25 Febbraio Feb 2015 1900 25 febbraio 2015

Politica e massoneria: così la cocaina entra in Italia

Politica e massoneria: così la cocaina entra in Italia

Gioa Tauro

Il business della cocaina in Italia, tra collegamenti della ’ndrangheta con la mafia negli Stati Uniti, la nostra politica nazionale e i lavori per Expo 2015. E ancora: le connessioni con gli ambienti della massoneria di Reggio Calabria, il controllo del Porto di Gioia Tauro dove ogni anno transita almeno una tonnellata di “bianca” e, infine, il sodalizio con il cartello di narcotrafficanti del Messico “Los Zetas”. Sembrano le basi per la sceneggiatura di Cocaine Cowboys, il documentario americano di Billy Corben sull’espansione economica e immobiliare di Miami negli anni ’70 grazie al traffico di stupefacenti. E invece è la relazione della Direzione Nazionale Antimafia del 2014, un vero e proprio resoconto stenografico di come la coca attraversi l’oceano Atlantico per arrivare fino in Italia e poi essere smistata in tutta Europa. Perché, in fin dei conti, la ’ndrangheta è la mafia più importante in Italia: ha un compito «funzionale all’interesse di tutto l’organismo: quello di curare per conto e nell’interesse dell’intera organizzazione i rapporti con la politica e le Istituzioni, ad un livello più elevato».

«Quando Cosa Nostra newyorchese deve sviluppare un traffico di stupefacenti di alto livello non si collega, come sarebbe ovvio, con Cosa Nostra siciliana, ma con la ‘ndrangheta calabrese»

Il lavoro del procuratore nazionale Franco Roberti e dei suoi uomini è stato meticoloso. Presenta anche riferimenti agli ormai mutati rapporti della mafia americana, storicamente legata a quella siciliana, con quelle italiane. «Più precisamente» si legge nel testo «è stato dimostrato dalla vasta indagine in questione che italoamericani legati alla famiglia Gambino di New York hanno raggiunto un accordo con persone legate alla cosca di ‘ndrangheta appartenente alla famiglia Ursino – ancora una volta della Jonica - per organizzare un traffico di stupefacenti del tipo “eroina” dalla Calabria a New York e di “cocaina” dal Sudamerica in Calabria, quest’ultimo attraverso intermediari dimoranti negli Stati Uniti».

Secondo la Dna si tratta «di un dato concreto che costituisce la riprova di una svolta epocale: quando Cosa Nostra newyorchese deve sviluppare un traffico di stupefacenti di alto livello non si collega, come sarebbe ovvio, con Cosa Nostra siciliana, ma con la ’ndrangheta calabrese». E la cocaina altro non è che la principale fonte di guadagno, da cifre colossali, per le cosche calabresi - il principale «polmone finanziario» - pronte a reinvestire i capitali - non appena “ripuliti” all’estero - nell’edilizia, nel movimento terra, nelle cooperative e nelle aziende che lavorano per i grandi appalti del Nord Italia.  

I RAPPORTI TRA POLITICA, MASSONERIA E 'NDRANGHETA

La Dna parte da una premessa fondamentale, derivata dalle inchieste che in questi anni hanno caratterizzato soprattutto il Nord Italia, grazie all’operato del pm Ilda Boccassini in procura. Su questa base «si può affermare con un grado di approssimazione che si avvicina di molto alla realtà effettiva che oggi, almeno nel settore edilizio, nel Nord Italia, la ‘ndrangheta non solo ha surclassato la capacità di penetrazione di tutte le altre mafie messe insieme ma, di fatto, è divenuta una dei principali operatori del settore».

Le infiltrazioni delle ndrine nel tessuto politico economico del settentrione hanno fatto sì che si creasse «una struttura criminale unitaria, coordinata e compatta, che conosce sinergie, momenti decisionali comuni, divisione dei compiti funzionali al raggiungimento di un risultato che ridonda benefici a largo spettro su tutta l’organizzazione».

«La politica, a questo punto, riceve “servizi” e vantaggi dalla ‘ndrangheta e restituisce il favore consentendo alle imprese dell’organizzazione di fare sempre nuovi affari, che generano nuove ed ulteriori ricchezze che consolidano, così, la posizione economica della ‘ndrangheta, rafforzandone, anche e di conseguenza, la capacità di giocare un ruolo sempre più importante pure nel mercato della cocaina e così via in una crescita economica e criminale: si tratta di un circolo vizioso che sembra non avere fine»

Per questo motivo, si legge nella relazione, «giova evidenziare che, con riferimento ai noti lavori pubblici che si stanno svolgendo in Lombardia per Expo 2015, il Prefetto di Milano – grazie anche alla sinergia di tutti gli organismi chiamati a cooperare in questa complessa attività - ha adottato circa 60 provvedimenti interdittivi antimafia contro imprese risultate controllate o infiltrate o condizionate dalla criminalità organizzata di tipo mafioso». Qui sta l’infiltrazione, perché «la politica, a questo punto, riceve “servizi” e vantaggi dalla ‘ndrangheta e restituisce il favore consentendo alle imprese dell’organizzazione di fare sempre nuovi affari, che generano nuove ed ulteriori ricchezze che consolidano, così, la posizione economica della ‘ndrangheta, rafforzandone, anche e di conseguenza, la capacità di giocare un ruolo sempre più importante pure nel mercato della cocaina e così via in una crescita economica e criminale: si tratta di un circolo vizioso che sembra non avere fine».

