14 Marzo Mar 2015 1930 14 marzo 2015

Il salario minimo farebbe crescere l’Europa

Il salario minimo farebbe crescere l’Europa

Economia Germania

L’Europa che si avvia alla ripresa appare ancora squilibrata al suo interno. Gli aggiustamenti nei Paesi in deficit non si sono accompagnati a movimenti verso il riequilibrio in Germania, che ha anzi continuato sulla strada della svalutazione interna. Il rischio è che la prospettiva europea sia di business as usual, con il riproporsi degli sbilanci competitivi che hanno portato alla crisi dell’euro. Per evitarlo occorre che il Qe abbia successo, che (di conseguenza) la Germania si surriscaldi col procedere della ripresa e che la Bce resista alle richieste di normalizzazione monetaria (fine del Qe) che verranno da Berlino.

Ripresa e bilance commerciali

L’Europa che si avvia alla ripresa economica è diversa da quella che quattro anni fa era caduta in recessione? Più precisamente, gli squilibri competitivi intra-area che avevano determinato la perdita di fiducia nell’euro – e la crisi dei debiti sovrani – hanno imboccato, dopo il salasso recessivo, la strada dell’aggiustamento? I saldi delle partite correnti dei Paesi euro sono in miglioramento ovunque. Nelle stime della Commissione europea, l’avanzo esterno dell’area della moneta unica raggiungerà quest’anno la cifra record di 330 miliardi di euro, pari al 3,5% del Pil. La parte del leone la farà ancora la Germania (con quasi 240 miliardi, 8% del Pil), ma aumenti degli attivi e riduzione dei passivi si avranno in tutti i Paesi. Su queste dinamiche influiscono, però, energia e svalutazione dell’euro.

I saldi delle partite correnti dei Paesi euro sono in miglioramento ma su queste dinamiche influiscono energia e svalutazione dell’euro 

Si tratta di fattori che – a meno di differenze nelle politiche di prezzo delle imprese, nelle elasticità delle esportazioni al cambio e nel grado di dipendenza petrolifera – incidono in modo comune sui conti con l’estero delle varie economie. È, quindi, un miglioramento che poco può dire su come stanno realmente evolvendo i divari competitivi nell’area. Per avere indicazioni su questo aspetto è più informativo fermarsi al 2014 per eliminare l’impatto del greggio e del cambio e vedere cosa è avvenuto alla bilancia commerciale di due Paesi come Italia e Spagna, entrambi in aggiustamento, ma interessati da fasi cicliche diverse. 

Fig. 1 – Italia e Spagna: bilancia commerciale e Pil

Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Eurostat

Il Paese che è uscito per primo dalla recessione, la Spagna, ha sperimentato contemporaneamente alla ripresa un nuovo deterioramento nei conti con l’estero

Migliora chi non guadagna competitività? Come mostra la figura 1, il Paese che è uscito per primo dalla recessione, la Spagna, ha sperimentato contemporaneamente alla ripresa un nuovo deterioramento nei conti con l’estero. Invece il Paese rimasto in recessione, l’Italia, ha registrato ulteriori aumenti nell’attivo esterno. Ciò porta a sottolineare l’importanza del ciclo economico nell’influire sulle bilance commerciali delle economie in aggiustamento, ma solleva anche dubbi sull’entità dei miglioramenti competitivi conseguiti con i processi di svalutazione interna. La Spagna ha ridotto, dal 2009, il proprio costo del lavoro per unità di prodotto (clup) rispetto alla Germania; i progressi dell’Italia su questo fronte sono stati, invece, molto meno significativi (fig. 2). Eppure è l’economia italiana, e non quella iberica, che giunge a registrare, nel 2013 e 2014 (e in prospettiva 2015), il terzo surplus commerciale in valore assoluto nell’area della moneta unica, dopo Germania e Olanda.

Fig. 2 – Costo del lavoro per unità di prodotto di Italia, Spagna e Germania in rapporto all’area euro (1999=100)

Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Commissione europea

Sembrerebbe quasi che per i Paesi indebitati dell’eurozona valga una legge punitiva che non premia i virtuosi

In definitiva, sembrerebbe quasi che per i Paesi indebitati dell’eurozona valga una legge punitiva che non premia i virtuosi: il miglioramento dei conti con l’estero è per chi persevera nella recessione (Italia), non per chi fa uno sforzo di svalutazione interna (Spagna) emulando il modello tedesco. Una constatazione che spinge a indagare più a fondo sulla reale portata degli aggiustamenti competitivi operati negli ultimi anni.

Modello tedesco e aggiustamento europeo

Il taglio dei salari nell’industria rispetto alla dinamica consentita dall’aumento della produttività è alla base della deflazione in Germania

Ricordiamo le caratteristiche alla base del successo della Germania che i Paesi indebitati (utilizziamo questo termine per indicare Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Grecia) sono chiamati a contrastare attraverso un difficile processo di imitazione. Gli ingredienti di tale successo hanno preso a comporsi a partire dal 2002 dando luogo alla progressiva espansione dell’avanzo commerciale tedesco che ha raggiunto un culmine prima della crisi, nel 2007. Essi sono schematizzati nella tabella 1 e riassumibili come segue:

  • aumento della produttività sbilanciata nell’industria, settore pienamente esposto alla concorrenza internazionale (+4,4% all’anno tra il 2002 e il 2007 contro +0,6% negli altri settori); una crescita a favore del settore tradable più squilibrata di quella registrata nei Paesi indebitati;

  • taglio dei salari nell’industria rispetto alla dinamica consentita dall’aumento della produttività (il real product wage industriale è sceso in rapporto alla produttività del 2,8% all’anno);

  • di conseguenza, neutralizzazione del meccanismo di riequilibrio settoriale interno che si sarebbe dovuto attivare col trasferimento degli incrementi salariali dall’industria al resto dell’economia dove non vi sono stati incrementi di produttività;

  • di conseguenza, prezzi relativi dei beni degli altri settori che, al contrario di quanto sarebbe dovuto avvenire per il riequilibrio, non sono aumentati in rapporto a quelli dell’industria e sono cresciuti meno che nelle altre economie (0,0 in Germania contro 1,9% all’anno nei Paesi indebitati);

  • di conseguenza, inflazione al consumo che, al contrario di quanto si sarebbe dovuto verificare, è risultata di oltre un punto all’anno più bassa in Germania rispetto alle altre economie; per il riequilibrio avrebbe, invece, dovuto essere di oltre un punto all’anno più alta;

  • di conseguenza, in unione monetaria con assenza del tasso di cambio della moneta tedesca - che nelle condizioni descritte si sarebbe apprezzata - miglioramento di competitività della Germania.

Tab. 1 – Produttività e prezzi in Germania e nei Paesi indebitati (variazioni % medie annue)

1Paesi indebitati=Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia. 22009-2014.
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Commissione europea.

Imitatori inadeguati

I Paesi indebitati hanno preso a imitare il modello tedesco contenendo i salari. È stato, però, un tentativo insufficiente perché quel modello ha continuato a operare a pieno regime nel Paese di origine

Se questo era il meccanismo generatore degli squilibri intra-area prima dell’esplosione della crisi, è cambiato qualcosa in Europa a otto anni di distanza? Ciò che si può osservare è che dopo la caduta recessiva del 2008-09, comune a tutte le economie europee, ha preso avvio un lento riequilibrio nei Paesi indebitati, tradottosi in forte compressione dell’assorbimento domestico (seconda recessione) e nel tentativo, non uniforme, di abbassare le dinamiche nazionali di costi e prezzi sotto quelle della Germania (svalutazione interna). Come mostra l’ultima colonna della tabella 1, i Paesi indebitati hanno (in media) preso effettivamente a imitare il modello tedesco contenendo le dinamiche salariali nel settore esposto alla concorrenza internazionale rispetto a quelle della produttività (-0,5% all’anno nell’industria).

È stato, però, un tentativo insufficiente, perché quel modello ha continuato a operare a pieno regime nel Paese di origine. La Germania non ha infatti modificato i propri meccanismi propagatori di squilibri. La crescita tedesca ha continuato a basarsi sul taglio delle dinamiche salariali (-2,5% all’anno rispetto alla dinamica  della produttività) in un settore industriale sempre in espansione molto sbilanciata rispetto al resto dell’economia stagnante (il differenziale di produttività si è allargato del 5% all’anno). L’economia tedesca ha, in altri termini, continuato a fare svalutazione interna quando il riequilibrio europeo richiedeva esattamente l’opposto. Lo sforzo realizzato dai Paesi indebitati è visibile nell’allineamento dell’inflazione al consumo nel periodo 2009-2014 a quella tedesca, con un abbassamento sotto quest’ultima e verso dinamiche nulle negli ultimi due anni. Ma imitare un modello che non sta fermo porta fatalmente a risultati inadeguati rispetto all’azione compiuta.

(...)

Fig. 3 – Paesi euro indebitati: livello dei prezzi in rapporto alla Germania (livello prezzi Germania=1)

Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Oecd.

Tab. 2 Deprezzamento effettivo e di equilibrio del cambio bilaterale reale dei Paesi indebitati rispetto alla Germania (variazioni logaritmiche in % nel periodo 2009-2014)

1 Si veda la nota 2 nel testo.
Fonte: elaborazioni Nomisma su dati Oecd e Eurostat

Ancora squilibri

L’Europa che si avvia alla ripresa è dunque tanto squilibrata al suo interno quanto quella che era caduta nella recessione

L’Europa che si avvia alla ripresa è dunque tanto squilibrata al suo interno quanto quella che era caduta nella recessione. In questi anni si sono avuti sforzi di aggiustamento da parte dei Paesi che erano in posizione deficitaria, come testimoniano le loro recessioni, l’ampliamento della disoccupazione, l’azzeramento delle inflazioni, il contenimento delle dinamiche dei costi unitari di produzione. Tuttavia, a ciò non ha corrisposto alcun movimento di accompagnamento da parte della Germania, che ha anzi perpetuato e accentuato il modello che aveva portato all’aprirsi dei grandi squilibri nell’area. Ne consegue che quella che sembra una sorta di legge punitiva (i Paesi che guadagnano competitività vedono peggiorare i propri conti con l’estero, come nel caso della Spagna) non è in effetti tale: non vi sono stati veri recuperi di competitività e gli andamenti delle bilance commerciali rimangono affidati al ciclo economico.

I faticosi processi di svalutazione interna compiuti soprattutto da Grecia, Portogallo e Spagna sono stati in gran parte vanificati dal fatto che il benchmark tedesco ha ancora svalutato

I faticosi processi di svalutazione interna compiuti soprattutto da Grecia, Portogallo e Spagna sono stati in gran parte vanificati dal fatto che il benchmark tedesco ha continuato a muoversi in senso opposto alle necessità del riequilibrio europeo: ha ancora svalutato. Per cui ciò che appare come un deprezzamento se si guarda all’abbassamento delle dinamiche di inflazione e clup di tali economie, è invece un apprezzamento, perché il cambio reale tedesco si è nel frattempo ulteriormente allontanato dal suo valore di equilibrio. Alla luce di queste considerazioni non deve sorprendere se il settore industriale delle economie in aggiustamento, che doveva beneficiare dei recuperi di competitività, non abbia mostrato segni di miglioramento, ma abbia anzi continuato a soffrire di perdite di capacità produttiva e che l’opposto sia avvenuto nell’economia tedesca.   

Prospettiva

Alla luce di queste considerazioni non deve sorprendere se il settore industriale delle economie in aggiustamento abbia continuato a soffrire

Come incide la resilienza degli squilibri europei sulle prospettive della ripresa? Si può ipotizzare che una volta superati gli shock favorevoli (cambio e petrolio), permanendo la resistenza tedesca a modificare il proprio modello e attenuandosi per affaticamento lo sforzo delle altre economie, si torni al tipo di sviluppo dell’Europa pre-crisi, con il riaprirsi di sbilanci intra-area man mano che i Paesi indebitati prendono a irrobustire le loro domande interne. In altri terminibusiness as usual in Europa. È, in nuce, quanto si è verificato nell’esperienza spagnola degli ultimi due anni. Si tratterebbe di un percorso a rischio. La crisi dell’euro è stata causata dall’allargarsi dei divari competitivi. La loro mancata correzione può determinare il riaprirsi di falle nella credibilità della moneta unica.

In modo più auspicabile, la ripresa europea potrebbe accompagnarsi a un surriscaldamento dell’economia tedesca, che passa anche dall’introduzione del salario minimo

In alternativa e in modo più auspicabile, la ripresa europea potrebbe accompagnarsi a un surriscaldamento dell’economia tedesca che ne porti l’inflazione adeguatamente al di sopra delle altre economie. Possono aiutare ad andare in questa direzione l’introduzione del minimum wage in Germania e, soprattutto, una maggiore pressione salariale in un’economia che ha tassi di disoccupazione ai minimi storici. Ma perché simili cambiamenti sortiscano qualche effetto devono avvenire in un ambiente favorevole. Per questo è indispensabile che il Qe della Bce abbia successo, nel senso di riuscire a spingere le dinamiche di prezzi e costi in Germania durevolmente sopra il 2% e verso il 3 per cento. Un successo che si dovrà poi misurare anche sulla capacità di resistere alle richieste di  normalizzazione monetaria – porre fine al Qe – che verranno avanzate da Berlino alle eventuali, prime avvisaglie di accelerazione (sopra il 2%) dell’inflazione interna.   

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