4 Marzo Mar 2015 1800 04 marzo 2015

Francia: laicità a scuola, arma contro il radicalismo?

Francia: laicità a scuola, arma contro il radicalismo?

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L’attentato alla rivista satirica Charlie Hebdo del 7 gennaio ha contribuito a togliere il coperchio su una società francese dalle mille fratture. A quasi due mesi dai fatti di Parigi, e a pochi giorni dagli attacchi di Copenaghen – che hanno riproposto il tema del fondamentalismo e del proselitismo dell’Islam radicale presso le giovani generazioni – torna d’attualità il conflitto tra comunità religiose.

Il casus belli sono state le accese dichiarazioni del presidente del Consiglio Rappresentativo delle Istituzioni Ebraiche di Francia (CRIF), Roger Cukierman, che nel corso di un’intervista ha puntato il dito contro i «giovani musulmani che si rendono colpevoli di atti di antisemitismo». Si è aperta quindi una crepa nel dialogo con il Consiglio nazionale del Culto Musulmano (CFCM), costringendo il presidente François Hollande a organizzare un incontro riparatore all’Eliseo.

La questione del rapporto tra Islam ed ebraismo di Francia sfocia in un mare in tempesta chiamato laicità, dal quale emerge la diatriba tra i fautori di una neutralità “positiva” dello Stato, che non nega l’elemento religioso nello spazio pubblico (come sostenuto dal sociologo delle religioni Jean Baubérot) e i partigiani di un laicismo più intransigente, abbracciato a volte in chiave anti-musulmana (Front National in testa).

Il settore che più di ogni altro fa da termometro al livello di secolarizzazione della società francese è certamente l’istruzione. Un tema che si ricollega a sua volta a quello delle disuguaglianze e delle famigerate banlieues, il rigetto dell’autorità pubblica, le difficoltà dei valori repubblicani nell’attecchire nelle realtà dove il senso di appartenenza familiare e comunitario prevale sulla citoyenneté.

Il presidente dell’associazione “Città e Periferia” Gilles Leproust, interpellato da numerosi media nazionali all’indomani degli attacchi terroristici, aveva ricondotto la mancata solidarietà al “JeSuisCharlie” (o “spirito dell’11 gennaio”) dei giovani delle periferie al loro grado di esclusione sociale, esortando la politica al rafforzamento dell’integrazione attraverso lavoro, cultura ed educazione. Questi avrebbe trovato una sponda nel Primo Ministro Manuel Valls, che senza mezzi termini ha scomodato il termine apartheid.

Un “catechismo repubblicano”

Sul fronte scuola, lo Stato ha fornito di recente una prima risposta. Annunciato da Hollande e dettagliato dal Ministro per l’Educazione nazionale Najat Vallaud-Belkacem, lo scorso 22 gennaio è stato presentato il programma del governo “Gioventù, Cittadinanza e Laicità”, articolato in undici punti. Il piano ha recepito e codificato il parere espresso dall’Osservatorio Nazionale per la Laicità, un organismo legato all’esecutivo, in merito alle soluzioni più adatte a consolidare coesione nazionale e rispetto dei principi della Repubblica.

Il 22 gennaio è stato presentato il programma del governo “Gioventù, Cittadinanza e Laicità”

Quello che è emerso è una sorta di “catechismo repubblicano” – per dirla con lo storico dell’immigrazione Gérard Noiriel – articolato in provvedimenti simbolici da una parte e misure che incidono sulla didattica dall’altra. Si va dalla celebrazione dei “riti repubblicani” (bandiera, Marsigliese) all’istituzione di una Giornata della Laicità, prevista per il 9 dicembre – giorno dell’adozione, nel 1905, della legge tuttora vigente in Francia sulla separazione tra Stato e confessioni religiose.

Sul piano didattico, viene introdotto un corso sulla Morale civica e sull’Insegnamento laico del fatto religioso, sorta di filtro con cui gli alunni di tutte le età (il piano è stato esteso alle elementari) saranno aiutati a decriptare le questioni legate al culto sollevate dai media.

