8 Febbraio Feb 2015 1115 08 febbraio 2015

Soli contro tutti: breve storia del momento epico

Soli contro tutti: breve storia del momento epico

Still Of Paul Newman And Robert Redford In Butch Cassidy And The Sundance Kid 1969 Large Picture

L’epica è pura retorica, e dura un istante. Solo uno, non di più. Si tratta di quel momento decisivo di ogni ribellione, di ogni atto di rivolta, in cui un uomo — o un gruppo di uomini — di fronte alla forza soverchiante di un nemico che non può sperare di battere, prende una decisione contraria all’istinto e alla propria natura umana autoconservativa, e decide di accettare il proprio destino, decide di combattere.

Non importa se quell’uomo — o quel gruppo di uomini — vince la sua battaglia. La battaglia nell’epica è accessoria in quanto è sempre già decisa. A chi importa come muore Ettore nello scontro con Achille? La sua morte è scontata, non è importante, è il suo destino. A importare è soltanto il momento in cui l’eroe troiano, accettando il proprio destino, aspetta Achille davanti alle mura di Troia. Quell’istante è il momento in cui si concentra tutta la potenza retorica del racconto. Quell’istante è il momento epico.

Tra tutti gli sport, quello più epico è senz’altro il rugby, uno sport che, per tattica e movimenti, somiglia a una battaglia. Non è un caso quindi che, secondo una leggenda inglese di metà Ottocento, il rugby nasca da gesto di ribellione, da un momento epico.

La storia di quell’istante è confusa, annebbiata dal tempo e dalla propria ripetizione, di bocca in bocca, per più di un secolo e ormai di certo registra soltanto due nomi, quello della Rugby School, una scuola pubblica nel Warwickshire, e quello di William Webb Ellis, un diciassettenne che frequentava quella scuola, e che verso la fine del 1823 contravvenne a una delle regole di quello che ancora non era il gioco del calcio e, con un atto di ribellione, inventò il rugby.

Non sappiamo molto di William, se non che frequentava quella scuola perché abitava a meno di dieci miglia dal Rugby Clock Tower e che lui e la sua famiglia vi si erano trasferiti dopo la morte del padre, un Dragone inglese, avvenuta nella battaglia di La Albuera il 16 maggio del 1811, durante la guerra di indipendenza spagnola, per mano francese. Sappiamo anche che nella vita William fece il pastore anglicano e che morì a 65 anni, ma non ci importa.

Quel che ci importa è un unico istante della sua vita — che la storia non riporta, ma che ci possiamo immaginare — quel momento, un momento epico, in cui William, in quel campo della Rugby School, vide la palla a terra nella propria metà campo e, con gli avversari che gli correvano incontro minacciosi, invece di calciare la palla e guadagnare metri con un fallo laterale — come secondo le regole avrebbe dovuto fare — la prese in mano, e avanzò. William corse con quella palla stretta tra le braccia — una palla che ancora non era ovale — per parecchie decine di metri, dal punto in cui la prese da terra fino all’area di meta, dove fece punto.

Non sappiamo perché nessuno riuscì a fermarlo. Forse perché le regole non erano quelle e nessuno se lo aspettava; forse invece ci provarono in tanti, ma lui fu il più veloce; forse, ed è la storia più probabile, William non fu William ma fu un gruppo di ragazzi, che quella sera di fine 1823, al pub di Rugby, dopo aver inventato il rugby, si inventarono anche una leggenda, un’epica, e, nella retorica delle leggende e dei racconti, un giovane William che corre con il pallone in mano sfidando la forza soverchiante degli avversari che gli corrono incontro minacciosi non viene fermato prima di metà campo, arriva in meta.

La storia dell’uomo è la storia dei suoi racconti. E, nell’epica, la storia di un uomo è la storia di tutti gli uomini. Ettore che scaglia la sua lancia contro Achille sapendo di non poterlo sconfiggere e William Webb Ellis che raccoglie il pallone davanti alla sua linea di meta e corre contro i suoi avversari decidendo di giocare alla mano sono solo due delle declinazioni del momento epico, un momento che nel cinema ricorre spesso, soprattutto nei film storici o nei western.

- Braveheart, 1995

Nel film pluripremiato agli Oscar sulla vita dell’eroe scozzese William Wallace girato da Mel Gibson, il grande momento epico non è durante le battaglie combattute da William, né nel momento della sua morte, quando molto retoricamente grida “Libertà” prima di essere giustiziato. Il momento epico è un altro, ed è ancora una volta nel finale, quando Robert Bruce schiera il suo esercito sul campo di Bannockburn, in segno di sudditanza davanti a quello inglese, ma ci ripensa e chiede ai suoi uomini di combattere.

A quel punto Hamish, l’amico di infanzia di William, lancia lo spadone di Wallace in mezzo al campo di battaglia e, mentre Bruce dà l’ordine di attaccare, Hamish e gli altri cominciano a correre, caricando l’esercito inglese e cogliendolo di sorpresa. Non si vede nessuna scena di battaglia, perché, ancora una volta, la battaglia non conta nell’epica, e non conta che Bruce, Hamish e gli altri vincano o meno.

- The Patriot, 2000

Ancora un film storico, e ancora Mel Gibson, che, anche se questa volta è diretto da Roland Emmerich, è uno che ai momenti epici ci è molto affezionato ed è parecchio bravo nel ricrearli sullo schermo. Siamo nella scena finale del film, quando l’esercito americano combatte contro gli inglesi a Cowpens e, schiacciato nel numero e nell’abilità sul campo, si sta ritirando. In quel momento, quando i volontari americani arretrano, Benjamin Martin, interpretato da Mel Gibson, strappa di mano la bandiera a un soldato che sta scappando e corre in direzione dei nemici, gridando “No retreat”.

- The Last of the Mohicans, 1992

Un altro grande esempio di momento epico lo troviamo nel film L’ultimo dei Mohicani, di Michael Mann, con Daniel Day Lewis. Siamo ancora una volta nella parte finale, quando Chingachgook, padre di Uncas, vede il figlio cadere sotto i colpi del nemico, Magua, e, insieme a Nathaniel Poe, interpretato da Daniel Day Lewis, vendica il figlio dopo un inseguimento reso ancora più epico da una strepitosa colonna sonora.

- Butch Cassidy and the Sundance Kid, 1969,

Un ultimo esempio, è il finale di un gran film western, Butch Cassidy, vincitore di 4 premi Oscar nel 1970. Siamo nel finale e i due protagonisti, Paul Newman e Robert Redford, fuggiti in Bolivia, vengono braccati dalla polizia e si ritrovano assediati in un casolare. I due, quando si rendono conto di aver quasi finito le munizioni, decidono di uscire allo scoperto, lanciandosi in campo aperto e venendo crivellati dai colpi della polizia, che nel frattempo li aveva completamente accerchiati. Il film però finisce con un fermo immagine, Butch e Kid che escono sparando, è il momento epico, il resto non importa.

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