21 Febbraio Feb 2015 2300 21 febbraio 2015

Il basket di Flavio Tranquillo: Inside the Game

Il basket di Flavio Tranquillo: Inside the Game

Intervista Flavio Tranquillo Basket 0

La storia della mia intervista con Flavio Tranquillo è andata così: una decina di giorni fa, di notte, mi metto sul divano bello rilassato pronto a rafforzare la mia mascolinità guardando qualche puntata di Sex and the City prima di andare a letto. Poi scopro che MySky mi ha registrato Atlanta - Golden State, partita di cartello se ce n’è una tra le due squadre con il miglior record della NBA. E che fai, non la guardi? La guardi. Due ore di spettacolo ad altissimi livelli, con Jeff Teague che corre come un matto, Kyle Korver con una meccanica di tiro niente male, Draymond Green che schiaccia la partita sotto il suo pollicione e tutto il cucuzzaro. Allo spettacolo, poi, si aggiunge un altro spettacolo, altrettanto impressionante: la telecronaca, in solo, di Flavio Tranquillo.

Io di telecronache di Flavio Tranquillo ne avrò sentite almeno un migliaio, nella mia vita, e almeno un migliaio di volte ho pensato che, per uno spettatore italiano, guardare una partita NBA significa prendersi tutto il pacchetto: il gioco sul parquet e la sua messa in discorso. Per parlare di pallacanestro, bisogna anche parlare della sua narrazione.

Verso la fine del terzo quarto inizia a formarsi nella mia testa un pensiero: interagire con la voce con cui non si può interagire per definizione, intervistare Flavio Tranquillo. E addio sonno, sono troppo carico e dopo Atlanta – Golden State mi guardo pure Lakers – Cleveland senza Kobe e senza LeBron. Per dire, sarebbe come guardare una puntata di Sex and the City senza Carrie e Big. Bella, ma non bellissima.

La mattina dopo, a mente lucida, penso alla enormità della mia decisione notturna, intervistare Flavio Tranquillo. E inizio a farmela sotto. Ma sul serio, robe tipo le farfalle nella pancia, e non avevo ancora combinato nulla. Allora decido di prenderla da lontano e chiedo a Michele Dalai, che ha pubblicato da qualche mese il libro di Flavio Tranquillo, se magari forse sarebbe stato lontanamente possibile provare a scrivere una mail a Flavio Tranquillo, pensando: va be’, queste cose hanno i tempi che hanno, avrò almeno due settimane per prepararmi. Dopo DUE minuti, Michele Dalai mi risponde dicendo: questo è il numero di Flavio, aspetta tue.

Oh, oh.

Fatemi capire: una notte mi viene in mente di intervistare Flavio Tranquillo e la mattina dopo, così dal nulla, lui aspetta una mia chiamata. Grazie tante, internet. Grazie tante, accesso immediato. È strano quando devi sentire una voce così familiare e aspettarti che quella stessa voce che mi ha raccontato Jordan che mette a sedere Bryon Russell mi dirà una cosa tipo: ciao Jacopo, piacere. E infatti mi dice ciao Jacopo piacere e poi altre cose, e cioè che dopo l’All Star Game ci incontriamo.

Arriva l’All Star Game, mi guardo l’All Star Game commentato dalla stessa voce che mi ha detto ciao Jacopo, piacere. Finisce l’All Star Game, commentato dalla stessa voce che dopo poche ore avrebbe risposto alle mie domande e mi preparo per andare. Non mi vergogno certo di dire che mi stavo letteralmente cagando addosso (mais oui!), insomma, quella cosa degli idoli da bambini che rimangono tali anche da grandi. Tutto emozionato, con la mia borsina di pelle arrivo sotto casa Tranquillo e penso: vedi mai che faccio bingo e vedo pure casa sua, con tutti i memorabilia che immagino ne conseguano. No, certo che no, non andiamo a casa sua. Andiamo alla sede del Coni, così, un posto come un altro. Entriamo al bar della sede del Coni e tutti conoscono Flavio Tranquillo e tutti si fermano a parlare. Io intanto mi sono già ampiamente convinto che le domande che ho preparato siano delle minchiate atomiche e quindi ormai è solo questione di momenti prima che venga radiato con disonore dal Coni. Stiamo per iniziare, io spingo il tasto registra sull’iPad e tremebondo racconto la storia di Atlanta – Golden State quando il destino, non pago, fa arrivare alla sede del Coni Dino Meneghin. Molto bene, pure Dino Meneghin, magari deciderà di sedersi con noi e ascoltare le domanducole che ho preparato irridendomi col suo vocione. Invece Dino Meneghin va per la sua strada e noi per la nostra. E questa è la storia di quando ho deciso di intervistare Flavio Tranquillo.

