7 Febbraio Feb 2015 0945 07 febbraio 2015

Lanzetta, quando “la normalità è rivoluzionaria”

Lanzetta, quando “la normalità è rivoluzionaria”

Intervista Maria Carmela Lanzetta

Maria Carmela Lanzetta è una tosta. E non per le consonanti forti del suo accento della Locride calabrese, di cui tra l’altro va molto fiera («mai dire “purtroppo si sente l’accento”», raccomanda). La sindaca antimafia è una che pesa le parole, anche nel tono, ma quando le cose le dice poi le fa. Anche a costo di rinunciare a poltrone e incarichi di prestigio. Com’è successo a fine gennaio: in poche ore ha detto no all’assessorato alla Cultura e all’istruzione, offertole dal neo governatore calabrese Mario Oliverio, perché uno dei suoi colleghi di giunta sarebbe stato Nino De Gaetano, nome coinvolto in un’indagine sul voto di scambio ma non indagato; e ha anche dato le dimissioni da ministro degli Affari regionali del governo Renzi perché ormai «avevo fatto sapere che me ne sarei andata».

Non una telefonata né da Renzi, né da Civati, suo punto di riferimento nel Pd. Qualcuno ha detto che al governo ne abbiano approfittato per farla fuori. Lei però ha fatto le valigie ed è tornata con il camice bianco dietro il bancone della sua farmacia di Monasterace, sullo Jonio calabrese. La stessa a cui avevano dato fuoco nel 2011 dopo esser stata rieletta sindaco, in un paese dove ’ndrine come i Ruga e i Vallelunga sono abituate a dettare le regole. La sindaca, invece, le regole voleva farle rispettare, ma «non ho fatto nulla di eccezionale», ripete più volte. «Ho solo fatto il sindaco, agendo nell’assoluta normalità dell’azione amministrativa». Ma in certi contesti «la normalità diventa rivoluzionaria». E che non si dica che arrivata alle terze dimissioni, cosa rarissima tra i suoi colleghi, abbia abbandonato la politica: «È stata una scelta di coerenza. Ma faccio ancora parte della direzione nazionale del Pd, dove continuerò a rappresentare le istanze della Calabria».

Com’è andato il ritorno?
Il ritorno in farmacia a Monasterace è andato bene. Ha significato riprendere le fila di una vita fatta di rapporti umani consolidati negli anni, sentirsi dire da tanti “Benvenuta Maria”, “Benvenuta dottoressa”.

Ma com’è iniziata la sua esperienza in politica?
Io ho studiato a Bologna, e ho vissuto per un periodo a Milano. Con mio marito poi abbiamo deciso di tornare in Calabria, seguendo l’idea che chi si era formato altrove potesse tornare nella sua terra a restituire quello che aveva appreso. Da allora, mentre facevo la farmacista, mi sono sempre impegnata in associazioni culturali che avessero come obiettivo anche attività di tipo sociale. In mezzo alla gente ci sono sempre stata. Finché nel 2006 con degli amici abbiamo deciso di presentarci alle elezioni comunali con una lista civica di centrosinistra, e sono stata eletta sindaco. Nel 2011 poi sono stata riconfermata.

Ed è qui che sono cominciati i problemi, che poi l’hanno portata a diventare “sindaco antimafia”, simbolo delle donne contro la ’ndrangheta.
Durante il primo mandato hanno bruciato la macchina a due degli assessori della giunta, e abbiamo cominciato a ricevere lettere anonime di minaccia. Nel 2011, dopo un mese dalle elezioni, mi hanno bruciato la farmacia e ho cominciato a ricevere lettere anonime molto pesanti. Finché nel 2012 hanno sparato cinque colpi di pistola contro la mia macchina e la farmacia.

Da allora lei è sotto scorta. Cosa significa vivere sotto scorta?
È una vita difficilissima. Ci sono sempre persone che mi seguono per tutte le attività esterne e questo di certo riduce la libertà personale.

Cosa aveva fatto per far dar fastidio ai clan della zona?
Come le mie colleghe sindaco, credo nel rispetto delle regole e sono da sempre impegnata a fare della normalità una regola di vita. Tutta la mia attività amministrativa è stata indirizzata a ricostruire un comune in difficoltà, facendo rispettare le regole dagli appalti all’urbanistica, dall’ufficio tributi agli uffici amministrativi. Ho fatto il sindaco facendo rispettare le regole e la legalità, difendendo il territorio, il paesaggio e i beni archeologici. Insomma diaciamo quello che dovrebbe essere la normalità dell’azione amministrativa. Se questa normalità scatena reazioni intimidatorie ciò significa che, in certi contesti, la normalità diventa rivoluzionaria.

"Credo nel rispetto delle regole e sono da sempre impegnata a fare della normalità una regola di vita. Se questa normalità scatena atti intimidatori, significa che in certi contesti la normalità diventa rivoluzionaria"

Nel 2012 arrivano le sue prime dimissioni da sindaco di Monasterace.
Dopo i colpi di pistola avevo deciso di lasciare. Ho pensato che non sarei stata più libera di amministrare il comune come meglio credevo. Poi per l’enorme sprone ricevuto, anche da parte dell’allora segretario del Pd Pierluigi Bersani, ho deciso di rimanere.

Nel luglio 2013 si è dimessa di nuovo, per la seconda volta.
La seconda volta mi sono dimessa in contrasto con la giunta, dopo che uno degli assessori aveva votato contro la costituzione di parte civile in un processo in cui era coinvolto un ex tecnico del comune.

