27 Marzo Mar 2015 1215 27 marzo 2015

Ma non chiamate Heinz Muller il nuovo Bosman. Per ora

Ma non chiamate Heinz Muller il nuovo Bosman. Per ora

Muller

Heinz Muller è un ragazzone tedesco di 196 centimetri, per 94 chili di peso. Con un fisico così, a lui che piace il calcio, non poteva che fare il portiere. E così comincia la sua trafila nel calcio tedesco, fino ad arrivare nel professionismo. Hannover 96, Arminia Bielefeld, St Pauli. Il suo Paese non gli regala granché soddisfazioni, però. I grandi club sono lontani e lui, anziché andare avanti, finisce nelle retrovie del fussball locale, giù fino alla terza serie con il Jahn Regensburg. Poi gira il mondo, tra Norvegia e Inghilterra, prima di tornare a casa. Qui, trova un lavoro nel Mainz. Un lavoro a tempo indeterminato.

Già, perché un giudice tedesco ha disposto così: per la prima volta nel mondo del calcio, un club è stato obbligato in primo grado a reintegrare un calciatore nei propri ranghi, offrendogli un contratto di lavoro non più a tempo determinato, tipico del mondo sportivo. Muller era stato acquistato dal Mainz nel 2009. Gioca 65 partite in 5 stagioni: prima, gli viene offerto un contratto di 3 anni, poi rinnovato di altri 2. Quindi, il 30 giugno del 2014, il suo contratto va in scadenza. Come per molti colleghi, la fine del mese di giugno diventa simbolo del proprio futuro lavorativo: è in quel periodo che si conclude la stagione calcistica e i giocatori che non hanno un futuro assicurato devono contrattare con la dirigenza del club un eventuale rinnovo, o finire sul mercato come free agent. A Muller capita la seconda: il club gli spiega, come si conviene dire in questi casi in maniera elegante, che non rientra più nei propri piani. Il portiere però non la prende benissimo. Spiega alla dirigenza che vuole restare e che in caso contrario andrà per le vie legali.

Al Mainz non fanno una piega e il rinnovo del contratto non arriva. Anche Muller non fa una piega e si rivolge ad un avvocato. Che porta la questione al Tribunale del Lavoro di Mainz. Qui c’è un giudice, Ruth Lippa, che nelle pieghe dell’Arbeitsrecht  (il Diritto che regola il lavoro in Germania) trova la soluzione che fa pendere la sentenza a favore del giocatore: semplicemente, dopo due anni di lavoro a tempo determinato, deve scattare l’indeterminato. Il giudice Lippa equipara così il calciatore (che al massimo può avere un contratto di 5 anni, eventualmente rinnovabile) ad un qualsiasi altro lavoratore. Ed emana la sentenza che prevede l’obbligo di reintegro del lavoratore con contratto a tempo indeterminato.

In molti hanno paragonato la sentenza del Tribunale del Lavoro di Mainz tanto rivoluzionaria quanto quella che a metà degli anni Novanta permise ai giocatori di muoversi liberamente da un club all’altro in quanto lavoratori dell’Unione Europea. Ovvero, la famosa “sentenza Bosman”. Che di fatto equiparava i calciatori professionisti dell’Unione Europea a qualsiasi altro lavoratore subordinato, permettendo loro di legarsi ad un altro club di un altro Paese membro alla scadenza del contratto con la squadra precedente.

Questo però è al momento l’unico punto di contatto tra le due sentenze. Perché per il resto parliamo di differenze che, al momento, non fanno sì che la decisione del Tribunale del Lavoro di Magonza possa essere definita rivoluzionaria. Certo, i legali del club non si aspettavano una decisione del genere, contando su un assunto presente da sempre nel calcio professionistico, tedesco e non solo: il fatto che i contratti dei giocatori fossero legati alla naturale usura del loro fisico. In sostanza: non è possibile far firmare un contratto a tempo indeterminato a chi si sa che non potrà fare questo lavoro per sempre. «Del resto non poteva essere altrimenti se si tiene presente che il rapporto giuridico che è alla base (quello sportivo appunto) è direttamente legato alle condizioni atletiche dello sportivo che evidentemente, risentono in modo determinante di infortuni, malattie e, non da ultimo, anche del passare del tempo», spiega sul proprio blog l’avvocato Giorgio Incantalupo. Non è un caso che in Italia la legge 91 del 1981, che regola e differenzia sport professionistico e dilettantistico in Italia, preveda all’articolo 5 che i contratti possano avere una durata massima di 5 anni.

In Italia, appunto. Perché anche la limitazione territoriale ha la sua importanza. Parliamo di una decisione presa da un Tribunale tedesco non a livello nazionale, bensì locale, cioè nel Land di Magonza. E che quindi non ha riflessi sull’intero Paese, figuriamoci in Europa. Questo può solo accadere se, dopo i tre gradi di giudizio, la questione dovesse arrivare alla Corte di Giustizia Europea, così come accaduto per la sentenza Bosman. E se la Corte stesa dovesse confermare la sentenza favorevole al giocatore, questa si vedrebbe estesa a tutta l’Unione Europea e solo a quel punto si potrebbe parlare di una sorta di effetto Bosman. Un effetto dagli esiti imprevedibili, perché a quel punto potenzialmente tutti i calciatori potrebbero appellarsi alla sentenza e farsi sottoscrivere contratti a tempo indeterminato, con il rischio di ingolfare ed appesantire i bilanci (già non messi sempre benissimo) dei club.

Va però detto che, anche se le normative sui contratti sportivi variano da Paese a Paese, i governi del pallone (a cominciare dalla Fifa) le hanno fatte proprie anche grazie alla Comunità Europea, che su esse non ha avuto nulla da ridire. Inoltre, la natura dei contratti sportivi non limitano i diritti dei calciatori, che godono di contributi pensionistici e ferie pagate. Oltre a trattamenti di fine rapporto. Toccando la durata dei contratti, potrebbe non essere così vantaggioso, come accaduto con il caso Bosman.

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