Adesso inizia l’intervista.

Comincio toccandola piano. Che cosa significa capire la pallacanestro. Per esempio, io leggo un sacco di libri, per piacere e per lavoro, e molta gente, quando ne parliamo, mi dice: tu che ne capisci di libri, consigliamene uno bello.

Ecco, capire di libri equivale averne letti tanti? È la reiterazione del gesto che ti porta alla comprensione? E la comprensione porta a un’assiologia bello/brutto?

«Se io leggo adesso la Divina Commedia»

Inizia a parlare e quella voce che mi ha raccontato la vittoria di Marco Belinelli alla gara del tiro da tre dell’anno scorso adesso risponde alle mie domande...

«Se io leggo adesso la Divina Commedia, intanto sono probabilmente portato, per la formazione che ho avuto, a dire che è molto bella, laddove magari ci sono invece delle parti di cui non capisco il significato ed è un po’ difficile, in questo caso, dire che quel passaggio è molto bello solo perché mi sento “obbligato” a dirlo per il sentire comune. Solo che la Divina Commedia è una cosa che si può studiare veramente anche con le statistiche avanzate, perché se tu prendi il numero di sillabe, il numero di versi e le corrispondenze, ci trovi una costruzione matematica straordinaria».

Guarda te che abbiamo già iniziato con Dante. E non è finita.

«Se tu non hai il contesto storico che ti spiega perché Tizio è all’inferno e Caio in purgatorio, è difficile capire un certo passaggio o una certa idea. Credo che qui si possa fare un parallelo, credo che la pallacanestro sia una forma d’arte e che si possa non tanto capire quanto inquadrare su diversi livelli. Dentro al Gioco»

Perché Flavio Tranquillo chiama la pallacanestro Gioco, con la G maiuscola, e fa bene

«Dentro al Gioco, dicevo, ci sono aspetti facilmente fruibili a un primo livello di lettura, e già sono bellissimi; poi ce ne sono altri più nascosti che, secondo me, rappresentano la vera bellezza del Gioco. Non ti so dire che cosa significhi esattamente capirle, ti posso dire però che io ho sempre avuto l’esigenza di provare a capirle».

Continuo prendendola di punta. Gli scrittori dicono spesso che, a un certo punto, il libro che stanno scrivendo inizia a scriversi da solo. I personaggi si muovono secondo le loro volontà ed è la narrazione stessa che decide dove andare. È una cosa molto spirituale, per quanto laica. Anche nella pallacanestro mi sembra che sia così. Gli dei dei basket, come scrivi anche nel tuo libro, esistono eccome.

Che visione spirituale hai del Gioco?

«Spiritualità laica, Giustizia con la G maiuscola, il concetto è sempre quello. La dialettica della pallacanestro tende a premiare in maniera regolare e matematica nel medio-lungo periodo determinati comportamenti virtuosi. Non è possibile vincere con un colpo di fortuna, o un trucco, e questo ha una valenza imprescindibile. Il problema è che culturalmente ci si attacca spesso al singolo episodio o alla singola partita: per esempio a livello critico si dice: bravo Tizio che ha fatto 25 punti nonostante la sua squadra abbia perso, quando in realtà, molto probabilmente, proprio quei 25 punti sono una delle cause principali della sconfitta, perché magari il marcatore non ha difeso, o ha cannibalizzato la partita prendendo trenta tiri. Quindi sì, dura lex sed lex, ma non la legge degli uomini, piuttosto quella interna alla struttura stessa del Gioco».

Qui bisogna fare una pausa per parlare di eredità. L’eredità non è solo un lascito post-mortem, anzi. La terminatività insita nel concetto si squaglia pensando all’eredità come un flusso, una pratica. E non è questione di copiare il passato o di pianificare il futuro, quanto la capacità di capire una certa idea di pallacanestro e portarla avanti, onestamente, con l’amore per il Gioco. Ma non parliamo certo di maestri, né di eredi.

«Io, per maestro, non intendo uno che si è messo lì e mi ha insegnato didatticamente come fare delle cose. Non ho mai avuto nessuno così, nella mia carriera. Per maestro intendo una persona che ho seguito da vicino e da cui ho preso delle cose, non necessariamente copiandole ma senz’altro da un punto di vista di atteggiamento. Da un punto di vista televisivo, in Italia, la catena è Aldo Giordani e Dan Peterson, non c’è altro. La tv dell’epoca era unica e indivisibile, e c’erano loro due».