Gli insegnanti stessi verranno giudicati sulle loro capacità a trasmettere i valori della République attraverso alcune prove ad hoc, gestite dalle Scuole Superiori del Professorato e dell’Educazione (ESPE). A ciò si aggiunge un sistema speciale di valutazione della conoscenza del francese per gli alunni di CE2 (classe equivalente alla nostra terza elementare) e un incremento del 20% per il Fondo sociale di aiuto per i ragazzi in situazione di povertà.

Viene introdotto un corso sulla Morale civica e sull’Insegnamento laico del fatto religioso

Riprendendo il progetto del suo predecessore Vincent Peillon, che risaliva al 2013, il ministro Vallaud-Belkacem renderà inoltre effettiva la “Carta della Laicità” da far sottoscrivere a studenti e genitori all’inizio dell’anno scolastico. Il documento, composto da 15 articoli, prescrive tra l’altro l’impossibilità di contestare l’insegnamento di una materia in base alle proprie convinzioni religiose, il rigetto di ogni forma di proselitismo e discriminazione, la difesa della libertà di espressione e soprattutto il divieto di ostentare simboli religiosi (in applicazione di una celebre legge del 2004 che ebbe molto risalto in Francia e all’estero).

Curiosamente, il testo originario della Carta fu presentato a suo tempo da Peillon, Vallaud-Belkacem e Robert Badinter, ex presidente del Consiglio Costituzionale francese nonché marito della laîcarde Elisabeth Badinter, filosofa femminista che ha recentemente denunciato il pluridecennale «lassismo» dei socialisti francesi, in particolare sul tema del velo.

Disoccupazione e comunitarismo

L’istruzione pubblica francese viene spesso descritta come un campo minato, quando si parla dei quartieri più difficili. In base alle categorie stabilite nell’ambito delle politiche pubbliche, questi sono etichettati con la duplice espressione “Zone Urbane Sensibili” (ZUS) e “Zone di Educazione Prioritaria” (ZEP, sigla ufficialmente abbandonata), a designare rispettivamente i territori beneficiari di sussidi in via prioritaria e quelli in cui sono presenti istituti scolastici ad alto tasso di dispersione o abbandono.

D’altra parte, i dati più recenti sull’impiego in questi aggomerati, resi noti dall’osservatorio ONZUS e riportati dal quotidiano Le Monde, parlano di un tasso complessivo del 24,2% di disoccupazione – contro il 9,9 per cento fuori dal perimetro ZUS – e soprattutto di un 45% di senza lavoro per i giovani di età compresa tra i 15 e i 29 anni.

Tra le ZUS principali figurano numerose municipalità del dipartimento Seine Saint-Denis, balzato alle cronache nel 2005 in occasione delle rivolte e tornato oggi al centro del dibattito con riferimento alla crescita del comunitarismo musulmano e ai focolai del radicalismo. Due fattori che nel 2010-2011 furono approfonditi nel famoso “Rapporto Kepel”, commissionato dall’Istituto Montaigne e condotto dall’équipe del politologo di SciencesPo Gilles Kepel. Questi notava una intensificazione delle pratiche religiose in comuni come Clichy-sous-Bois e Montfermeil, favorita da un contesto di insicurezza sociale e debolezza dello Stato.

L’eco di quel rapporto risuona oggi, nel momento in cui si assiste al rifiuto da parte di molti giovani a partecipare alla solidarietà collettiva pro-Charlie (individuato come nemico di Maometto), tra momenti di raccoglimento “violati” e ammiccamenti ai terroristi sui social (# JeSuisKouachi). La tensione è salita a tal punto che la messa in stato di fermo di un bimbo di 8 anni a Nizza, denunciato per apologia di terrorismo per alcune frasi filo-jihadiste pronunciate in classe, è diventato un caso mediatico nazionale.

Conflitti e disuguaglianze

Proprio la scuola è considerata il riflesso della crisi di integrazione francese, nonché dell’abisso che separa le diverse realtà scolastiche nazionali, nelle quali spesso la mixité etnica assume i connotati di segregazione di classi meno agiate e immigrati di ultima generazione. Ne abbiamo parlato con Rocco Marseglia, professore italiano di lettere in licei generali e teconologici, che ci ha esposto il suo punto di vista sulla Haine di ritorno nell’Esagono: «Ho insegnato in giro per la banlieue est di Parigi, nel dipartimento 94 a Champigny-sur-Marne, a Villepinte nel famigerato 93 [Seine-Saint-Denis] e ora sono nel 77, a Provins». Una variabile fondamentale del problema risiede nei dislivelli di ceto: «In tutte le mie classi ho avuto alunni di ogni origine etnica e culturale e il loro grado di integrazione è sempre stato elevato, mentre non si può dire altrettanto per i ragazzi di classi sociali diverse».

Per Rocco, il piano-laicità del governo francese non rappresenta una soluzione: «Io non credo molto nel “catechismo laico”. Sono più propenso a credere che il vero cambiamento non possa venire che da una politica sociale, che agisca sulle soluzioni abitative e sull’occupazione, ma anche sui trasporti e sull’accesso all’educazione da parte di tutti».

Le difficoltà dei docenti

Il programma di Najat Vallaud-Belkacem suscita dunque perplessità anche in relazione agli stessi programmi formativi, predisposti per arginare il distacco dei giovanissimi dai valori repubblicani. «Il problema non è la formazione degli insegnanti. I concorsi pubblici prevedono già da anni la prova che si chiama Agir en fonctionnaire de l’état de manière éthique et responsable (“agire come funzionario dello Stato in modo etico e responsabile”)… Più che una formazione teorica è l’esperienza, a mio avviso, che ha insegnato ai docenti a confrontarsi con questi problemi».

Sulla Carta della Laicità e il richiamo alla responsabilità delle famiglie, Rocco mette in luce alcune “esternalità negative” dell’integrazione alla francese: «Coinvolgere maggiormente le famiglie è teoricamente positivo, ma chiunque abbia insegnato in banlieue sa chei rapporti con i genitori sono difficilissimi.La gran parte non segue assolutamente il percorso scolastico dei figli, non si presenta agli incontri, non risponde al telefono.Mi è anche capitato di dover interagire con genitori che non parlavano francese: per comunicare, l’unico interprete poteva essere il figlio».

Provocazione e delegittimazione

L’atteggiamento “refrattario” di molti ragazzi su Charlie Hebdo e libertà d’espressione, più che dalla crescita del comunitarismo si deve piuttosto ad una sorta di “Rivoluzione copernicana” nel rapporto alunni-docenti: «Mi è capitato spesso di parlare di laicità con i miei alunni, anche se non ho mai assistito a episodi come quello del minuto di silenzio. Il più delle volte gli alunni hanno un atteggiamento provocatorio. Ad esempio, discutendo con alcuni ragazzi che volevano preparare un TPE [Travail Personnel Encadré, lavoro di gruppo che vale come prova del BAC, equivalente del nostro esame di maturità, n.d.R] sul tema della laicità “fittizia” in Francia, essi denunciavano il fatto che il riposo settimanale fosse fissato alla domenica», racconta Rocco.

«Il più delle volte gli alunni hanno un atteggiamento provocatorio»

«Il comunitarismo è un fenomeno in crescita, ma lo è di più al di fuori della scuola. A me sembra che il vero problema sia il modello pedagogico. Ci viene chiesto di non trasmettere nessun sapere ai nostri alunni, ma di mettere l’alunno al centro del dispositivo, ascoltarlo, renderlo partecipe della creazione del senso. Nel mio caso, ad esempio, è il feedback degli alunni a costruire il senso di un testo letterario: il professore deve limitarsi a guidarli, ammettendo che nessuna interpretazione sia a priori giusta o sbagliata. Nello stesso tempo si rimette in discussione tutto il sistema di valutazione degli allievi». Tra i propositi di Hollande vi era infatti il superamento dei cosiddetti “voti punitivi” come anticamera della loro soppressione definitiva. «Difficile chiedere ai professori, che di fatto non sono un’autorità per i loro alunni, di esser capaci a separare il bene dal male quando si tratta dei valori della Repubblica», conclude Rocco.

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