Insabbiamenti, ostaggi e blackout: Turchia nel caos

Morto il magistrato che indagava sulla morte di Berkin Elvan: strette repressive e ombre dei servizi

Turchia Uccisione Giudice Blackout
1 Aprile Apr 2015 0100 01 aprile 2015 1 Aprile 2015 - 01:00

Un blackout che paralizza un paese intero, il magistrato che indaga sulla morte di Berkin Elvan preso in ostaggio da un gruppo armato e ucciso nel corso del blitz della forze speciali, l’inchiesta Balyoz sul tentato colpo di stato ai danni dell’Akp conclusasi con un nulla di fatto, una «legge bavaglio» che permette alla polizia di perquisire, intercettare e sparare sui manifestanti.

A voler pescare nel torbido questi elementi potrebbero essere collegati tra di loro, i primi due lo sono almeno indirettamente, ma è certo che, a due mesi dalle elezioni legislative, pare ci sia una volontà occulta di gettare il paese nel panico, forse per giustificare le misure draconiane appena adottate dall’Akp (secondo il principio che in tempi d’instabilità è l’autorità a uscirne rafforzata) o semplicemente a causa di una “nefasta” congiuntura di elementi che messi insieme sprofondano di nuovo il paese in un caos dal quale già stentava ad uscire.

Gli eventi di una sola giornata in Turchia ci fanno tornare con la mente agli ultimi tormentati periodi di questo paese, dalle gigantesche manifestazioni di piazza per Gezi Park, alla conseguente repressione governativa e alle molteplici purghe e scandali giudiziari.

Blackout sospetto

Tutto è iniziato nella mattinata del 31 marzo, quando il paese s’è letteralmente spento. Un’interruzione improvvisa d’energia elettrica ha paralizzato 44 province e grandi città come Istanbul, Ankara, Antalya, Smirne, Samsun, Bursa, Diyarbakır etc. Milioni di persone sono rimaste senza corrente, fabbriche ferme, viaggiatori bloccati nel metro, provider Internet fuori uso.

Il più grande blackout degli ultimi quindici anni. In tutto il paese s’è diffuso il panico. Il primo ministro turco, Ahmet Davutoglu, da subito, non ha voluto scartare l’ipotesi terrorista. I media locali hanno attribuito il blackout ad una probabile esplosione nella provincia di Kocaeli che avrebbe provocato l’interruzione immediata della fornitura di energia a gran parte del paese. Il paese «spento» ha fatto da sfondo a quello che sarebbe accaduto dopo qualche ora, provocando un ben diverso blackout, quello dei media.

In ostaggio magistrato che indagava su omicidio Berkin Elvan

Approfittando infatti del panico causato dal blackout (non è chiaro se i due eventi siano correlati) due militanti armati del Partito-Fronte Rivoluzionario per la Liberazione del Popolo (Dhkp-C), d’ispirazione marxista-leninista, sono penetrati nel tribunale di Istanbul, sono saliti al sesto piano ed hanno preso in ostaggio Mehmet Selim Kiraz, il procuratore che indagava sulla morte di Berkin Elvan, l’adolescente colpito da un lacrimogeno sparato ad altezza uomo da un poliziotto nel corso delle proteste per Gezi Park e morto dopo 269 giorni di coma.

Centinaia di migliaia di persone avevano partecipato ai suoi funerali a Istanbul, conclusisi poi con violenti scontri con la polizia e decine di arresti. Soltanto alcune settimane fa il comando della polizia ha identificato l’agente che ha sparato, ma questi non è stato incriminato.

I sequestratori, Safak Yayla e Bahtiyar Dogruyol, avevano chiesto, pena l’esecuzione del magistrato, la confessione del poliziotto che aveva provocato la morte di Berkin Elvan, un processo in un tribunale popolare e la liberazione di tutte le persone arrestate nel corso delle manifestazioni. Sami Elvan, padre di Berkin, aveva subito chiesto di risparmiare la vita del procuratore. «Mio figlio è morto, nessun altro deve morire» aveva detto al deputato del Chp (il Partito Repubblicano del popolo) Hüseyin Aygün, aggiungendo poi su twitter: «Chiedo solo giustizia ed un processo equo».