Fermiamoci un attimo e raccontiamo i personaggi in questione. Aldo Giordani è stato, tra le mille altre cose, il fondatore dello storico giornale Superbasket, vero punto di riferimento per gli appassionati since 1978 e si è inventato un nuovo linguaggio per parlare di pallacanestro, spesso traducendo modi di dire americani. Il più bello, secondo me, è “fare onde”. Gli americani dicono “make waves” che più o meno significa “far casino”. Ma ci arriveremo dopo. E Dan Peterson, vabbè, è Dan Peterson.

«Per me è stato molto importante, nel mio appassionarmi agli Stati Uniti, una figura come Al Michaels, grandioso telecronista per ABC e NBC. Non perché io faccia nulla come la fa lui, ma sentendolo raccontare mi sono venute in mente tantissime cose che poi ho effettivamente fatto. Capivo che lui aveva una tecnica di telecronaca, così io ho provato ad avere la mia».

Poi c’è il futuro. Nel suo libro, Flavio Tranquillo insiste sul fatto che la pallacanestro sia una killer application: funziona benissimo per un tipo di spettatore acculturato, tecnologico e appassionato, e potrebbe essere ancora di più uno spettacolo televisivo perfetto.

«Il futuro del basket, dell’NBA soprattutto, non è certo in questione. Arriveranno in maniera sempre più forte in tutto il mondo, in un sistema in cui il mercato americano è saturo al 90% e quello estero al massimo al 10%. Lo spazio di manovra c’è. Poi non tutti gli sport hanno qualcosa come l’NBA, non tutti gli sport hanno una declinazione che, senza alcun dubbio, tu puoi definire come il meglio possibile. La sua forza è inarrestabile, per fortuna. Se invece parliamo dell’eredità e dello sviluppo futuro di un modo di raccontare la pallacanestro e lo sport in generale in Italia, ecco, sono più pessimista. La mia è la cronaca di uno sconfitto, seppur fortunato. Non vedo, a oggi, una possibilità futura a riguardo».

Adesso sarebbe interessante capire quale sia l’eredità da tramandare, seppur con la consapevolezza che sarà molto difficile da fare. Nel 2006 Flavio Tranquillo ha fatto il producer per le Final Four di Eurolega a Praga, oltre ad aver fatto la stessa cosa per una stagione intera di campionato italiano di basket, dunque ha avuto in mano tutti gli aspetti produttivi per confezionare il prodotto sportivo finito. Nel suo libro è riportato un documento con cui Tranquillo spiega quello che vorrebbe fare a riguardo e, a un certo punto, parla della “nostra filosofia”.

Ecco, vorrei capire quale sia esattamente questa filosofia.

«Con quella frase io intendo quelle persone che ritengono che la pallacanestro abbia un potenziale di un certo tipo e che questo potenziale potrebbe essere condiviso da molte altre persone, nel momento in cui assaggiano la pallacanestro. E per assaggiare la pallacanestro non intendo solo vedere degli atleti in calzoncini che corrono avanti e indietro, tirano e saltano, che comunque è già un bell’assaggiare. Io parlo del capire la struttura del Gioco, il suo funzionamento. E per farlo capire al pubblico, io ho bisogno di parole, di immagini, di grafiche e di persone che lo conoscono bene. E qui c’è un equivoco enorme, che è quello della produzione televisiva. L’idea cioè che ci sia un regista che sceglie delle immagini in base al proprio senso artistico, un telecronista che le commenta e un analista che sa quello che sta succedendo. Queste tre componenti devono sommarsi, sintetizzarsi, altrimenti rimangono staccate e se questi professionisti presumono che le cose più rilevanti siano tre aspetti diversi della partita, come Rihanna in prima fila, una rissa tra tifosi e una grande difesa sul pick and roll in campo, finisce che sull’immagine di Rihanna io parlo della rissa mentre l’analista analizza il pick and roll. È evidente che ci vuole una persona che decide, che rappresenta la sintesi. Altrimenti non si capisce perché in qualsiasi altra struttura ci siano delle persone che prendono decisioni che poi vanno giù a raggiera. Io presumevo e presumo, non per arroganza, che potrei fare questo lavoro e mi piacerebbe farlo, per tutte le esperienze che ho avuto la fortuna e il caso di fare. Ma questo viene spesso visto come invasione indebita in campi altrui, ed è un po’ triste dal punto di vista culturale».

