26 Marzo Mar 2015 1630 26 marzo 2015

Yemen: Arabia Saudita e Iran si contendono il caos

Yemen: Arabia Saudita e Iran si contendono il caos

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Governare lo Yemen equivale a danzare sulla testa dei serpenti, sosteneva l’ex presidente Abdullah Saleh, padre-padrone del Paese per più di trent’anni. Ora il tappo si è aperto e i serpenti sono venuti alla luce, generando una battaglia che è una resa dei conti tra sunniti e sciiti, e tra i loro padrini, Arabia Saudita e Iran, con altri due convitati, Al Qaeda e lo Stato Islamico.

Riassunto delle puntate precedenti. Nel 2011, sull’onda delle primavere arabe che avevano portato al regime change in Tunisia e in Egitto, l’opposizione a Saleh, al potere dal 1978, scende in piazza chiedendo un’apertura democratica. Gli scontri proseguono fino a quando il presidente viene ferito seriamente in un attacco al suo compound e si trasferisce in Arabia Saudita, suo sponsor, per ricevere le cure mediche.

Poi Saleh acconsente ad una transizione non traumatica del comando, gestita dagli Stati Uniti e dai Paesi del Golfo: alla presidenza sale il vice, Abdu Rabbu Mansour Hadi, e si lavora a una nuova costituzione, teoricamente più aperta ed inclusiva. Hadi, come già Saleh, diventa un alleato modello degli americani nella guerra al fondamentalismo islamico. La filiale yemenita di al Qaeda è una delle più importanti dell’intera rete e controlla vaste porzione di territorio, soprattutto nel Sud e nell’Est, e gli Stati Uniti hanno mano libera per colpire i bastioni qaedisti con i loro droni. L’anno scorso Obama cita due volte lo Yemen come una success story, un paradigma della guerra al terrore: no boots on the ground, nessun soldato sul terreno, raid aerei e alleanza solida con i partner locali per sconfiggere l’islamismo militante.

Ma lo Yemen è un Paese complicato, tant’è che fino al 1990 era diviso in due Stati distinti. Nel Nord c’è un gruppo, quello degli Houthi, che appartengono all’antica setta sciita dello zaydismo (al potere ci sono i sunniti), reclama una maggiore autonomia ed è sostenuto dall’Iran. Saleh, che dispone di un patrimonio ingentissimo sottratto alle casse pubbliche (sessanta miliardi di dollari, secondo un’indagine recente delle Nazioni Unite), medita la rivincita. Al Qaeda rimane forte e lo Stato Islamico comincia a spostare il mirino verso la penisola arabica.

Così negli ultimi mesi la success story diventa la storia di un fallimento. Gli Houthi scendono da Nord verso la capitale, Sana’a, e a settembre 2014 conquistano la sede del governo e quella della radio statale, oltre ad alcuni siti militari. Poi, a gennaio 2015, si impadroniscono del palazzo presidenziale, costringendo Hadi alle dimissioni e formando un consiglio per governare il Paese. Il presidente, dagli arresti domiciliari riesce a scappare a Sud, nella città portuale di Aden, dichiarata capitale temporanea.

Insomma, due governi, due capitali, due padrini stranieri: lo Yemen come la Libia. Anche qui, infatti, i fondamentalisti cercano di approfittare delle lotte intestine: oltre ad al Qaeda, che ad ottobre 2014 a Sana’a organizza l’attacco più sanguinoso dal 2012, 47 morti, compare anche lo Stato Islamico, che rivendica le bombe in alcune moschee sciite della capitale, per le quali, venerdì scorso, rimangono uccise 142 persone.

Negli ultimi giorni la situazione precipita ancora. Gli americani evacuano la base militare di al Anad, a Sud, perché i qaedisti si stanno avvicinando pericolosamente. Gli Houthi, forti del sostegno delle forze di sicurezza, ancora fedeli all’ex presidente Saleh, conquistano l’aeroporto di Taez, terza città del Paese, e giungono fino allo stesso avamposto di al Anad, strategico sulla rotta per Aden. Il palazzo di Hadi viene bombardato e il presidente è costretto alla fuga (si diffondono voci, poi smentite, di una fuga in barca verso Gibuti). Così l’Arabia Saudita e i suoi alleati sunniti, riuniti nel Consiglio di Cooperazione del Golfo, prima minacciano l’intervento (nel caso in cui gli Houthi non acconsentano a partecipare ai colloqui di pace, a Doha) e poi decidono di dispiegare tutta la potenza militare acquisita negli anni (nel 2014 l’Arabia è diventato il primo importatore di armi del mondo, superando l’India; la spesa per la Difesa è cresciuta del 54 per cento rispetto all’anno precedente).

Adesso una coalizione di Paesi sunniti sta bombardando le postazioni degli Houthi filo-iraniani in Yemen, in una missione chiamata significativamente “Decisive Storm”. I numeri sono notevoli: cento aerei dell’Arabia Saudita, trenta degli Emirati Arabi Uniti, quindici del Bahrein e del Kuwait, dieci del Qatar, sei di Giordania e Marocco, tre del Sudan. Solo l’Oman non partecipa, mentre Pakistan e Turchia hanno offerto il loro sostegno.

L’operazione si potrebbe ulteriormente allargare. Secondo al Arabiya, Egitto, Pakistan, Giordania e Sudan avrebbero dato la loro disponibilità ad inviare truppe di terra. Quattro navi militari egiziane hanno varcato il Canale di Suez per raggiungere Aden ed assicurare ai sunniti il controllo del porto. I media del Golfo ripetono che l’obiettivo è di salvare lo Yemen e il suo legittimo presidente, Hadi. Ma assieme agli Houthi si vuole colpire pesantemente (“Decisive Storm”, non a caso) il suo padrino politico, l’Iran (che ovviamente ha già chiesto uno stop ai raid).

La tempistica vuole che i caccia di Riad abbiano cominciato a bombardare lo Yemen proprio mentre in Svizzera si infittiscono le trattative tra gli americani e gli iraniani per raggiungere un’intesa di massima sul programma atomico di Teheran. Accordo, questo, che è visto come fumo negli occhi in Arabia Saudita. Il rientro dell’Iran “nucleare” nel consesso internazionale sarebbe un colpo geopolitico notevole per i Saud, capofila dell’asse alternativo a quello degli ayatollah sciiti. Una preoccupazione, peraltro, condivisa da Israele. Nel suo discorso davanti al Congresso americano Netanyahu aveva puntato forte sul ruolo di burattinaio regionale dell’Iran, che, secondo il premier di Gerusalemme, controlla quattro capitali mediorientali: Baghdad, Damasco, Beirut e (appunto) Sana’a.

La tempistica vuole anche che l’attacco saudita in Yemen abbia coinciso con l’avvio di un’altra campagna di bombardamenti, quella degli americani a Tikrit, in Iraq, a sostegno delle milizie, in gran parte sciite, che cercano di strappare la città allo Stato Islamico. Quindi gli Stati Uniti appoggiano (non solo politicamente, ma anche logisticamente) l’azione dei sunniti contro gli sciiti filoiraniani in Yemen, ma aiutano le brigate, guidate prevalentemente dall’Iran, che combattono lo Stato Islamico in Iraq. Perché?

La risposta la si può leggere in un articolo pubblicato sulla rivista “American Interest” da Francis Fukuyama, il teorico della “fine della storia” (ma si era, ahimé, negli anni Novanta), citato recentemente sul Foglio da Paola Peduzzi. Fukuyama, rispetto alla tendenza degli Stati a reagire immediatamente e in modo spropositato davanti alle minacce per la loro sicurezza, parla di un’altra strada, fatta di contenimento del terrorismo e di “offshore balancing”. Non ci sono amici o nemici stabili: la politica estera, in sostanza, è fatta di alleanze flessibili, amici e nemici sono scelti di volta in volta, sulla base delle esigenze del momento.

Gli americani, è vero, scommettono molto sulla legittimazione dell’Iran, che sotto Bush era considerato uno Stato canaglia. Ma la strategia dell’offshore balancing fa sì che possano colpire i filo-iraniani in Yemen, a difesa dell’alleato Hadi, e sostenere i filoiraniani in Iraq, perché lì c’è il nemico più grande di tutti, lo Stato Islamico.

Ora il rischio è che di questo scontro in Yemen tra sauditi ed iraniani possano approfittare i gruppi fondamentalisti, come quello di al Baghadi, oppure al Qaeda. Gli account vicini al Califfato, monitorati da Rita Katz, la direttrice di Site Institute, celebrano l’intervento armato dell’Arabia, salutando il fatto che due nemici dello Stato Islamico si combattano tra di loro (l’IS è sunnita, per cui in Yemen ha attaccato le moschee sciite, ma è avversario di tutti i regimi arabi, compreso quello dei Saud).

Alex Vatanka, iranologo del Middle East Institute, dice a Linkiesta che l’arrivo dello Stato Islamico in Yemen era atteso, ma non in tempi così brevi. Gli attentati alle moschee sono stati una sorpresa: «Al Qaeda ha una forte presenza in Yemen e, data la rivalità tra i qaedisti e lo Stato Islamico, non ci si aspettava un intervento così forte. A meno che la branca yemenita di al Qaeda scarichi al Zawahiri per al Baghdadi. Allo stato attuale, è improbabile». Vatanka, in un pezzo comparso su Foreign Affairs, ha scritto che gli Houthi non sono propriamente un prodotto dell’Iran, ma che Teheran sta traendo vantaggio dalla loro lotta, in maniera opportunistica. Alla stessa maniera, però, riferisce l’iranologo a Linkiesta, «la soluzione non può che passare da un accordo politico con l’Iran, e in questo senso l’intesa sul nucleare è importante. Se fallisce, sarà difficile portare gli ayatollah al tavolo delle trattative su Yemen, Iraq e Siria». L’Arabia, però, sembra pensarla diversamente. A quel tavolo, eventualmente, vorrà presentarsi da una posizione di forza.

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