A questo si aggiungono i collegamenti con la politica locale e nazionale, di condizionarne le decisioni. Ne sono esempio, appena due anni fa, «il primo caso di scioglimento per condizionamento mafioso di un capoluogo di provincia». E soprattutto, secondo la Dna, «questa si manifestava in modo emblematico nel caso che ha riguardato l’onorevole Amedeo Matacena, condannato, in via definitiva, nel Giugno 2013 dalla Suprema Corte, per il delitto di concorso esterno in associazione mafiosa, nonché protagonista di una lunga e perdurante latitanza in relazione alla quale, fra gli altri, è imputato l’ex Ministro degli Interni Claudio Scajola, che, nel luglio 2014, veniva rinviato a giudizio proprio per avere agevolato il Matacena a sottrarsi all’esecuzione della pena».

Di più, secondo l’Antimafia «hanno giocato un ruolo rilevante nella capacità della ‘ndrangheta reggina di gestire i collegamenti in questione, i cosiddetti rapporti massonici, nei quali si sono miscelate e rafforzate reciprocamente, in un grumo inestricabile di rapporti, le istanze ’ndranghetiste e quelle dei ceti alti della città di Reggio Calabria». Si cita il  «procedimento “Olimpia”», ma aggiungono i magistrati « è proprio nella città di Reggio Calabria che la ‘ndrangheta ha sviluppato in modo più prepotente i citati rapporti, che non sono altro (per la ‘ndrangheta) che un ulteriore strumento per stringere direttamente, o indirettamente, relazioni con gli ambiti più alti»

IL PORTO DI GIOIA TAURO L’HUB PRINCIPALE PER IL TRAFFICO DI COCAINA E I CONTATTI CON I NARCOS

I dati del traffico di “bamba” in Calabria e in Italia sono impressionanti. E, oltre a incentrarsi sulla collaborazione con il cartello messicano dei “Los Zetas”, fanno impressione per il numero di sequestri. «Sono stati effettuati» si legge nella relazione, «in diversi porti nazionali, spesso ubicati in Liguria e Toscana (tanto per citare alcuni casi recenti). Tuttavia, come dimostrato dalle indagini svolte, si trattava di punti di approdo secondari, che venivano utilizzati quando a Gioia Tauro si manifestavano problemi che non consentivano lo sbarco del carico. Supera, del resto, ogni obiezione la circostanza che, di norma, anche le grandi forniture che la ’ndrangheta destina ad altre organizzazioni operanti nel settore (siano esse pugliesi o siciliane, non cambia) arrivano a Gioia Tauro e non, come sarebbe più logico, in Puglia piuttosto che in Sicilia. Il dato numerico, del resto, è impressionante: complessivamente, nel periodo 1 luglio 2013 – 30 giugno 2014 sono stati sequestrati nel porto di Gioia Tauro Kg. 1406,065 di cocaina». 

Qui scatta il secondo piano di indagini. Perché questo porto, tra i più importanti del Mediterraneo, è sotto il totale controllo della ’ndrina dei Pesce, come hanno dimostrato le indagini degli ultimi anni, tra cui la Kim del 2011.  «Risultava, così» scrive l’Antimafia «che alcuni dipendenti infedeli della Medcenter Container Terminal S.p.A. di Gioia Tauro, oltre a svolgere le normali attività, si dedicavano al recupero delle partite di cocaina dai container trasportati a bordo delle numerose cargoship in arrivo dal Sud America ed al successivo trasporto all’esterno dell’area portuale attraverso gli automezzi di servizio della medesima Società portuale». Proprio per questo motivo, «l’indagine ha dimostrato (ma sarebbe meglio dire: ha riconfermato), in buona sostanza, come la cosca Pesce sia padrona, anche, dei servizi connessi all’imponente operatività del porto di Gioia Tauro continuando ancora ad esercitare un soffocante controllo sulle attività economiche presenti nella zona portuale che se, come si è visto, sono funzionali al controllo del Porto e del suo territorio e, quindi, del traffico di stupefacenti che attraverso lo stesso transita, assicurano, anche, ingenti risorse finanziarie, che poi vengono ripulite grazie anche all’ausilio di soggetti estranei».

Complessivamente, nel periodo 1 luglio 2013 – 30 giugno 2014 sono stati sequestrati nel porto di Gioia Tauro kg. 1406,065 di cocaina

E infine. «Gli approfondimenti investigativi eseguiti nei confronti delle aziende di trasporto riconducibili alla cosca “Pesce”, alcune delle quali operanti nel Nord Italia, in particolare a Verona, hanno evidenziato l’utilizzo di imprese cooperative che si sono interposte tra esse e i clienti finali. Infatti, le cooperative di lavoro hanno avuto quale unico scopo quello di fornire uno schermo giuridico alle imprese della “cosca”, le quali - una volta “esternalizzati” i propri lavoratori, facendoli solo formalmente assumere dalle cooperative - hanno continuato a operare direttamente non preoccupandosi più del pagamento degli oneri erariali che gravavano interamente sulle cooperative, le quali hanno successivamente fatturato alle imprese beneficiarie della frode prestazioni di servizi, simulando inesistenti contratti, e così consentendo loro la fraudolenta contabilizzazione dei relativi costi ed Iva a credito. Come si vede intorno al Porto di Goia Tauro è stata costruita una vera e propria filiera criminale, nella quale, ovviamente, il posto d’onore, è riservato al traffico di cocaina».

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