Allora in una intervista disse che era «delusa dalla politica».
Allora stavo cercando di portare avanti una battaglia per essere ascoltata, per portare all’attenzione della politica nazionale le difficoltà di amministrare comuni e piccoli comuni, del Sud soprattutto. Il mio obiettivo era porre all’attenzione della politica le sofferenze di tutti gli amministratori che vivono situazioni difficili, in Calabria come a Como o Bologna. Situazioni difficili che poi ho dovuto e voluto affrontare da Ministro. Per me la politica deve essere questo: agire non per sé ma per i problemi degli altri. 

Tant’è che lei il suo stipendio da sindaco non lo ha mai ritirato.
Sì, non ho mai ritirato il mio stipendio di sindaco, circa 100mila euro, devolvendolo interamente alle attività del comune. Per anni ho cercato di evitare il dissesto del comune, che potevo già dichiarare nella prima sindacatura, visto i conti disastrosi che avevo ereditato. Ma erano talmente disastrosi che alla fine non ce l’abbiamo fatta.

Poi nel 2013 è comparsa nel pantheon della sinistra di Pippo Civati durante il confronto televisivo per le primarie del centrosinistra. Se lo aspettava?
No, non me lo aspettavo. Allora neanche conoscevo Civati. È stato molto emozionante.

Allora non era ancora una civatiana, quindi.
Sono stata eletta successivamente all’assemblea nazionale del Pd come capolista della lista a sostegno di Civati nel collegio di Reggio Calabria e Vibo Valentia. E dopo le primarie sono stata nominata alla direzione nazionale del Pd. Così ho cominciato a partecipare all’attività del partito.

E nonostante lei avesse votato con la minoranza vicina a Civati contro il documento che sfiduciava il governo Letta, poi è stata chiamata a sorpresa a fare il ministro nel governo Renzi.
Sì, è stata una sorpresa, come lo è stata per tutti. Ma ho subito detto di sì, anche perché immaginavo un partito unito. Ho subito pensato che come ministro degli Affari regionali avrei rappresentato più da vicino le istanze della mia terra e sarei stata portavoce dei problemi del Sud, e quelli di tutta Italia, naturalmente.

Pensa di essere riuscita a farlo?
Penso di sì, perché sto ricevendo molti messaggi da parte di molti amministratori italiani. Ho lavorato moltissimo, girando l’Italia in lungo e in largo, andando in posti lontani e difficili. Ho sempre pensato che la politica deve andare verso i cittadini e tenere i ministeri con le porte aperte, agendo di conseguenza.

È per questo che l’abbiamo vista poco in tv?
In Rai ci sono stata tante volte, soprattutto in molte trasmissioni della mattina. Comunque non mi interessava molta apparire, perché ero dedita completamente al lavoro del Ministero. I giornali spesso e volentieri tendono a fare “colore” più che interessarsi dell’attività di un Ministero che, già di per sé, non è molto “visibile”. Però si occupa di Affari regionali molto importanti, perché ridisegneranno la nuova geografia politica dell’Italia: Province, unione dei piccoli comuni, città metropolitane, nuovo coordinamento delle regioni.

Poi è arrivata la proposta di Mario Oliverio di far parte della nuova giunta regionale calabrese.
Ho accettato la proposta, concordandola anche con Renzi e Delrio, soprattutto perché sapevo di poter fare da trait d’union tra la regione e il governo. Mi è stato offerto l’assessorato all’Istruzione e alla cultura. Avevo già pensato a come unire le due cose. Avrei dovuto riscrivere la legge di riordino territoriale della Calabria e in più avevo anche la delega sulle pari opportunità, insomma la materia era molto vicina alla mia sensibilità.

“È giusto che tutti si accorgano che la Calabria sta facendo un passo indietro con questa giunta regionale. I calabresi per bene chiedono il rinnovamento”

Poi si è accorta che nella lista degli assessori, con delega ai trasporti e alle infrastrutture, c’era anche Nino De Gaetano, ex consigliere regionale al centro di vicende di voto di scambio, per le quali però non è indagato.
Indagato o non indagato ha poca importanza: la questione è politica. Qualcuno deve spiegare perché De Gaetano non era stato candidato alle elezioni regionali e poi spunta come assessore, con decine di articoli di giornale in cui si parla dei suoi “santini” trovati in casa di mafiosi. Ho riflettuto e ho deciso che non avrei voluto far parte di quella giunta. Ho capito che in questa maniera avremmo dato un pessimo messaggio ai calabresi, soprattutto alle nuove generazioni. E ho avuto ragione. Sto ricevendo moltissimi messaggi dai calabresi e da tutta Italia con espressioni di sostegno, di solidarietà, ma anche di delusione per come stanno andando le cose in Calabria, e mi citano anche il Gattopardo. Ho preso questa scelta per coerenza. È giusto che tutti si accorgano che la regione sta facendo un passo indietro con questa giunta. I calabresi per bene chiedono il rinnovamento. C’è bisogno di politici sui quali non ci sia nulla da dire, se non per giudicare il lavoro che fanno. Sono stanca di questa zona grigia.

Allora avrebbe potuto restare al ministero.
In realtà non mi ero ancora dimessa dal ministero. Però visto che avevo già detto che mi sarei dimessa, ho mantenuto la parola. E così sono tornata al mio lavoro di farmacista, per adesso. Voglio ricordare che faccio parte della Direzione Nazionale del Partito democratico, dove rappresenterò le problematiche della Calabria.

C’è chi dice che sia stata anche una mossa per farla fuori dal governo.
Sciocchezze. Le cose sono andate come ho già detto.

Quindi, facendo bene i conti, siamo alla sua terza dimissione. Si rende conto di essere un politico sui generis? Le dimissioni non sono proprio una cosa comune nella politica italiana.
Si deve avere il coraggio delle proprie azioni. Dimettersi ogni volta è doloroso. Ma non mi sono mai dimessa per colpa mia, questo va detto.

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