8 Marzo Mar 2015 1430 08 marzo 2015

Celli: “Internet e i partiti stanno uccidendo la Rai”

Celli: “Internet e i partiti stanno uccidendo la Rai”

Rai Televisione Partiti

Non è tipo da mezze misure, Pier Luigi Celli. Sociologo, manager pubblico e privato di lungo corso, Celli è oggi  Senior Advisor del Presidente di Unipol Gruppo Finanziario, membro del Consiglio di Amministrazione di Aeroporti di Roma, La Perla e Illy, dove fa parte anche del Comitato Esecutivo. Tra il 1998 e il 2001, tuttavia, è stato Direttore Generale della Rai. Ed è da quella esperienza che Celli parte per raccontare la grande occasione sprecata della televisione di Stato, stretta sì nella morsa di risorse sempre più scarse, di una concorrenza sempre più agguerrita e di un mercato che cambia molto rapidamente. Ma anche e soprattutto di scelte manageriali sbagliate e di un controllo politico asfissiante e deleterio.

Professor Celli, lei è stato Direttore Generale della Rai dal 1998 al 2001. Secondo lei, la Rai è cambiata in meglio o in peggio, da allora?
In peggio, sicuramente. Questi quattordici anni sono stati spesi a smontare quel che noi avevamo fatto. 

Ad esempio?
Avevamo anche trovato un accordo con degli americani che fanno ripetitori in giro per il mondo, cedendo loro parte di Raiway . I fondi ricavati sarebbero serviti a digitalizzare il servizio televisivo. La firma fu bloccata da Gasparri quando al governo andò Berlusconi. La digitalizzazione del servizio è iniziata dodici anni dopo. Tredici anni dopo è stato deciso di quotare in borsa parte di Rai Way. È stato perso un sacco di tempo.

Colpa della cattiva gestione, quindi?
No. Non solo, perlomeno. La Rai, in questi anni, ha dovuto fare i conti con risorse molto scarse. Non bastasse, è arrivato sul mercato un competitor come Sky, una multinazionale contro cui fatica anche Mediaset. In quest'ottica Il tentativo di Berlusconi di impadronirsi delle torri della Rai è un modo per giocare la partita delle infrastrutture, al posto di quelle dei contenuti e dei prodotti. Anche Mediaset sa che presto sarà ancora più dura.

È la globalizzazione, no?
In realtà è solo un assaggio della globalizzazione. Molte cose ancora cambieranno, nei prossimi anni. 

Internet si mangerà la televisione?
Internet sta disarticolando molte strutture e convenzioni che ci stiamo tirando dietro. In realtà, si pensa che i giovani non guardano la Tv, ma la quota parte dei telespettatori giovani a Sanremo è cresciuta. Forse perché Sanremo e la televisione rassicurano, in tempi incerti, Di certo, nel medio periodo, internet finirà per disarticolare pure la televisione. 

Chi ha il controllo delle piattaforme ha in mano il sistema della produzione

Quale sarà secondo lei il cambiamento principale?
Io credo che Google, Facebook, Microsoft e Amazon useranno molto presto le loro piattaforme per diffondere contenuti prodotti da loro. I sistemi di broadcasting tradizionali - come Rai e Mediaset, ma anche Sky - si troveranno in competizione con questi giganti. Sarà una competizione molto più dura. Chi ha il controllo delle piattaforme ha in mano il sistema della produzione. E se i contenuti li produrranno le piattaforme web, ti dovrai confrontare con contenuti non solo nazionali di altissima qualità e innovazione.

Le nostre fiction di santi, navigatori e carabinieri non hanno alcun appeal all’estero

Con un mercato che diventa internazionale, Rai e Mediaset non potrebbero diventarlo anch'esse? Magari esportando le loro produzioni…
Nessuna delle nostre fiction riesce a superare i confini nazionali. In un mondo globale, si globalizzano anche le culture. Noi produciamo santi, navigatori e carabinieri che non hanno alcun appeal all'estero. Non si può fare una televisione dei buoni sentimenti e pensare che abbia appeal all'esterno. Bisognerebbe saper leggere la significatività delle situazioni, cambiare l'ordine delle priorità, andare a fondo delle questioni sociali per capire quale può essere un modo originale e non consolatorio di guardare i fenomeni. Certo, se si continua a far lavorare i soliti scrittori, i soliti sceneggiatori e i soliti registi i risultati saranno sempre i soliti.

È tutto un problema di “soliti noti”, secondo lei? O c'è dell'altro?
La politica fa la sua parte. I partiti sono in crisi e nel momento in cui arrivano al potere cercano in ogni modo di trovare gli strumenti per controllare il potere. È una prassi che genera precauzione nei dipendenti della Rai: i dante causa sono all'esterno, i dirigenti cambiano in fretta.  Invece di puntare sulla professionalità, i dipendenti si adattano e puntano sull'appartenenza. il servizio pubblico è stato sempre servizio ai partiti. 

Oggi il servizio pubblico è una somma di interessi settoriali, partitici, se non peggio.

Lei cosa intende quando parla di servizio pubblico?
Quello di servizio pubblico è un concetto di un'ambiguità totale. Noi, a suo tempo, avevamo iniziato a organizzare la Rai affinché RaiUno e RaiDue fossero finanziati dalla pubblicità e RaiTre, il servizio pubblico, dal canone.  Tutti i paesi hanno un sistema televisivo pubblico. Di solito si tratta di due reti, che hanno obblighi particolari da osservare. Programmi con un taglio regionale, ad esempio, che promuovano e rappresentino le identità locali. Il canone dovrebbe consentirti di dare questo tipo di servizio pubblico. Oggi il servizio pubblico è una somma di interessi settoriali, partitici, se non peggio. Manca totalmente un'idea di bene comune. 

Una malattia tutta italiana, questa?
No. Chi ha il potere tenderà sempre a eliminare quelli che lo possono minare. Semmai, bisogna avere grande cultura democratica per non approfittarne e noi non ce l'abbiamo. Ecco perché bisogna togliere davvero la Rai dal servizio dei partiti, dalla loro pretesa di governare consenso, cultura e valori del paese.

Come puoi pretendere che un’azienda stia sul mercato con la spending review? 

Come si potrebbe fare per togliere la Rai dalle mani dei partiti? 
Forse qualcuno non se lo ricorda più, ma quando ero direttore generale io la Rai dipendeva dall'Iri, non dal governo. Nel 2000 l'Iri è stata liquidata, e invece che essere messa sul mercato, è tornata sotto il controllo del governo. Oggi la Rai è una società di interesse pubblico sotto il controllo della politica, con tutte le regole che vivono per il pubblico, compresa la spending review. Come puoi pretendere che un’azienda stia sul mercato con la spending review? 

Cosa avrebbe fatto lei? Meglio ancora: cosa spera che faccia Matteo Renzi?
Avrei trasformato la Rai in una holding di diritto privato e ne avrei affidato il controllo istituzionale a una authority con la forma giuridica della fondazione. Non è mia questa proposta, peraltro. La fece Bruno Pellegrino, ex senatore socialista, nel 1992 in un libro dal titolo  ‘Rai spa’. 

A livello di contenuti, ha un modello in testa?
Il modello migliore è banale ma resta la BBC. Perché funziona, ancorché a costi più elevati. Produce, esporta, funziona, è un punto di riferimento da imitare. È un modello che ha una sua autonomia rilevante. E non si può permettere a fare un servizio di parte.

Come mai?
Perché ha una credibilità e una reputazione da difendere. 

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