore

Ma oltre le etichette, cosa non ha funzionato nello scambio sostegno finanziario – non ci dimentichiamo che la Grecia da sola non sarebbe in grado di finanziare deficit pubblici sui mercati finanziari ed è anche per questo che il surplus è necessario sia nell’euro, sia al di fuori dell’euro – per riforme? Lo scontro politico nell’Ue ora verte sulla grandezza dei flussi di surplus prospettici, che in valore attuale sono uguali al valore ripagabile del debito pubblico detenuto in gran parte da istituzioni pubbliche, ma pare evidente che in un’economia senza crescita il valore percentuale del surplus di bilancio dice poco della grandezza assoluta dello stesso. Se la Grecia crescesse più di quanto faccia ora, la quantità di debito ripagabile sarebbe nel lungo periodo ben maggiore. È perciò essenziale comprendere il perché le riforme intraprese non abbiano apportato frutti nel medio periodo, e se l’austerità abbia giocato un ruolo in tutto ciò.

Fonte: elaborazione Link Tank

Fonte: elaborazione Link Tank

Fonte: elaborazione Link Tank

Fonte: elaborazione Link Tank

Fonte: elaborazione Link Tank

Fonte: elaborazione Link Tank

Il set di grafici cerca di descrivere – in modo del tutto intuitivo e non esaustivo – la dinamica pre e post crisi, paragonando la Grecia agli altri Paesi fortemente sotto stress nel periodo in questione – Irlanda, Portogallo e Spagna. Innanzitutto vi è da notare l’arcinoto andamento dei tassi di cambio reale, misura indiretta della competitività dei beni e servizi greci sui mercati internazionali.

La Grecia non è stata capace di contenere i prezzi dei propri beni e servizi commerciabili: non stupisce che le esportazioni siano al palo

Come si nota, dopo un peggioramento del cambio reale pari quasi al 30% (ma inferiore se invece del costo del lavoro unitario si usasse una stima basata sull’indice dei prezzi) nel 2014 il tasso di cambio è ritornato ai livelli del 2000. Sembrerebbe dunque, a prima vista, che la Grecia sia ritornata competitiva. Eppure, utilizzando un indicatore più appropriato, quello dei prezzi relativi dell’export rispetto ai competitor, si può notare come in pratica la Grecia non sia stata capace di contenere i prezzi dei propri beni e servizi commerciabili: i prezzi relativi sono fermi dal 2010, dopo una correzione favorevole. Non ci si deve stupire, dunque, se le esportazioni siano al palo, soprattutto se paragonate alle dinamiche degli altri paesi. Nessuna buona notizia, nessuna competitività ritrovata.

La produttività oraria del lavoro, dopo essere cresciuta del 20% in sette anni è in picchiata

In più, la produttività oraria del lavoro, dopo essere cresciuta del 20% in sette anni (sebbene, forse, la bolla pre-crisi gonfi un poco le cifre) è in pratica in picchiata, ed è un caso unico fra i Pigs. Gli altri Paesi, sebbene in modo diverso, hanno sperimentato un aumento della produttività, accompagnata da salari reali per persona in pratica piatti, il che spiega l’andamento favorevole del costo del lavoro per unità di prodotto, una misura sintetica dei due indicatori. In Grecia, perciò, la curva del Clup (costo del lavoro per unità di prodotto, ndr) nel primo grafico è interamente spiegata dalla caduta vertiginosa del reddito reale per persona, non da un aumento del prodotto orario.

Il quadro che emerge è di un paese “unico”, rispetto anche ai Pigs: l’austerità ha tagliato la domanda, senza che il settore privato potesse migliorare

Il quadro che emerge è perciò quello di un paese “unico”, rispetto anche ai Pigs. Ci troviamo di fronte ad un “outlier”, a una economia in cui il settore privato è in gran parte assente o mal funzionante. “L’austerità” che ha colpito i trasferimenti pubblici verso le famiglie, spesso prebende non ce lo dimentichiamo, ha perciò tagliato le gambe alla domanda, senza che il settore privato interno, privo di incentivi efficaci al lavoro, agli investimenti, all’innovazione, potesse in qualche modo sopperire ai consumi di beni e servizi provenienti dall’estero, e senza i quali il tenore di vita è crollato. I disavanzi della partite correnti raccontavano la storia di un paese il cui settore privato è totalmente inefficiente. Sperare che le cose si sistemino solamente restituendo un minimo di sostegno pubblico al reddito è pia illusione: senza un’economia privata di mercato sana, senza riforme vere che Draghi continua - spesso inascoltato - a richiedere, la Grecia non ritroverà un sentiero robusto e duraturo di crescita. 

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook