17 Febbraio Feb 2015 1145 17 febbraio 2015

Ucraina, un anno dopo Maidan il futuro è nero

Ucraina, un anno dopo Maidan il futuro è nero

Futuro Ucraina Maidan

A Kiev, via Institutska è ancora chiusa al traffico. È più di un anno che da Maidan, Piazza dell’Indipendenza, si può salire solo a piedi verso Via Bankova, dove il palazzo presidenziale è occupato non più da Victor Yanukovich, ma dal suo successore Petro Poroshenko. Ai lati della strada, per qualche centinaio di metri, ci sono lapidi, fiori, candele, fotografie, caschi e altro ancora: tutto in ricordo di tutti coloro che tra il 18 e il 20 febbraio dello scorso anno persero la vita nel bagno di sangue che segnò l’apice delle proteste iniziate nella capitale ucraina nel novembre del 2013.

A dire il vero Via Institutska non si chiama più nemmeno così: è stata rinominata ufficialmente Via dei Cento eroi del cielo, con riferimento appunto al numero dei caduti sul selciato. In questi mesi è stata sempre oggetto di pellegrinaggio per tutti quelli che volevano rendere omaggio alle vittime della rivolta contro l’ex presidente. Su Maidan adesso cartelloni ricordano gli scontri tra manifestanti e polizia che per oltre due mesi misero in stato d’assedio il cuore di Kiev. Ma non solo: le immagini più recenti rammentano che nel sud-est c’è una guerra in corso e che l’Ucraina, dopo l’annessione della Russia, non è già più quella che era un anno fa.

La mappa del conflitto in Ucraina, aggiornata al 1 febbraio 2015 / Ministero della Difesa ucraino

In Ucraina c’è poco da celebrare: il futuro appare più incerto che mai

Nella capitale dell'Ucraina e nel resto del Paese c’è poco da celebrare e il futuro appare più incerto che mai, nonostante gli accordi sottoscritti la scorsa settimana a Minsk. La tregua concordata in Bielorussia è in bilico e il baratro, politico ed economico, dietro l’angolo. La rivoluzione e il sacrificio umano di un anno fa avrebbero voluto essere la chiusura tragica dell’era Yanukovich e l’inizio di un nuovo capitolo nella breve storia dell’Ucraina indipendente, cominciata solo nel 1991 dopo il crollo dell’Urss. Si sono trasformati in una spirale di guerra che sta devastando il Paese.

I ritratti di alcune delle vittime delle proteste di Maidan, del 26 febbraio 2014 a Kiev. AFP

Dopo il sangue versato a Kiev un anno fa è arrivato quello del Donbass, ai Cento del cielo si sono aggiunti quasi seimila morti. Come nel caso della rivoluzione arancione del 2004, naufragata dopo pochi mesi di illusione, così Euromaidan e la chimera di un Paese diverso si sono schiantati contro il muro della realtà, che da una parte è costituito dal conflitto ibrido dove accanto ai separatisti la Russia gioca un ruolo diretto e indiretto non secondario e dall’altra dal dna del sistema ucraino, dove poteri forti e oligarchie continuano a dettare legge.

Dopo il cleptocrate Yanukovich, alla Bankova è arrivato Poroshenko, che da vent’anni a questa parte è uno dei tanti simboli di come politica e affari vadano di pari passo. Il nuovo presidente fa coppia con Arseni Yatseniuk, primo ministro alfiere di interessi altrui, da quelli del rivale interno numero uno del capo di Stato, Igor Kolomoisky, a quelli esterni targati Washington. La Costituzione ucraina, sulle cui modifiche era stato addirittura basato l’accordo del 21 febbraio 2014 tra Yanukovich e l’allora opposizione, è rimasta tale e quale, con la divisione dei poteri tra presidente e primo ministro che di fatto blocca il sistema.

i cinque partiti di governo hanno in comune solo l’etichetta “europeista” che era stata affibbiata a tutti i rivali di Yanukovich, dai moderati ai neonazisti

Il parlamento rinnovato lo scorso ottobre è dominato come al solito dalle fazioni oligarchiche e i cinque partiti di governo hanno in comune solo l’etichetta “europeista” che era stata affibbiata a tutti i rivali di Yanukovich, dai moderati ai neonazisti. Le riforme strutturali, di autonomia e decentramento, promesse da Yatseniuk e dall’allora presidente ad interim Olexander Turchynov quasi un anno fa, sono rimaste al palo. Il dialogo nazionale non è stato mantenuto e a parte il Donbass, in qualche oblast (regione) tra Kharkiv e Odessa i focolai accesi la scorsa primavera non sono stati certo spenti del tutto.

A Kiev la vecchia e la nuova Rada hanno lavorato facendo solo pochi passi tra quelli richiesti dalla comunità internazionale, che ha pompato miliardi di dollari praticamente a fondo perso per evitare quel collasso che è comunque alle porte. Fondo Monetario Internazionale, Stati Uniti ed Europa hanno più volte modificato il volume di aiuti, l’ultima cifra è quella di 40 miliardi di dollari spalmati nei prossimi quattro anni, senza andare troppo per il sottile. La concessione dei fondi è legata teoricamente alla realizzazione di riforme, che se sulla carta si possono approvare facilmente, sono impossibili o quasi da realizzare sul campo.

L’Ucraina è il Paese più corrotto d’Europa e lo rimarrà per un pezzo. Poroshenko e Yatseniuk non godono di buona popolarità, i sondaggi li condannano come condannavano lo scorso anno Poroshenko e l’allora premier Mykola Azarov. La fiducia degli ucraini è minima, ma almeno per ora non ci sono alternative. Difficilmente il tandem al comando potrà reggere l’urto di una nuova escalation nel Donbass, se gli accordi di Minsk andranno a rotoli, e il prossimo rimescolamento di carte guidato dagli oligarchi e dagli attori esterni è già programmato. Passeggiando tra Maidan e via Institutska l’impressione è che i Cento eroi del cielo siano morti davvero per nulla.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook