19 Marzo Mar 2015 2000 19 marzo 2015

Nel corso di tre vite: Joaquin Phoenix

Nel corso di tre vite: Joaquin Phoenix

J Phoenix

La prima vita comincia dal cognome, che non è davvero il suo. O meglio, è diventato il suo quando i genitori, che si chiamavano John Lee Bottom — carpentiere cattolico — e Arlyn Dunetz — segretaria ebrea — hanno deciso di cambiarlo. Phoenix, che sta bene con nomi come River, Liberty e Summer e che ha finito per star bene anche con un nome fuori contesto come Joaquin. Fuori contesto se si considera l’austerità al contrario che ha caratterizzato l’educazione dei fratelli Phoenix: tra le comuni hippie californiane, il cattolicesimo missionario in Venezuela nella setta dei Bambini di Dio e un veganesimo assoluto, impartito per parabole e senza mai alzare un dito. Non è un caso se il piccolo Joaquin, sentendosi tagliato fuori dalla tradizione familiare di impartire nomi di stampo naturalistico, si è fatto chiamare Leaf fino a quindici anni. È con questo nome che è comparso, una decina di anni prima che la sua prima vita si interrompesse bruscamente, al suo esordio televisivo nel cast di qualche sitcom, dove la vera star era il fratello River.

È difficile dire cosa Joaquin Phoenix abbia maturato in quei primi tempi e cosa abbia assunto più avanti nella vita. La sua formazione è qualcosa di scomposto e nebbioso, cresciuta dietro un apparato familiare appariscente e difficile da isolare. Gli esordi della sua carriera si mischiano a quelli dei fratelli e alle aspirazioni dei genitori, si perdono in un misto di orgoglio collettivo e frustrazione privata. Joaquin è stato per molto tempo un volto sullo sfondo, un personaggio di passaggio per una particina guadagnata a strascico e grazie all’insistenza della madre che allora dedicava gran parte del suo tempo a iscrivere i figli a provini e concorsi. Sarebbe diventato qualcosa di più solo nel 1989, con Parenti, amici e tanti guai, per la regia di Ron Howard, venuto dopo un paio di pellicole facilmente trascurabili. Niente di paragonabile alla carriera lampo del fratello, candidato agli Oscar proprio quell’anno per Vivere in fuga, di Sidney Lumet. Lo chiamavano il James Dean vegetariano, poi aveva altri vizi.

La prima vita di Joaquin è finita al telefono con il 911 la notte di Halloween del 1993, a diciannove anni, fuori dal Viper Room, sul Sunstet Streep di Los Angeles. River era sdraiato sul marciapiede e non si sarebbe alzato mai più. A quel punto il battito cardiaco dell’intera famiglia si è fermato e per qualche tempo non è stato scontato che potesse ripartire a pieno regime. Joaquin ha lasciato Los Angeles per sfuggire all’insistenza dei media, mentre la sua voce distrutta faceva il giro del mondo. Per un paio d’anni non ha partecipato ad alcun film. Non è che prima di cominciare a vivere la sua seconda vita, Phoenix non avesse il volto tagliato e schietto, ma è probabilmente dal momento in cui è tornato sul set — nel 1995 per girare Da morire, di Gus Van Sant — che si è cominciato a portare in giro la maledizione.

«C’è una cosa che odio più di tutte: trionfare. Voglio entrare nell’aula di tribunale con la sensazione di poter perdere»

Qualcuno dice che deriva dalla morte del fratello, qualcun altro sostiene che sia una cosa che si è inventato di sana pianta, altri ancora dicono che gli mancano le proteine della carne e che quindi è anemico. Di certo c’è che senza la maledizione non sarebbe l’attore che è. Non è dato da sapere quanto peggiore o migliore, come non è dato da sapere che effetto faccia il suo volto senza la cicatrice che comincia dal naso e finisce appena sopra il labbro superiore, o cosa significhi quello sguardo perso nel vuoto che ha costantemente e che fa sembrare ogni risata un esercizio doloroso. Lo sanno tutti che è maledetto, e lo sa anche lui. Forse deriva dalla costante paura di non farcela maturata nei primi anni, quando a fargli ombra era River, e poi esplosa quando River è scomparso all’improvviso. «C’è una cosa che odio più di tutte le altre— ha detto a Elvis Mitchell in una delle rarissime interviste durate più di due battute — ed è trionfare. Non voglio trionfare, non voglio sbaragliare tutti gli altri. Voglio entrare nell’aula di tribunale e avere la sensazione tangibile di poter perdere il caso». Ecco, questo: il terrore perpetuo di fallire che trasforma l’espressione in una maschera di cera.

I film della seconda vita di Phoenix, va detto, presi complessivamente non fanno le poche pellicole della terza. Sembrano il frutto di un riempimento, più che di una vera e propria crescita artistica. Eppure lui non faceva altro che studiare e studiando migliorava, maturava, si esprimeva con un’intensità sempre crescente. Aveva sviluppato un metodo di immedesimazione che prevede il consumo giornaliero di diversi pacchetti di sigarette e una rigidità alimentare spropositata. Pare che una volta, quando una sua fidanzata al ristorante ha ordinato dell’aragosta, si sia messo a piangere per il disappunto. Una specie di eccesso equilibrato, che abitua il fisico all’immedesimazione totale e che spiazzi il più possibile qualsiasi regista si trovi davanti. «Cerco di pensare a me stesso come a un roditore su Discovery Channel, me ne sto lì, a farmi gli affari miei e con un po’ di fortuna il regista riesce filmare la mia vita». Insomma, Phoenix non interpreta un personaggio, ma diventa quel personaggio annientando di colpo la finzione cinematografica.

Dopo una serie di pellicole mediocri — non per colpa sua — e i due film meno riusciti di M. Knight Shyamalan, nel 2000 la parte di Commodo nel Gladiatore di Ridley Scott ha buttato Phoenix di fronte a un pubblico da colossal, procurandogli una nomination agli Oscar come miglior attore non protagonista. Il ruolo è un campionario di freddezza e menefreghismo, un catalogo di cattivi sentimenti che gli calza a pennello. Anche la seconda nomination, nel 2005, questa volta come attore protagonista, è derivata da una parte ruvida, sporca, forse la più sporca di tutte quelle che ha ricoperto durante la sua seconda vita: quella di Johnny Cash in Walk The Line, per la regia di James Mangold — ma era l’anno di Philip Seymour Hoffman nella parte di Truman Capote. La maledizione può essere letta in vari modi: in casi come Signs, 8mm e Buffalo Soldiers sembra che sia ricaduta su tutta la produzione, mandando a rotoli il senso del film, in altri, come Hotel Rwanda è stato un tocco divino. Impossibile controllarla, se non si è Phoenix in persona.

Poi è successa una cosa: l’11 febbraio del 2009 se ne stava seduto sulle poltroncine del Late Show, dove era stato invitato per promuovere Two Lovers, uno dei tanti adattamenti delle Notti bianche di Dostojevski che non sarebbe passato alla storia, e fissava il vuoto. Tutto come al solito, solo che tutto era cambiato. Aveva la barba lunga e decisamente non curata, un paio di occhiali scuri che si è rifiutato per tutta la sera di togliere e rispondeva a monosillabi — più del solito. Era infastidito da tutto: dalle luci dei riflettori, dagli applausi e dalle risate del pubblico, da David Letterman che cercava di incalzarlo in tutti i modi possibili. Alla fine se ne è andato, ma era come se non ci fosse mai stato. «Mi spiace che tu non sia potuto venire», lo ha salutato il presentatore. Qualche tempo dopo, Phoenix ha fatto circolare una dichiarazione in cui affermava che avrebbe smesso di recitare per dedicarsi a tempo pieno alla sua carriera di rapper. Incominciava la sua terza vita e non sarebbe stata niente di quello che sembrava.

I’m Still Here è un maledetto colpo di genio. Non è chiaro se l’idea sia venuta a Casey Afflec oppure a Phoenix, ma insieme hanno messo in piedi una pantomima durata un anno e alla quale tutti prima o poi hanno creduto. Phoenix ha ridotto al minimo le sue apparizioni pubbliche e ogni volta che gli è capitato di partecipare a qualche evento mondano lo ha fatto con lo stesso atteggiamento svogliato e strascicato che aveva inaugurato da Letterman. È ingrassato, ha smesso di radersi, non faceva che fumare erba e frequentare prostitute, di tanto in tanto tampinava il produttore P. Diddy — al secolo Puff Daddy, credo — per convincerlo a lavorare al suo disco di esordio. Si faceva vedere agli eventi hip hop di Los Angeles e alle gare di freestyle. Metteva tutto quello che aveva in un progetto strampalato e chi lo conosceva era arrivato alla certezza che finalmente quell’ingranaggio che doveva saltare aveva fatto un volo di diverse decine di metri, andandosi a conficcare nella carriera di un attore promettente e mandandola in frantumi. Ma la maledizione è la maledizione e nessuno può farci nulla. Dando l’idea di andare completamente alla deriva, Phoenix aveva il pieno controllo.

Quella di se stesso in I’m Still Here è la parte che ha fatto scattare l’interruttore della recitazione totale, il massimo livello di interpretazione al quale un attore può spingersi: non uscire mai dal personaggio e rischiare la carriera per un singolo progetto. Per Phoenix ha funzionato come un rito voodoo e ha sbloccato qualcosa. Il 2012 è stato l’anno di The Master, di Paul Thomas Anderson, una specie di miracolo cinematografico in cui Phoenix ha recitato accanto all’enormità di P. S. Hoffman, interpretando — nemmeno a dirlo — un rinato affiliato a una setta religiosa e gli ha regalato la terza nomination agli Oscar. Di lì in poi le sue interpretazioni hanno assunto profondità abissali, sia per intensità che per oscurità. Phoenix ha cominciato a diventare l’anti-Johnny Depp, quello che non si presta a parti comiche, perché lui stesso è un personaggio talmente tragico e preda immobile degli eventi che non può che far sorridere. L’eterno malinconico che dà l’idea di esserlo per davvero, costantemente, ma senza affliggere il pubblico con la frenesia della depressione. Her, del 2013, regia di Spike Jonze, è un capolavoro di solitudine e disillusione. Phoenix copre una gamma di sentimenti così vasta e autonoma da poter paragonare la sua interpretazione a un monologo per voce sola, alla faccia di quella di Scarlett Johannson.

Ora si trova nel pieno della sua terza vita: quella del trionfo. Dovuto e universalmente riconosciuto. Vizio di forma, da poco nelle sale, lo vede di nuovo alle dipendenze di P. T. Anderson in una parte che sembra gli sia stata ritagliata addosso, non tanto dagli sceneggiatori, quanto da Thomas Pynchon nel momento in cui ha scritto il romanzo da cui il film sarebbe stato tratto e ha dato al suo protagonista, un investigatore privato sballato e hippie, quell’atteggiamento innocente di chi è sempre vittima degli eventi. E poi, presto uscirà Irrational Man, di Woody Allen. Forse la maledizione non è una maledizione, ma soltanto il vibrare della stessa nevrosi che ha baciato in fronte tutti i grandi attori. Forse verrà una quarta vita, ma dire cosa sarà è impossibile, come dire come si sveglierà domani mattina Joaquin “Leaf” Phoenix.

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