30 Marzo Mar 2015 2200 30 marzo 2015

Giachetti show: «Bersani? Faccio fatica a non inc...mi»

Giachetti show: «Bersani? Faccio fatica a non inc...mi»

Giachetti Facebook

«Dice Bersani che il Mattarellum lo voterebbe subito, anche domani. Ecco, adesso io faccio fatica a non incazzarmi». Il vicepresidente della Camera Roberto Giachetti stavolta perde la pazienza. Presa la parola durante la direzione del Partito democratico riesce a stento a trattenersi. Diffcile dargli torto. Da sempre in prima linea per archiviare il Porcellum - i più ricordano anche un lungo sciopero della fame - nel maggio del 2013 era riuscito a far votare a Montecitorio una mozione per il ritorno del Mattarellum. Una proposta bocciata proprio con il voto contrario di una parte rilevante del Pd. «Voi ce l’avete avuta l’occasione. E avete votato contro!». Al centro delle critiche finisce la minoranza, gli anti renziani. In dieci minuti Giachetti non risparmia nessuno. Se la prende con Rosy Bindi, con Massimo D’Alema. A un certo punto critica anche Matteo Renzi. Solo contro tutti. I protagonisti della minoranza vengono incalzati di fronte alle proprie incoerenze. Accusati tra le righe di una opposizione strumentale, spesso giustificata solo da improvvisi e inattesi cambi di opinione. 

È la serata della svolta per l’Italicum. Matteo Renzi chiede e ottiene che la nuova legge elettorale venga approvata alla Camera in terza lettura, senza ulteriori modifiche. Al termine di un intenso dibattito la direzione dem approva all’unanimità la relazione del segretario. L’Italicum andrà in Aula il 27 aprile. «E a maggio si chiude». L’unità del partito scricchiola: la minoranza decide di non partecipare al voto in aperto dissenso. Il capogruppo a Montecitorio Roberto Speranza avverte il leader. Stavolta sulla via delle riforme il partito rischia di perdere un pezzo. In serata, lasciando Largo del Nazareno, l’ex viceministro Stefano Fassina ammette: «Ne esce un partito spaccato».

Ed è proprio a Fassina che nel pomeriggio Giachetti si rivolge, appena presa la parola davanti al gruppo dirigente del Pd. L’accusa di cieca obbedienza a Renzi non gli va giù. Come quella di essere iscritto a un partito con «un tasso di conformismo superiore al Partito comunista nordcoreano». Giachetti elenca i tanti distinguo che lo separano dal leader. «Caro Fassina, sei distratto. L’ultima è di qualche giorno fa: ho detto espressamente che ritengo un’aberrazione l’allungamento della prescrizione. Se vuoi posso dirti cosa penso della responsabilità civile o cosa penso dell’amnistia. Cosa mi divide da questa legge elettorale…». Ma il vicepresidente di Montecitorio è convinto: una volta che il partito fa una scelta, va rispettata. Anche da parte di chi non la condivide. «A differenza di te - continua - quando collettivamente prendiamo una decisione io la rispetto. E non perché me lo chiede Renzi». Giachetti la prende sul personale. «C’ho 54 anni, faccio politica dal '79. Ne ho attraversate parecchie. Ho fatto minoranza spesso e mi sono sempre adeguato a quello che diceva la maggioranza. Senza mai nascondere la mia divergenza». 

Dopo Fassina è il turno di Francesco Boccia. Giachetti accusa il presidente della commissione Bilancio di Montecitorio, altro esponente della minoranza. Il tono di voce continua ad alzarsi. Il vicepresidente della Camera è visibilmente alterato. «In un’intervista di oggi, Boccia ci spiega che “il voto è inutile, perché Renzi in direzione ha la maggioranza”». Piccola pausa. Poi la domanda polemica: «E quindi il voto in direzione è utile solo quando la maggioranza ce l’avete voi?». Boccia in sala contesta. Davanti alle rimostranze del diretto interessato Giachetti sventola un foglio di carta. «L’hai detto testuale, se vuoi vatti a prendere l’intervista….». La sfida alla minoranza prosegue. 

Giachetti passa alla categoria successiva. «Quelli che sono poveri di memoria». Stavolta tocca a Massimo D’Alema. «Nei giorni scorsi ho sentito il compagno D’Alema dire che “il referendum finale sarebbe un plebiscito”». Il riferimento è alla riforma costituzionale in corso di esame in Parlamento. Giachetti cerca un altro foglio, cita i lavori della bicamerale presieduta proprio da D’Alema e legge a voce alta: «All’articolo 4, "Referendum", si prevede che la legge costituzionale approvata con voto finale ai sensi dell’articolo 3, comma 4, è sottoposta a un unico referendum». Lo stupore è quasi teatrale. «Cioè - si chiede Giachetti - Quando si tratta dei testi che fa D’Alema nella commissione bicamerale il referendum unico non è un plebiscito, e quando lo facciamo noi invece sì?». Uno dopo l’altro, si passa a Rosy Bindi. Colpevole, secondo Giachetti, di un’improvvisa e ingiustificata giravolta. «Oggi lei dice: “Ritengo essenziale restituire il premio di maggioranza alla coalizione”». Qualche anno fa, però, la deputata democrat aveva sostenuto il referendum Guzzetta, che attribuiva il premio di maggioranza proprio alla lista e non alla coalizione. Giachetti incalza polemico: «In quel caso la deriva autoritaria non si è manifestata nella mente di Rosy Bindi?».

Peraltro, racconta Giachetti, la minoranza che va allo scontro con il segretario ha già ottenuto alcune modifiche alla legge elettorale e alla riforma costituzionale. Modifiche trattate direttamente con Renzi e mai discusse in direzione. «E questo non va più bene». Giachetti si riferisce allo stralcio dell’articolo 2 dell’Italicum, quello relativo alle norme del Senato. «All’epoca io ho fatto un tweet, dicendo che era una cazzata. Ma lo faccio sempre…». In sala non tutti ricordano l’episodio. «Se vuoi Fassina c’ho il pezzo di carta e te lo leggi», replica alla platea che rumoreggia. L’altra mediazione riguarda la scelta di inserire nella riforma costituzionale un vaglio preventivo della Consulta sulla legge elettorale. «Un’idea brillantissima» ironizza Giachetti, ricordando la bocciatura giunta «in forma assolutamente inusuale» dallo stesso presidente della Corte Costituzionale. 

Prima di concludere l’intervento Giachetti sale in cattedra, in tutti i sensi. Sventola davanti alla platea alcuni grafici - «Avevo preparato degli schemini per far vedere bene come funziona la differenza tra Porcellum e Mattarellum» - poi torna a citare un vecchio intervento. «Volevo soltanto leggervi una cosa che vi farà piacere» anticipa. «È brevissima». Il testo risale a qualche anno fa, quando in Parlamento si discuteva la possibilità di inserire il voto di preferenza nel Mattarellum. La critica riguarda ovviamente gli esponenti della minoranza, ormai convinti sostenitori delle preferenze. «Quanto a questa ipotesi - legge Giachetti, - certamente la peggiore, dovrebbe essere sufficiente ricordare quanto di causa ed effetto sia riconducibile al rapporto tra voto di preferenza e corruzione del sistema politico. Vi è chi ha dichiarato che questa lista (la lista bloccata del Mattarellum, ndr) sarebbe veicolo di salvataggio per le cosiddette vecchie nomenclature o addirittura per gli inquisiti. Ma questo è proprio quello che può accadere con la preferenza». L’autore del virgolettato? «Questo signore che avete tanto evocato - chiude sarcastico Giachetti - Si chiama Mattarella, era il relatore del Mattarellum e spiegava molto brillantemente come la preferenza sia un grandissimo rischio». 

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