31 Marzo Mar 2015 0815 31 marzo 2015

Il piano di Putin: la Russia esporta il nucleare

Il piano di Putin: la Russia esporta il nucleare

Russia Diplomazia Nucleare

Il presidente russo ha un’agenda molto fitta, in questi mesi. Le dichiarazioni e i viaggi intorno al mondo di Vladimir Putin hanno ricordato a tutti che la Russia vuole giocare un ruolo nella politica internazionale che sembrava consegnato al passato da superpotenza.

Gli Stati Uniti e l’Europa se ne sono resi conto molto bene. I movimenti ai confini europei – dall’annessione della Crimea al conflitto nel Donbass alla crescente attività militare nel Baltico – vanno di pari passo con le visite di stato di alto profilo dal Sudamerica al Medio Oriente.

Nei viaggi di Putin, a fianco di accordi commerciali e militari, un tema meno notato ritorna con grande regolarità: la promozione della tecnologia e del know-how nucleare russo. Da alcuni anni, la Russia è infatti di gran lunga il paese più impegnato nel promuovere l’atomo in giro per il mondo, anche in luoghi che finora ne hanno avuto scarsa o nulla esperienza.

Solo negli ultimi due mesi, la Russia ha promesso aiuto ad almeno due paesi del Medio Oriente per costruire la loro prima centrale nucleare. Martedì 24 marzo è stato firmato un accordo da 10 miliardi di dollari con la Giordania che apre la strada al primo impianto del paese. Con l’aiuto dell’agenzia di stato russa Rosatom, il paese mediorientale dovrebbe costruire una centrale con due reattori ad Amra, nel nord del paese, che entrerà in funzione a partire dal 2022. La Russia contribuirà per il 49 per cento circa ai costi di costruzione, riporta Reuters.

Solo negli ultimi due mesi, la Russia ha promesso aiuto ad almeno due paesi del Medio Oriente per costruire la prima centrale nucleare

Poco più di un mese prima, nel corso di una visita di stato al Cairo, Putin è stato accolto con i massimi onori dal presidente al-Sisi, in ascesa come “uomo forte” della regione nella lotta contro il cosiddetto Stato Islamico e grande promotore di un intervento armato anche in Libia. Insieme al dono di un kalashnikov, appropriato alle istanze bellicose dei due capi di stato, Putin ha detto in conferenza stampa che la Russia aiuterà l’Egitto a costruire una centrale nucleare – come per la Giordania, la prima del paese – fornendo tecnologia e formazione per il personale.

Le difficoltà della diplomazia dell’atomo

Ma la diplomazia dell’atomo di Putin incontra difficoltà quasi ovunque. Prendiamo il caso dell’Argentina: insieme alle voci su un acquisto di dodici bombardieri russi, che hanno causato una certa inquietudine nel Regno Unito per la sicurezza delle Falkland, a luglio del 2014 anno Putin ha approfittato di una visita a Buenos Aires per firmare un accordo preliminare di cooperazione nucleare (in Argentina sono già operativi tre reattori). Rosatom, ha detto il ministro dell’Energia russo Alexander Novak, fornirà «condizioni finanziarie confortevoli» per l’eventuale costruzione di due nuovi reattori.

Su Clarín, quotidiano mai tenero con la presidente Kirchner, l’ex viceministro degli Esteri Roberto García Moritán ha sottolineato che il tipo di reattori che può fornire la Russia, oltre a rendere il paese più dipendente dalla tecnologia straniera, sono molto diversi dai tre attualmente in funzione in Argentina, e richiederanno quindi la formazione da zero di nuovo personale oltre che nuovi protocolli in diversi ambiti, tra cui quello della sicurezza (da parte sua, Rosatom sostiene che i suoi reattori sono i più sicuri del mondo).

Un altro paese in cui è stato firmato un accordo preliminare nel corso del 2014 è stato il Sudafrica (il paese ha attualmente due reattori in attività). Come scrive il Mail & Guardian, si tratta di un accordo che apre la strada a «contrattazioni a livello governativo, in termini pesantemente favorevoli alla Russia», che dovrebbe costruire e operare il reattore vendendo poi l’elettricità a un prezzo stabilito. Ma il settimanale sudafricano sottolinea che i particolari finanziari dell’operazione sono ancora molto vaghi e che in altri paesi i progetti sponsorizzati dalla Russia sono andati incontro a ritardi e rinvii.

Comprare influenza

La nuova strategia russa dell’atomo ha interessi anche in Europa. Il governo ungherese di Viktor Orbán ha da tempo avviato una politica amichevole verso Mosca e l’Ungheria è oggi il membro dell’Unione Europea più vicino alla Russia, l’unico paese ad aver accolto Putin in visita ufficiale, il mese scorso, da un anno a questa parte.

Secondo quanto riporta Reuters il governo di Orbán ha scartato senza preavviso il progetto che andava avanti da anni di una gara internazionale per rinnovare la centrale nucleare di Paks, l’unica del paese, che da sola fornisce il 40 per cento dell’elettricità. Ha accettato un accordo con Rosatom che si accompagna a un generoso prestito di 10 miliardi di euro per espandere la struttura, costruita negli anni Settanta dai sovietici. La prima parte del prestito dovrebbe essere erogata già quest’anno.

Alcuni esperti citati da Reuters hanno interpretato l’accordo come un modo da parte della Russia per “comprare influenza” in Europa, mentre l’Ungheria può ricevere un finanziamento – erogato da Rosatom e dal ministero delle Finanze russo – in un periodo di difficoltà economiche. Nel 2013, la Bielorussia – il più stretto alleato della Russia in Europa – ha cominciato la costruzione della sua prima centrale con capitali forniti al 90 per cento da Mosca, tra le grandi proteste della Lituania (la centrale si trova a soli 50 chilometri da Vilnius).

Mercati rischiosi

In ogni paese in cui sono arrivati accordi sul nucleare, la Russia è sembrata fornire una soluzione ai problemi più pressanti: in Giordania la crescente domanda di energia in un paese quasi completamente dipendente dalle importazioni, in Argentina gli investimenti stranieri in un momento di disperato bisogno di liquidità, in Ungheria un sostegno internazionale per un paese isolato all’interno della diplomazia europea.

Finora, gli accordi non sono mai andati secondo i piani iniziali

Lo strumento prescelto è stata l’energia nucleare: ma il passato recente mostra che le cose non sono andate quasi mai secondo i piani. In base ad accordi presi nel 2010, Rosatom dovrebbe cominciare quest’anno la costruzione del primo impianto nucleare della Turchia (ad Akkuyu, sulla costa meridionale del paese) ma il progetto è andato incontro a diversi rinvii da parte delle autorità. Nello stesso 2010 la Russia ha stretto accordi anche con il Bangladesh per due nuovi reattori e con il Vietnam, ma anche in questo caso la costruzione degli impianti deve ancora cominciare.

Come riassume il Rapporto sullo stato dell’industria nucleare mondiale del 2014, «la Russia sembra voler operare in mercati in cui nessun altro paese esportatore di tecnologia nucleare sarebbe in grado e offrire condizioni come partecipazioni finanziarie e di capitale che gli altri fornitori non possono eguagliare. Nonostante il grande numero teorico di potenziali mercati, la Russia ha reattori in costruzione solo in Russia, Cina e, a uno stadio iniziale, Bielorussia. Ci sono domande senza risposta su quanti reattori la Russia ha la capacità produttiva per consegnare, quanti finanziamenti sono disponibili, in particolare per i mercati molto rischiosi, e se il suo nuovo design soddisferebbe un’esperta autorità di regolazione in Europa».

In questo quadro, la questione del nucleare iraniano è più delicata e per molti aspetti unica. La centrale di Bushehr è stata costruita grazie all’aiuto russo, ma nei negoziati con i “5+1” quello che la Russia ha da perdere in caso di fallimento sembra essere più di quanto potrebbe guadagnare . Da quando si è creato l’impasse con i negoziatori la Russia ha rallentato l’impegno nel fornire materiale nucleare agli iraniani ed è rimasta interdetta tanto quanto gli Stati Uniti scoprendo l’impianto sotterraneo di arricchimento dell’uranio in Iran nel 2009 – tanto da non porre il veto alla risoluzione del Consiglio di sicurezza che, l’anno successivo, ha aperto la strada alle sanzioni.

La Russia va in controtendenza

Ci sono attualmente 31 paesi del mondo, che operano 388 reattori, ma la percentuale di energia prodotta tramite il nucleare è in declino da diversi anni, dal massimo storico del 17,6 per cento del 1996 al 10,8 per cento del 2013. Cinque paesi – nell’ordine, Stati Uniti, Francia, Russia, Corea del Sud e Cina – contano per due terzi della produzione elettrica da nucleare nel mondo.

In molti paesi, Fukushima ha portato a un ripensamento della strategia nucleare e l’industria del settore sembra affrontare un periodo difficile

In molti paesi del mondo, l’incidente di Fukushima ha portato a un ripensamento della strategia nucleare e l’industria del settore affronta un periodo difficile a livello globale, sotto la pressione dell’opinione pubblica in alcuni paesi ma spesso anche per motivi finanziari. Il nucleare è una tecnologia che richiede altissimi costi iniziali e di manutenzione, dimostrandosi poco flessibile davanti alle oscillazioni del prezzo delle altre forme di energia.

Una decina di reattori commerciali negli Stati Uniti – il primo paese per numero di centrali, circa cento – sono a rischio di chiusura perché poco profittevoli. La Germania ha deciso subito dopo Fukushima che rinuncerà alle sue centrali, mentre nello stesso Giappone, un tempo uno dei più convinti sostenitori dell’energia nucleare, il governo di Shinzo Abe lotta contro l’opposizione dell’opinione pubblica per riattivare la cinquantina di reattori spenti subito dopo il disastro.

Nel frattempo, la Russia ha deciso di puntare su un business dall’incerto futuro. Con un’economia in difficoltà a causa delle sanzioni occidentali per la crisi ucraina, Mosca continua a promettere finanziamenti miliardari per le costose infrastrutture nucleari. Solo il tempo dirà quali progetti andranno in porto e come paesi con scarsa esperienza nel settore riusciranno ad assicurare l’operatività e la sicurezza delle centrali. Molti di questi progetti appaiono come tessere in un mosaico che Putin sta cercando di costruire con grande impegno: mostrare che la Russia è tornata e rivuole il suo posto nel mondo.

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