16 Marzo Mar 2015 1715 16 marzo 2015

Referendum sull’UE, Cameron scherza col fuoco

Referendum sull’UE, Cameron scherza col fuoco

Brexit Cameron Elezioni Regno Unito

Pochi giorni fa, l’ufficio del primo ministro irlandese ha annunciato l’istituzione di una «piccola e nuova» unità al suo interno, che studi il da farsi nel caso il Regno Unito esca dall’Unione Europea. Mancano poco più di cinquanta giorni alle elezioni parlamentari britanniche e il voto avrà conseguenze importanti per la tenuta del progetto europeo: il premier britannico David Cameron, sotto pressione dall’ala destra del suo partito e dai successi dell’Ukip, sembra essersi legato a un progetto di riforma dei trattati europei che ha poche o nulle possibilità di vedere la luce.

Cameron ha annunciato da tempo che, in caso di vittoria del suo partito, si terrà anche un referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea, prima della fine del 2017. I conservatori faranno campagna per il “sì”, sostiene Cameron, ma solo se da Bruxelles verranno importanti concessioni che salvaguardino «l’interesse nazionale britannico».

Dopo quarant’anni di rapporti tumultuosi, si comincia a parlare concretamente di Brexit. Ma i conservatori britannici devono fare i conti con i grandi cambiamenti nel panorama politico nazionale, da un lato, e dall’altro con la possibilità concreta di negoziare le riforme che chiedono alla comunità europea.

Le pressioni anti-europee

La campagna elettorale nel Regno Unito comincia ufficialmente il 30 marzo, ma diversi leader politici hanno chiarito da tempo quale sarà la loro posizione sui temi europei. Sabato 14 marzo il Telegraph ha pubblicato un estratto del nuovo libro del leader dell’Ukip (The Purple Revolution) in cui dice che una delle condizioni per un’eventuale alleanza con i conservatori, dopo il voto, è che il referendum sulla permanenza nell’Unione Europea si tenga subito, «entro il 2015».

L’Ukip non ha mai nascosto la sua forte antipatia per l’UE e sostiene la necessità di un’uscita immediata del Regno Unito. A lungo confinato ai margini dello scenario politico, l’Ukip ha vinto le elezioni europee dello scorso anno con il 26,6 per cento dei voti.

Il messaggio antieuropeista e la richiesta di una stretta sull’immigrazione sono i due pilastri della politica dell’Ukip, che oggi tutti i sondaggi danno al terzo posto, a livello nazionale, dietro i conservatori e i laburisti, con circa il 15 per cento dei voti (ma c’è l’incognita di quanti seggi conquisterà lo SNP in Scozia). Un grande guadagno rispetto alle elezioni parlamentari del 2010, quando il partito superò di poco il 3 per cento.

Le promesse di Cameron

Sui temi europei e dell’immigrazione, Cameron ha dovuto rispondere, preoccupato di un’emorragia di voti “a destra” per il suo partito – e che l’Ukip lo accusi di eccessiva arrendevolezza verso le istituzioni europee. Pochi giorni fa, Nigel Farage ha twittato un finto poster elettorale in cui il volto del premier emerge dal taschino del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker.

Nice posters from the Tories today. It would be a great shame if someone spoofed them... pic.twitter.com/C83H1ELAdt

— Nigel Farage (@Nigel_Farage) 9 Marzo 2015

Sia i conservatori che i laburisti preferiscono non prendere di petto i temi su cui batterà di più la campagna elettorale dell’Ukip. Cameron ha detto che avrebbe tagliato il numero di immigrati nel paese, ma nel solo 2014 sono arrivate oltre 300 mila persone. La cifra imponente è il segno che l’economia stia ottenendo ottimi risultati: allo stesso tempo, è anche una promessa sconfessata per il premier britannico.

Se vincerà le prossime elezioni, Cameron ha promesso che andrà subito a Bruxelles con una lista di richieste di «rinegoziazioni» a livello europeo. Il premier vorrebbe modifiche alle legislazioni sul lavoro e sulle imprese, per le quali potrebbe anche trovare qualche sostegno. Oltre a questo, Cameron vorrebbe modificare il trattato di Lisbona e limitare il libero movimento dei lavoratori all’interno dell’Unione Europea. L’allargamento a est dell’UE ha infatti portato a un forte afflusso di immigrati, ad esempio dalla Polonia, che i conservatori hanno spesso dipinto come molto negativo.

Nel primo commento alla proposta di Cameron da quando è entrato in carica – quattro mesi fa – il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk (polacco) ha detto che la revisione dei trattati è «quasi una mission impossible», perché è richiesta l’unanimità dei 28 paesi membri a livello europeo, nonché la ratifica da parte di tutti i parlamenti nazionali.

L’iniziativa britannica ha finora incontrato pochissimo appoggio: Bruxelles aspetta di vedere chi sarà premier dopo il voto del 7 maggio e, se sarà di nuovo Cameron, che cosa chiederà in concreto, probabilmente alla riunione dei leader europei di giugno.

Il Regno Unito ha già una parte speciale all’interno dell’Unione Europea. È uno degli unici due paesi – insieme alla Danimarca – ad aver negoziato una speciale clausola con cui può decidere di non aderire alla moneta unica (opt-out), mentre tutti gli altri stati dell’UE sono obbligati a farlo «una volta che le necessarie condizioni sono soddisfatte» (la regola non è così stringente, ad ogni modo, visto che la Svezia evita l’euro da oltre dieci anni).

Una simile opzione di opt-out è valida per il Regno Unito e per l’Irlanda per quanto riguarda gli accordi di Schengen. Un’ampia revisione del “bilancio delle competenze” tra gli stati membri dell’UE, promossa dal governo britannico, ha concluso che l’attuale rapporto di forze all’interno dell’Unione Europea favorisce il Regno Unito più di quanto non lo danneggi. Il governo Cameron ha dato molta poca pubblicità a questi risultati.

Un’elezione delicata

Il piano di Cameron, oltretutto, dovrà fare i conti con lo scenario che verrà fuori dalle urne. E nel panorama elettorale britannico è un periodo di grandi cambiamenti. Dopo decenni di solido bipartitismo, alle elezioni del 2010 nessuno tra conservatori e laburisti ha ottenuto la maggioranza dei voti, un evento che aveva un solo precedente nella storia britannica (nel 1974; allora si tornò a votare).

Il mondo politico e l’opinione pubblica britanniche scoprirono improvvisamente l’arte dei negoziati tra i partiti, che nell’Europa continentale è una tradizione consolidata, e ne emerse il primo governo di coalizione dalla fine della Seconda guerra mondiale, tra i conservatori e i liberaldemocratici di Nick Clegg.

Da allora, la situazione si è andata complicando ulteriormente. Secondo l’ultimo sondaggio di YouGov, ben cinque partiti sono oggi sopra la soglia del 5 per cento: conservatori, laburisti, liberaldemocratici, l’Ukip di Nigel Farage e i Verdi di Natalie Bennett. Nella media degli ultimi sondaggi, i conservatori di David Cameron e il Labour di Ed Miliband sono in un testa a testa intorno al 33-34 per cento dei voti, mentre l’Ukip è al 15 per cento e i Verdi intorno al 6 per cento. In Scozia, lo Scottish National Party avrà molto probabilmente un ottimo risultato, e potrebbe conquistare la stragrande maggioranza dei seggi laburisti nella regione.

Sui media britannici, di conseguenza, si discute molto di alleanze, anche se i leader dei partiti principali non si sentono molto a proprio agio. I conservatori non hanno risparmiato le parole dure contro l’Ukip nei giorni scorsi, ma il partito anti-euro è in prima linea tra i possibili alleati (soprattutto se i LibDem andranno molto male, come è ampiamente previsto).

Dall’altro lato, i laburisti si rivolgeranno probabilmente agli scozzesi del SNP, che nel resto del Regno Unito però sono assai poco popolari. Non più tardi di ieri, sia il laburista Ed Balls che il ministro conservatore George Osborne non hanno voluto parlare di alleanze.

I mercati si aspettano un periodo inquieto per la sterlina, all’indomani delle elezioni, dovuto al periodo di incertezza politica che seguirà e ai dubbi sul rapporto futuro con l’UE. Cameron si trova in una posizione difficile, insidiato da destra dal suo stesso partito e dai populisti dell’Ukip.

Metà dello spettro politico, dai laburisti ai Verdi ai LibDem, non ritiene centrale la questione e non vuole sentir parlare di referendum. I sondaggi sul tema danno il fronte pro e contro la permanenza nell’UE entrambi intorno al 40 per cento, con una larga percentuale di astenuti e di indecisi. Un referendum rischia anche di far riemergere divisioni geografiche: che cosa succederebbe se, sulla permanenza in Europa, vincesse il fronte del “no” ma la Scozia, ad esempio, votasse compatta per il sì? Le tendenze indipendentiste che hanno portato al referendum scozzese potrebbero avere una nuova forza.

Se Cameron resterà premier dopo le prossime elezioni, restare fedele alle proprie promesse potrebbe rivelarsi molto rischioso. Per il Regno Unito e non solo.

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