E dopo questa bella iniezione di fiducia sul futuro televisivo dello sport, ci prendiamo un chinotto e una cochina e passa la paura. E ricominciamo a parlare di telecronaca. La questione da cui iniziare secondo me è questa: volenti o nolenti, il grado zero della telecronaca in Italia è quella calcistica ed è a partire da lì che possiamo valutare le differenze e le somiglianze con altri modi per farla. E la telecronaca calcistica media è spesso molto didascalica, semplicistica e poco approfondita. Posso provare a buttar lì qualche motivo, anche se superficiale: nel calcio ci sono meno statistiche da incrociare e analizzare e la cultura di riferimento è la nostra e non quella americana, dunque meno “esotica” e altrettanto meno raccontabile. Ma, onestamente, mi sembrano questioni di poco conto. Forse bisognerebbe parlare di più del rapporto e delle aspettative verso il pubblico.

È la solita vecchia storia: dai alla gente quello che vuole o le dici quello che deve volere?

«Personalmente non mi sono mai posto il problema nel contesto del mio lavoro. Non ho mai iniziato pensando: questa cosa la devo dire così il pubblico la capisce, questa no, eccetera. Io cerco di raccontare quello che succede mentre lo vedo e nel modo in cui lo vedo, sulla base di ciò che ho preparato. Non c’è premeditazione, da parte mia».

A questo punto, mi viene in mente una cosa e lo interrompo. Riascoltando tutta la registrazione per sbobinare questa intervista, mi sono accorto di averlo interrotto un sacco di volte senza rendermene bene conto e quindi faccio un uso privato e criminoso de Linkiesta per scusarmi. Ma c’è un aspetto legato al calcio che mi ha sempre fatto molto ridere, e cioè quando qualcuno si lamenta che la propria squadra ha avuto pochi rigori nella stagione, dicendo che la colpa è degli arbitri che non fischiano e non, com’è più probabile, dell’incapacità della propria squadra di essere pericolosa in area.

«Se proviamo a cercare “tiri liberi” su Google, troveremo sicuramente qualcuno che dice: ieri sera noi abbiamo tirato 10 liberi e gli altri 50, quindi è colpa dell’arbitro. Questa forma mentis è molto presente in tutti gli sport, anche la pallacanestro. C’è anche un altro tipo di ragionamento comune, adesso che ci penso: l’idea dei tempi morti, cioè che, per esempio, una partita di calcio sarebbe composta da 88 minuti di tempi morti nell’attesa che nei 2 minuti rimanenti si risolva tutto con un gol o un rigore. Questa visione è condivisa da molti anche per la pallacanestro. Quando la palla passa dalla metacampo difensiva a quella offensiva senza che ci sia una situazione di contropiede o di transizione, ecco un tempo morto. In realtà, ciò che succede, semplificando, tra le due linee da tre punti, quei 3-4 secondi determinano il successo o l’insuccesso di quella determinata azione offensiva. Per il calcio, che non conosco per manifesto disinteresse, immagino che sia la stessa cosa: negli 88 minuti di cui sopra succedono le cose che costruiscono ciò che succederà nei 2 minuti solo apparentemente determinanti. Questo significa, secondo me, provare a capire uno sport e raccontarlo. Il non provarci nemmeno mi sembra una pratica piuttosto diffusa e un atteggiamento culturale che cerco di non farmi appartenere. Io non riuscirò mai a capire tutto della pallacanestro, lo so, ma se anche solo riesco a pensare di aver capito mezza cosa, è già sufficiente; è l’atteggiamento del provare a capire che è decisivo e spero, anzi sono sicuro, che sia lo stesso atteggiamento di quelle persone che vogliono seguire la pallacanestro e lo sport in generale».

Una cosa che non riesco a togliermi dalla testa, e funziona anche per la letteratura, secondo me, è che i discorsi attorno a una pratica o a un oggetto culturale finiscono per determinarlo attivamente. Lo cambiano. Pensa per esempio alla questione degli arbitri nel calcio: sicuramente tutto il baraccone mediatico contro i fischietti ha contribuito alla bufera che ha investito loro e i loro designatori. Flavio Tranquillo, invece, nelle sue telecronache, quando parla di arbitri e di decisioni difficili, tiene sempre a precisare che, a volte, a quella velocità di gioco, è difficilissimo riuscire a fischiare la chiamata giusta. Magari, se lo facessero anche nei dibattiti calcistici, le cose cambierebbero un po’.

Ecco, c’è una responsabilità nel fare le telecronache?

«Non sento di essere stato investito di questa responsabilità, ma la sento individualmente come legge morale, insieme al cielo di stelle sopra di me. La necessità di mettersi il meglio possibile nei panni dell’arbitro, senza però mai scadere nella commiserazione del “poverino, ha sbagliato”. C’è una bella storia a riguardo, un clinic che fece Ettore Messina in Spagna qualche anno fa».

