12 Febbraio Feb 2015 1230 12 febbraio 2015

Basta strumentalizzare le foibe, la memoria è libertà

Basta strumentalizzare le foibe, la memoria è libertà

Profughi Istriani

Onorio non onora i martiri delle foibe e gli esuli giuliano-dalmati. Forse è andato dal dentista il consigliere regionale del Pd Onorio Rosati, perché sui social ha precisato che non avrebbe partecipato alla commemorazione ufficiale del “Giorno del Ricordo”. Ma poi, incalzato dai giornalisti, ha specificato che la vicenda delle foibe è “storicamente controversa”, che la celebrazione è stata istituita dal governo Berlusconi, come se fosse un’aggravante, che è sempre stata “fortemente strumentalizzata dalla destra italiana neofascista”. E ha minimizzato quella tragica e drammatica pagina della storia del Novecento: “fatti legati alla guerra e al periodo immediatamente successivo, che come tali vanno considerati” e non devono assolutamente essere paragonati alla Shoah.

L’uso pubblico – nella fattispecie ideologico e politico – della storia può tuttavia giocare davvero brutti scherzi e deve essere maneggiato con estrema prudenza e molta cautela. Soprattutto con un minimo di dimestichezza con gli arnesi del mestiere. Sembra infatti che il Muro di Berlino non sia ancora caduto per Onorio Rosati, che evidentemente vive con la testa ancora tutta immersa nella cultura politica della Guerra fredda. È dunque inaccettabile e vergognoso che un consigliere regionale, titolare di un mandato rappresentativo in nome e per conto del popolo lombardo inteso nel suo complesso (popolo di cui fanno parte anche i parenti degli infoibati e le famiglie degli esuli), affermi certe cose. Per la prima volta il 10 febbraio 2005 — in occasione del quarantottesimo anniversario della firma del trattato di Parigi — si è celebrato il «Giorno del Ricordo», istituzionalizzato dal Parlamento per commemorare le vittime delle foibe e gli esuli della frontiera orientale. E sugli organi di informazione — giornali e televisione — s’è sviluppato un acceso dibattito, ovviamente non disgiunto da valutazioni di carattere politico: le verità della storia, come sovente accade, sono state subordinate alle ragioni della politica. E questo si verifica pressoché regolarmente ogni anno.

È stata la politica, per decenni, a calare il sipario sui drammi – foibe ed esodo – del confine orientale. Così come è stata la politica a riaccendere i riflettori su quella pagina di storia negata, parecchi anni dopo. Perché la storia del confine orientale ha favorito la costruzione di tanti miti politici che hanno alimentato e sostenuto le principali correnti ideologiche del Novecento italiano. Culture ormai, finalmente, archiviate: chincaglieria politica.Sino ai primi anni Novanta, il tema delle foibe e dell’esodo degli italiani della frontiera orientale nell’immediato secondo Dopoguerra è stato relegato ai margini della cultura ufficiale e della storiografia, essenzialmente per ragioni di carattere politico. Per tanti, troppi anni, la memoria di quegli eventi è stata affidata alle attive associazioni degli esuli giuliano-dalmati e, dunque, a una visione che spesso, oltre le ragioni della storia, ha enfatizzato le incomprensioni e l’abbandono da parte delle istituzioni e dell’opinione pubblica.

A partire dalla fine degli anni Ottanta — con le rivoluzioni nell’Europa dell’Est e il crollo del Muro di Berlino — e, soprattutto, dalla deflagrazione del conflitto nella ex Jugoslavia, che ha portato alla sua dissoluzione, s’è registrato un inedito interesse per la storia del confine orientale. Abbandonato l’orizzonte dell’associazionismo e degli istituti di ricerca locali, questi temi sono entrati di diritto nella più ampia storia ufficiale dell’Italia repubblicana, dalla quale erano stati politicamente rimossi, senza ragionevoli giustificazioni, per almeno mezzo secolo.La tragedia delle foibe e il dramma dell’esodo forzato giuliano-dalmata rappresentano una pagina di storia, relativa al confine orientale, sulla quale è gravata una duratura rimozione, è calata una coltre di oblìo e di indifferenza, soprattutto da parte della sinistra italiana, affinchè non si parlasse dei crimini commessi nel nome del nazionalcomunismo. Si è trattato di un tatticismo ideologico dilettantesco, inevitabilmente destinato ad avvitarsi su se stesso, con la scoperta della verità di quella storia. A questo atteggiamento è tuttavia ancora legato Onorio Rosati, e pure il sindaco di Milano.

Per contro, anche l’estrema destra non si è tirata indietro. Al di là dell’anticomunismo, ha strumentalizzato le vicende per alimentare – al di là della rievocazione dei crimini e delle tragedie, delle vittime e dei drammi, ma anche al di sopra della condanna dei responsabili e dei complici dei massacri – un generalizzato risentimento antislavo che, in parte, fu all’origine di quella stessa guerra dichiarata dal fascismo e che portò alla perdita delle terre del confine orientale. La memoria storica è libertà, mentre la rimozione forzata genera profondi disagi, diffusi malesseri, aggressivi rancori e anche paure. E la verità fa male. Di fronte a questi due schieramenti funzionalmente contrapposti, ci fu un vero e proprio “tradimento dei chierici”, poiché gli intellettuali ben si guardarono dall’intervenire nel dibattito per non schierarsi, mettere ordine agli eventi, levare il velo calato sulla storia negata, fare semplicemente il loro mestiere, cioè una semplice azione di verità. Ma non fu il primo tradimento e neppure sarà l’ultimo. Perché la storia rimane, forse, la più alta forma di comunicazione politica.

*Stefano Bruno Galli è professore di Storia delle dottrine Politiche e consigliere regionale in Lombardia

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook