8 Marzo Mar 2015 1130 08 marzo 2015

Iacona: «L’inchiesta torni nel dna del giornalismo tv»

Iacona: «L’inchiesta torni nel dna del giornalismo tv»

Iacona

Riccardo Iacona è uno dei volti più noti del giornalismo d'inchiesta televisivo in Italia. Nella squadra di Michele Santoro a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90, giornalista, conduttore e autore della trasmissione Presa Diretta dal 2009. Con la sua squadra di inviati tutte le settimane approfondisce temi legati all'agenda politica, anche se uno dei pregi di Presa Diretta è stato negli anni il tentativo di riportare all'attenzione di quella stessa agenda temi che la politica aveva dimenticato. Con Linkiesta in una intervista a tutto campo sui temi della televisione e del giornalismo d'inchiesta in tv ha raccontato come sono cambiati i suoi programmi, come è cambiato il pubblico e come il lavoro di inchiesta televisivo è influenzato dai nuovi media. Spazio anche per le problematiche della tv pubblica e sulla riforma della Rai dice «lì si capirà se il servizio pubblico è ancora strategico nel nostro Paese e soprattutto se riusciremo a staccare questa nefasta connessione tra chi guida la Rai e i partiti. Questo è un cordone che va assolutamente reciso. Quindi una riforma che sia capace di recidere questo rapporto, di riportare al centro il rapporto col pubblico prendendo a modello, per esempio, il modello di governance della BBC secondo me sarebbe una vera e propria rivoluzione».

Come ha visto cambiare l’inchiesta televisiva nel corso degli anni?
L’ho vista anzitutto ridursi sia in termini di investimenti, sia in termini di presenza nei palinsesti. Da poco (27 febbraio, ndr) è caduto l’anniversario di morte di Giuseppe Marrazzo e tutti lo hanno ricordato come il capostipite del giornalismo d’inchiesta in Italia. Non a caso era un giornalista televisivo, e allora come oggi è importante avere la possibilità e l’idea di mandare una persona che possa stare dentro al fatto e continuare a lavorarci, sia per un’ora, sia per un minuto e mezzo. All’interno dei palinsesti si è andati invece in un’altra direzione, moltiplicando il numero dei cosiddetti “talk-show” dove tutto si svolge in diretta e i protagonisti sono politici ed esperti vari che esprimono le proprie opinioni e si combattono. Insomma, si è ridotta la quota dell’investimento per il racconto filmato sul posto per capire la notizia.

E da un punto di vista tecnico e linguistico, quindi modalità di presentazione dei servizi in maniera più o meno fredda, emotività e tecniche di montaggio?
Sul montaggio ci giochiamo tutta la partita. Cerchiamo di sfruttare al meglio il materiale che abbiamo come se fosse un unico grande racconto di un’ora e mezza. Un lavoro tutt’altro che facile da fare con i “mattoni narrativi” che arrivano dalla realtà: è sempre più facile scriverlo un racconto anziché ricostruirlo a posteriori con materiali eterogenei. Cerchiamo dunque un racconto per cui a fine puntata tutti abbiano imparato qualcosa di più, ed è quello che succede a me personalmente sul tavolo di montaggio. Costruire un racconto come una progressiva acquisizione di conoscenze che ti portano alla verità, questo è quello che noi cerchiamo di fare. Poi in questo ci può stare la scheda tecnica più fredda, l’inseguimento del politico, oppure la parte più emotiva, l’importante è però accendere quanti più registri possibili. Dando qualche strumento in più al pubblico per interpretare la realtà o la prossima proposta della politica.

Costruire un racconto come una progressiva acquisizione di conoscenze che ti portano alla verità, questo è quello che noi cerchiamo di fare

Anche il pubblico è cambiato.
Il pubblico sicuramente non è più quello di Marrazzo. Oggi abbiamo a che fare con un pubblico molto infedele che ha tantissime possibilità di scelta, anche specializzate. In più il pubblico oggi si informa anche tramite Internet, e ha cioè in mano un “moltiplicatore” che prima non aveva, potendo anche qui fruire informazione, vedere film o video e crearsi un proprio palinsesto anche con le televisioni più importanti del mondo.

Cosa vuol dire tutto questo per chi fa inchiesta in tv come la squadra di Presa Diretta?
Per noi, che facciamo inchiesta all’interno della televisione generalista classica, significa avere persone che prima di tutto non si possono prendere in giro, pronte anche quando sei in onda a riprenderti sui social se stai dicendo una stupidaggine oppure citando un dato fuori posto. Questo è il campo che ci troviamo davanti e che dobbiamo essere bravi a interpretare oggi e in futuro. Per chi fa inchiesta, l’oggetto stesso dell’inchiesta è sempre controverso, è difficile poter tagliare il mondo in bianco e nero, per cui dobbiamo sempre stare molto attenti anche nella costruzione del testo non piegando la realtà al solo materiale che abbiamo in mano facendo capire al pubblico che le questioni sono anche più complesse.

Fattori, dalla riduzione degli investimenti e della presenza nei palinsesti al cambiamento del pubblico, che hanno influito sullo “spirito” del fare inchiesta?
Lo “spirito” dell’inchiesta si è ridotto, ed è diretta conseguenza di quello che citi. Questa è per me una cosa abbastanza negativa perché l’informazione è soprattutto ricerca della verità e questa ricerca va fatta insieme al pubblico. Togliendo a questa ricerca spazio e investimenti economici rimane solo il racconto della cronaca e della cronaca politica e si tolgono strumenti al pubblico per farsi una idea propria sul mondo e per contrastare, per esempio, l’enorme demagogia delle parole della politica da cui siamo invasi tutta la settimana. Vista dal pubblico bisogna essere degli eroi per saper resistere a così tante bordate di cifre, annunci e propositi. Se tu non hai nessuno che lavora per approfondire quegli argomenti e per raccontare la storia poi mancano anche gli strumenti per poter capire se le politiche che vengono attuate sono buone oppure no. Ecco perché considero l’esistenza di quote importanti di giornalismo indipendente che fanno inchiesta in prima serata e perché no, ritornando a far parte anche del dna dei telegiornali, uno strumento di tenuta democratica. Questo è un mercato che c’è, esiste ed è vivo, e la gente ne ha bisogno.

Il pubblico dell'informazione in tv? «Eroi che resistono a demagogia, retorica e bordate di cifre e annunci. Alle inchieste il dovere di contrapporsi a questa comunicazione politica televisiva»

Lo dimostra il fatto che al netto dell’informazione che possono fare i giornali cartacei, oppure quelli on-line, certe notizie, fatti, analisi, finché non approdano in tv è come se non esistessero.
Questo perché c’è ancora tanto pubblico sulle televisioni generaliste e quindi nel momento in cui un fatto approda in tv arriva per davvero all’attenzione dell’opinione pubblica, e alla fine questo è quello che deve fare un giornalista, fare arrivare i fatti all’attenzione dell’opinione pubblica. La nostra figura deve essere fisiologicamente in contrasto con la politica ma non perché bisogna sempre fare i bastian contrari, ma perché sono due mestieri completamente diversi. La politica comunica al Paese cosa è importante per la propria agenda, ma è proprio sull’agenda che deve esserci il conflitto con i giornalisti e li giornalisti devono essere in grado di mettere in agenda anche cose che la politica ha dimenticato. Questo è un conflitto sano quando c’è. Mi preoccupa quando questo conflitto non c’è. Questo è fare servizio pubblico secondo la mia visione delle cose.

Com’è oggi fare inchiesta sulla tv pubblica anche a fronte proprio del taglio degli investimenti?
Ripartiamo purtroppo ancora dalla sofferenze economiche. Anche la Rai ha subito tagli dovuti al calo degli investimenti pubblicitari e alla recessione. Questo non può non aver avuto un peso sui conti dell’azienda, e questo ci ha costretto a fare delle economie, ma io penso che le economie legate a una migliore organizzazione del lavoro sono sempre utili e che andrebbero fatte anche senza aspettare le crisi. A mio avviso oggi è importante sempre organizzare il lavoro ma non smettere mai di investire sul prodotto anche in Rai, altrimenti la gara la perdiamo in partenza: c’è dunque da stare attenti quando si taglia a non arrivare all’osso del prodotto. Qualche volta ci siamo avvicinati e questa è una cosa che sottolineo quando incontro i dirigenti dell’azienda.