Prima di sentire la storia bisogna spiegare chi è Ettore Messina, per chi non lo sapesse. Ettore Messina è un allenatore di pallacanestro che ha vinto molto, quasi tutto con la Virtus Bologna, la nazionale, la Benetton Treviso, il CSKA Mosca e, dopo un’esperienza da assistant coach ai Los Angeles Lakers – c’è anche un libro a riguardo, pubblicato da Add Editore, scritto proprio da Messina e Tranquillo – adesso è ancora in NBA e lavora insieme a Greg Popovich ai San Antonio Spurs, squadra detentrice del titolo. Comunque, il clinic.

«Ettore Messina diceva: pensate al miglior passatore del mondo, al miglior bloccante del mondo e al miglior tiratore del mondo coinvolti in un’azione in cui il passatore non è pressato, il bloccante blocca alla perfezione e il tiratore riceve la palla con i tempi giusti e tira. Quale percentuale vi renderebbe soddisfatti, per questo tiro? La risposta immediata è 100%, ovviamente. E invece una conoscenza anche solo superficiale ti dice che se quel tiro tu lo segni il 50% delle volte, hai fatto una gran cosa. I migliori tiratori del mondo tirano col 50% da tre. La cosa da fare allora è dire: qual è il margine d’errore insito in quella azione? Ovviamente elevato. Stessa cosa con gli arbitri: non bisogna farne una questione morale in difesa degli arbitri. Il punto è che il fischietto, così come il giocatore, l’allenatore e il giornalista, è una parte tecnica di una vicenda che ha determinate regole, alcune sondabili e altre insondabili. Noi proviamo a capirle a partire dallo specifico livello di competenza».

A questo punto dell’intervista io ormai sono carichissimo e vorrei che continuasse ancora per molto tempo. E infatti continua ancora per molto tempo. Ed è giunto il momento di parlare di logos. Per quasi tutti, Flavio Tranquillo è una voce, la voce. Chiunque lo veda in faccia per la prima volta credo che pensi: non me lo immaginavo così!, e questo accadrebbe abbinandogli qualsiasi faccia. Perché tutti noi affezionati ci siamo fatti un’idea della sua voce, l’abbiamo reificata, antropomorfizzata, e poi succede come quando ti immagini le fattezze di un personaggio di un libro, ci fanno il film e non lo ritrovi più. E questa cosa, per carità, va anche bene, ma porta con sé il rischio di dimenticarsi la persona che ci sta dietro e il grande lavoro che fa, visto che, com’è ovvio, Flavio Tranquillo non commenta le partite dalle arene NBA ma da Rogoredo, alla sede di Sky. Oh, provate voi a stare per due ore in uno stanzino davanti a una tv e parlare continuamente, tutto questo per due/tre volte alla settimana. È una bella fatica.

«Io sono uno che, semplicemente, fa un lavoro e lo approccio come tale, da tutti i punti di vista. Non è tanto questione di comandamenti etici. Il mio allenamento è abbastanza banale: cerco di arrivare il più possibile preparato, tenendo sempre a mente che arrivare completamente preparati è impossibile, e nel tempo ho imparato a gestire la preparazione e la fatica. C’è un problema, però. Per fare una telecronaca, ti devi fossilizzare sull’oggetto della telecronaca, cosa che, alla lunga, ti fa perdere di vista il quadro d’insieme. Se devo commentare Atlanta – Golden State e quel giorno succede qualcosa di interessante a Charlotte o a Detroit, è molto facile che me la perda, perché sono concentrato su altro. E non è che mi esalti molto, anzi, ma essendo il mio lavoro lo accetto volentieri. Certo, se potessi disegnarlo a mio piacimento lo farei diversamente».

La telecronaca, però, si fa in due. La seconda voce di Sky per le partite NBA è Davide Pessina, ex cestista italiano passato anche nel giro della nazionale. Prima del Pes c’era Federico Buffa, di cui immagino abbiate sentito parlare.

«L’affiatamento è necessario e viene con il tempo. È una grande lezione per me perché il controllo dell’ego, sempre facile a parole, nei fatti è spesso più complicato: la necessità di riuscire a produrre una narrazione intellegibile per gli altri va bilanciata con la legittima voglia del singolo di dire una particolare cosa che pensa sia interessante, intelligente e giusta. Solo che se tutti si comportassero così, verrebbe fuori una torre di Babele e non avrebbe più molto senso, soprattutto per chi ascolta. Da parte mia, questo non è un particolare problema perché ho avuto pochi e affidabili partner di telecronaca, con i quali ho anche una conoscenza e amicizia extracestistica; in generale, però, ci vorrebbe una preparazione maggiore e un miglior affiatamento tra le coppie che fanno telecronaca, sarebbe molto meglio per gli spettatori e per la narrazione in generale».

A un certo punto, nel libro di Flavio Tranquillo c’è scritto:

L’antitesi tra narrazione tecnica e narrazione divulgativa è un falso storico. In realtà c’è abbondante spazio per ragionare di tecnica, tattica, storia, politica, costume, musica, letteratura e divulgazione.

Ecco, a me sembra che la telecronaca sia in realtà un discorso lungo tutta una stagione. Un po’ come le serie tv: ci sono episodi stand alone che non portano avanti la narrazione ma, per esempio, risolvono un singolo caso scollegato dal resto e c’è la trama orizzontale che porta avanti un discorso più ampio.

Ci può stare l’idea di un anno di NBA (regular season e playoff) come unico arco narrativo?

«Sicuramente stiamo andando in questa direzione, almeno per quello che riguarda l’NBA. Noi veniamo da una situazione passata in cui non sapevamo nulla di quello che succedeva oltreoceano, eravamo limitatissimi a livello di fonti e di accesso. Guardare la singola partita era l’unica maniera di farsi un’idea generale: tu sommavi x singole partite e a fine anno ti facevi un’idea della stagione. Adesso invece bisogna sforzarsi di capire che la singola partita in quanto tale ha molto meno valore. Per la moltiplicazione degli accessi e delle fonti, ciascuno di noi ha già probabilmente una propria idea dell’NBA e quella idea all’interno di una singola partita risulta un po’ forzata. Da parte mia è molto difficile cercare di stabilire su cosa concentrarmi durante una telecronaca, se parlare sempre di ciò che sta accadendo in campo oppure aprirmi a un argomento in generale. Il weekend scorso, quello dell’All Star Game, è stato significativo non tanto per i 41 punti di Westbrook, con il massimo rispetto per Westbrook, ma piuttosto perché LeBron James è diventato vicepresidente dell’associazione giocatori, un fatto che avrà una ricaduta grandissima a dieci anni da qui perché il prossimo contratto collettivo dopo il lockout determinerà il futuro della lega».

Stop. Di che cosa parliamo quando parliamo di contratto collettivo e di LeBron James. Ora, il fatto che il giocatore più famoso e determinante al mondo sia diventato vicepresidente dell’associazione giocatori significa che l’associazione giocatori, da oggi, avrà molto più peso nelle decisioni e nei bracci di ferro con la dirigenza per il contratto collettivo, appunto, per il rinnovo dei diritti televisivi e per un possibile lockout (sciopero) nel 2016. Via.

«Allora io mi chiedo: è giusto parlare di queste cose in una partita? È il caso? C’è tempo, non c’è tempo? Questo è uno dei problemi che mi piacerebbe risolvere in una maniera integrata, ma purtroppo non sta a me farlo. Io posso percepirlo, sollevarlo, condividerlo ma poco altro. Dovrebbe esserci uno spazio che permette di mettere insieme tutto questo. Come il previously on Lost, diciamo».

Parliamo di linguaggio adesso. Qualche giorno prima dell’intervista ho guardato una partita NBA con un foglietto e una matita per provare a segnarmi quello che succede nell’eloquio di Flavio Tranquillo, e ho notato che lui opera per:

  • Sostituzione: invece di “quindici rimbalzi a partita” dice “quindici rodman ad allacciata di scarpe”, dove Dennis Rodman è stato uno dei più grandi rimbalzisti della storia del gioco e l’allacciata di scarpe, va bè, quello si capisce;

  • Metafora: l’attaccante prova ad andare verso il canestro ma il lungo gli si para davanti con le braccione in alto e, secondo Tranquillo, “oscura la vallata”;

  • Sincretismo: riferimenti culturali che non c’entrano nulla con il basket ma ci stanno benissimo dentro, e qui lo si vede anche dalle citazioni letterarie di questa intervista;

  • Traduzione: come il “fare onde” di cui parlavamo prima, ci sono anche “campo aperto”, “mettere la palla per terra”, “appoggiare al vetro” e tante altre espressioni inglesi tradotte all’uopo;

  • Catchphrases: potremmo tradurle male usando la parola “tormentoni”, sono frasi ricorrenti riconducibili a chi le ha inventate. Nel caso di Flavio Tranquillo ricordiamo “Altro tiro, altro giro, altro regalo” e “Segna, subisce il fallo e andrà in lunetta col tiro libero supplementare”, giusto per dirne due famose.

Tutta questa roba è inserita perfettamente all’interno della telecronaca, in maniera naturale, quasi dovuta. Servo per arricchire il lessico e anche, secondo me, come per i rapper quando fanno freestyle e hanno sempre in testa qualche rima già fatta da usare come raccordo. Sono boe di salvataggio, scambi (nel senso dei binari del treno) linguistici.

«L’uso del linguaggio viene sicuramente dalle mie esperienze e dai miei studi, da tutti i 5/6 che prendevo nei temi e dalla voglia di dimostrare che, in fondo, due o tre parole scritte o parlate le so mettere in fila anch’io. Ma rarissimamente mi scrivo delle cose da leggere durante la telecronaca. Penso che il linguaggio non debba essere costruito a tavolino, ma piuttosto che debba fluire, come la partita. E i modi di dire che ho inventato, che sicuramente ho sentito dire da qualcuno o mi sono venuti in mente in maniera casuale, funzionano bene per me, a patto che diventino un lessico in divenire, non l’imitazione di me stesso».

Adesso la sparo grossa, vediamo che succede.

Secondo me la telecronaca ha un aspetto demiurgico: dire delle cose, in un certo senso, significa farle succedere. È come la vecchia storia dell’albero che cade nella foresta ma nessuno lo sente. Stessa cosa: c’è un ribaltamento dal lato forte al lato debole (la palla passa da una parte all’altra del campo nella zona d’attacco, il lato forte è il lato in cui si trova la palla nel momento del passaggio, il lato debole è dove la palla non c’è ancora ma sta arrivando), io magari non me ne accorgo e tu, indicandomelo, di fatto lo crei, almeno nella mia percezione. Ho esagerato?

«E’ assolutamente così, ma il problema è che, se c’è un ribaltamento, quando dico ribaltamento, anche se lo dico perfettamente nei tempi di gioco, non è così automatico che tutti quelli davanti allo schermo colleghino la mia indicazione con quello che è appena successo sul campo. Anzi. Da qui la mia esigenza personale, purtroppo frustrata, di provare a far vedere che quello è un ribaltamento scrivendo ribaltamento sul replay di un ribaltamento».

Sì, stiamo dicendo un sacco di volte la parola ribaltamento.

«Io penso che le telecronache siano esperienze bellissime ma, alla lunga, un po’ ghettizzanti. La telecronaca non può andare molto oltre la corretta definizione di ribaltamento, il dirlo, cioè, una volta. D’altra parte, prendere quel ribaltamento e portarlo fuori dalla telecronaca, spiegarlo e dire quando è fatto bene o male non fa più parte della narrazione. La cosa ideale sarebbe fare tutte queste cose assieme all’interno dello stesso bacino, e il momento più difficile e più stimolante per farlo è sicuramente la diretta. Per questo, a un certo punto ho provato a mettermi in un ruolo diverso: mi piacerebbe essere quello che permette di far vivere tutti questi aspetti anche come video, come grafica, come organizzazione. Il mondo televisivo però non è esattamente pronto per questo, non gli interessa. E secondo me, molto modestamente, fa un errore, perché così ci saranno sempre delle persone che avranno la scusa per dire: io non so che cos’è un ribaltamento, e addirittura poi la colpa diventa mia perché ogni volta che c’è un ribaltamento non lo spiego. Ma allora decidetevi! O quello, o la telecronaca. Non sono una guida da museo».

E in America com’è? Come fanno loro?

«In America intanto prendono per buono il fatto che se uno guarda la pallacanestro, lo fa anche se non sa che cos’è un ribaltamento e, se davvero gli piace, alla fine al decimo ribaltamento in una partita lo capisce, se non è una scimmia urlatrice. C’è anche un altro aspetto molto importante: in una gara di playoff, per esempio, il telecronista ha a disposizione venti time out da due minuti e mezzo ciascuno, quindi venti pause del gioco per ragionare su cosa dire, cosa far vedere e cosa spiegare. Loro fanno un buon lavoro nel provare ad allargare l’orizzonte con aspetti che possono riguardare la tattica, la tecnica ma anche Rihanna sugli spalti e tutto quello che gira attorno all’NBA. In Italia, invece, io faccio telecronache di partite che trovo già montate, compattate e liofilizzate, senza time out e senza pause, con una differenza enorme rispetto ai tempi reali di una diretta. Ovviamente io farei altro».