Andiamo dritti a parlare di riforma della Rai.
Quella è la partita grossa, una nuova convenzione che la Rai dovrà firmare con lo Stato, e da lì si capirà se il servizio pubblico è ancora strategico nel nostro Paese e soprattutto se riusciremo a staccare questa nefasta connessione tra chi guida la Rai e i partiti. Questo è un cordone che va assolutamente reciso. Quindi una riforma che sia capace di recidere questo rapporto, di riportare al centro il rapporto col pubblico prendendo a modello, per esempio, il modello di governance della BBC secondo me sarebbe una vera e propria rivoluzione. Positivamente è quello che ci aspettiamo, poi vediamo cosa arriverà. Lo diciamo noi per primi da parecchi anni e ne abbiamo anche subito le conseguenze.

Riforma Rai: «grossa partita, da lì si capirà se il servizio pubblico è ancora strategico nel nostro Paese»

Si riferisce al famoso “Editto Bulgaro”?
Facevo parte della squadra di Santoro quando “Sciuscià Edizione Straordinaria” fu chiusa e anche io rimasi di fatto chiuso in un ufficio prendendo uno stipendio per non fare niente. So dunque cosa significa la cancellazione di programmi e spazi narrativi. Ci scordiamo sempre di quello che successe durante un concerto del primo maggio che andò in onda in leggera differita per poter permettere il controllo sul fatto che qualcuno dicesse qualcosa di non gradito all’allora governo Berlusconi. Una cosa da paese dell’ex cortina di ferro che non deve più accadere e che rimane la rappresentazione plastica del collegamento fra il Consiglio di Amministrazione e Direzione Generale con i partiti politici.

E questa domenica cosa mostra Presa Diretta?
Partiamo dalla storia tutta politica di Carlo Cottarelli (ex commissario alla spending review, ndr), del suo passaggio da Letta a Renzi e poi andiamo a mettere le mani dentro alla questione per cercare di capire come mai questo piano, specialmente sulle partecipate pubbliche, non è partito. Da vicino scopriamo che su queste partecipate pubbliche è difficile intervenire perché è lì che c’è lo scambio tra politica, affari, appalti e corruzione. Lì siamo nel cuore della macchina di funzionamento dello Stato e se non intervieni su quel cuore poi non puoi chiedere ai privati e al cittadino di rispettare le regole. La storia delle partecipate pubbliche italiane è la storia dell’occupazione dello Stato da parte dei partiti

Per chiudere, a quale inchiesta Riccardo Iacona si sente particolarmente legato?
In generale le amo e le ho amate veramente tutte, ovvio che poi alcune rimangono più di altre, sia perché sono arrivate in un momento storico particolare, sia perché hanno magari contribuito a cambiare le cose. Mi viene in mente la puntata sul Metodo Stamina. Una puntata che è stata molto utile dal punto di vista del servizio pubblico perché ha cambiato totalmente la partita sul tema che non era una partita indifferente visto l’attacco al sistema sanitario cui aveva portato. In contemporanea alla nostra inchiesta già una camera del parlamento si era espressa dicendo di fatto che “quella roba lì” poteva essere pagato dallo stesso sistema sanitario nazionale e subito dopo si è invece capito che si trattava di una truffa bella e buona. Averla raccontata nel momento giusto è stato un bel lavoro di inchiesta utile. Ugualmente la puntata “Ricchi & Poveri” è una a cui sono particolarmente legato, perché lì abbiamo raccontato la crisi italiana per quello che è, cioè non un conto della spesa, ma una redistribuzione iniqua del reddito. E aver scavalcato il senso comune e dimostrare in televisione che si era tornati a livelli da inizio ‘900 nella forbice tra ricchi e poveri è stato un lavoro a cui mi sono affezionato e che ha gettato luce su uno spazio buio che da quel momento in poi rimane nell’opinione pubblica.

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