Abbiamo parlato di linguaggio, di telecronaca, di Giustizia, di demiurgicità, di America e di tutto il resto del cucuzzaro. È passata un’ora e venti ma c’è ancora della grinta. Quindi continuiamo con l’ultima domanda che, lo confesso, è lunghissima. Ultimamente, e penso soprattutto al calcio e al rugby con progetti come Undici, L’Ultimo Uomo, Futbòlogia eccetera, il discorso attorno allo sport come chiacchiera da bar e come passatempo popolare – nel senso deteriore del termine – si è completamente ribaltato, diventando un ragionamento molto più “alto”, come se si volesse dargli una dignità maggiore di quella che normalmente ha attraverso categorie culturali molto più raffinate. Forse troppo. È come se lo sport avesse bisogno di questo per elevarsi dalla bassezza degli ultrà e dei vecchi al bar con la Gazza e il bianchetto. Anche lo storytelling, pratica che va molto di moda ultimamente, anche in discipline trasversali, ha capito che le storie di sport sono epiche, divertenti, universali e, spesso, trascendono i confini della loro disciplina di riferimento. Tipo Federico Buffa, per capirci.

Ma questa è una cosa positiva per la messa in discorso dello sport o rischia di essere fuorviante? Non c‘è il rischio che tutto si stia trasformando in una palestra per intellettuali? In fondo stiamo sempre parlando di ragazzoni sudati in pantaloncini.

«Non lo so bene, è una questione di sistema e io sono solo un piccolo ingranaggio del sistema, non ho una visione così ampia. Di certo questa è una reazione a una qual certa narrativa di non particolare spessore culturale, per usare un giro di parole. Io però non capisco perché debba fare a priori una scelta tra Bombolo e Dante, laddove dentro alla pallacanestro, per sua natura, c’è Bombolo, Dante e parecchie cose in mezzo. Quindi provo a dire Bombolo dove c’è Bombolo e Dante dove c’è Dante. Non mi porrei mai il problema di dire solo una o solo l’altra cosa, per una supposta volontà della gente. Noi non facciamo sport, facciamo rappresentazioni dello sport; è giustissimo che ciascuno abbia la propria sensibilità, chi più Bombolo, chi più Dante, ma ci sono tutta una serie di cose che escono da questa antinomia cultura/non cultura. Una buona difesa sul pick and roll è sia Dante che Bombolo, ma soprattutto è una buona difesa sul pick and roll, perché è fatta con un certo angolo, in un certo modo, eccetera. Certo, dal di fuori è indagabile in tanti modi e la telecronaca ti aiuta a spingerti dentro per capirla, e in questo modo la difesa sul pick and roll è interessante quanto un verso della Divina Commedia e un rutto di Bombolo. Io credo che siamo troppo abituati a ragionare per schemi e per reazioni e anch’io vedo il pericolo che tra un po’ si dica “che palle questo storytelling”. Ora: lo storytelling in quanto tale non è rinunciabile ma se si riduce tutto a quello, abbiamo un problema. È bella la storia di Michael Jordan che torna a giocare a basket dopo la morte del padre, ma dopo che è tornato a giocare a basket, se non avesse fatto quello che effettivamente ha fatto, non avrebbe vinto nulla e la storia sarebbe finita lì. E invece, grazie a lui, abbiamo un’altra bellissima storia, quella in cui mette seduto Bryon Russell in gara 6 delle Finals del 1998 contro i Jazz , per esempio. Perché dovrei raccontare la storia del padre ma non la storia di quel movimento o viceversa»?

Già, perché?

Ovviamente la domanda è retorica e altrettanto ovviamente la storia delle Finals del 1998 è una delle storie più belle di sempre. Ma adesso abbiamo finito e mi dispiace un sacco. Allora, mentre usciamo dalla sede del Coni, continuiamo a chiacchierare di pallacanestro, di All Star Game, di contratto collettivo e di altre cose da nerd che probabilmente in questa sede interessano meno. E io torno a casa pigliato davvero bene perché adesso che ho appena riletto questa lenzuolata ho capito che si può parlare di sport e si può parlare del parlare di sport in un terzo modo che non è quello del bar e nemmeno quello dell’accademia. E, nonostante gli inghippi e gli impedimenti televisivi e produttivi che non permettono a chi sa fare tutte queste cose di poterle fare ancora meglio, rimane tutto davvero molto bello.

Io ringrazio Flavio Tranquillo da tifoso, da ammiratore e da uomo di cultura, qualsiasi cosa questa minchiata voglia dire. Voi ascoltatelo, se non l’avete mai fatto. Ne vale la pena. Se invece l’avete già fatto, non c’è davvero più bisogno di aggiungere nulla. If you don’t like this, you don’t like NBA Basketball.

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