Coprifuoco mediatico e blitz delle forze speciali

Nelle ore convulse dopo il sequestro il governo ha imposto un vero e proprio «coprifuoco mediatico». Nessuna notizia doveva trapelare per non mettere a repentaglio la vita del giudice. Almeno questa la giustificazione, che ha basi giuridiche in una norma che consente al premier di ordinare la censura se in ballo c’è la sicurezza nazionale o l’ordine publico.

Secondo il quotidiano Hürriyet, negli ultimi quattro anni sono stati emessi almeno 150 di questi ordini. Come nel caso dei diplomatici turchi del consulato di Mosul (sequestrati dall’Isis), delle inchieste in cui erano coinvolti ministri, oppure in occasione della tragedia mineraria di Soma. Il sequestro nel tribunale d’Istanbul è durato sette ore con un tentativo di negoziato poi fallito.

Il blitz delle forze speciali si è concluso con l’uccisione di due militanti. Il magistrato, ferito, è stato portato subito in ospedale ma è morto a causa delle gravi ferite riportate. Un evento di gravissime conseguenze per tutta la Turchia.

«Su Berkin Elvan processo ingiusto, ma l’azione del Dhkp-C giustificherà ulteriore giro di vite»

Ma anche su questa operazione, e su quella della polizia, plana il dubbio. L’azione del Dhkp-C non fa che portare nuova acqua al mulino dell’Akp che vuole il pugno duro contro il dissenso.

È in questa direzione che va la riflessione di Emre Kizilkaya, redattore esteri del quotidiano Hürriyet, che ha commentato gli eventi di questa giornata drammatica per la Turchia: «In primo luogo – ha detto Kizilkaya a Linkiesta - l’inchiesta sulla morte di Berkin Elvan non è stata condotta in maniera giusta ed equa. E questa è stata anche la percezione dell’opinione pubblica. Dopo oltre un anno il poliziotto che ha sparato non era stato identificato. Solo poco tempo fa sono state fatti tre nomi. Questo ha dato l’idea di una profonda ingiustizia. Ora però l’azione armata del Dhkp-C avrà effetti molto negativi su tutta la faccenda. Sulle leggi sulla sicurezza interna appena approvate, ad esempio, che sono ora legittimate da quanto accaduto. Camminare armati nelle manifestazioni, come fanno loro, o fare ciò che hanno fatto oggi non farà certo progredire la democrazia in Turchia».

Gli chiedo su voci, anche autorevoli, che dicono che in passato il Dhkp-C è stato infiltrato dai servizi segreti turchi e che non sarebbe difficile vedere in quest’operazione una false flag: «Dietro azioni del genere – dice Kizilkaya - possono nascondersi anche i servizi segreti turchi, che spesso usano queste organizzazioni per raggiungere determinati scopi. Lo hanno fatto anche in passato. Alcune organizzazioni sono state create proprio ad hoc per questo. Ma non abbiamo prove tangibili. Ad ogni modo, quest’azione armata avrà conseguenze pesanti sulla politica turca sul lungo termine».

Affossata inchiesta «Balyoz»

Il caso era scoppiato nel 2010. Il giornalista Mehmet Barancu, in un reportage pubblicato sul quotidiano liberale Taraf, aveva rivelato l’esistenza di uno dei piani orditi dall’organizzazione Ergenekon, noto come “Balyoz” (martello da fabbro).

Nel suo reportage, il giornalista pubblicava estratti di migliaia di documenti, decine di cassette audio e diversi cd che gli erano stati recapitati in una valigetta. Secondo questi documenti, la marina turca aveva già previsto di piazzare bombe in due delle più grandi moschee di Istanbul, di chiudere le attività di alcune Ong, di arrestare migliaia di persone e di abbattere un caccia turco nel Mar Egeo addossando la colpa all’esercito greco.

Il caos provocato da eventi tanto drammatici avrebbe portato alla caduta del governo dell’Akp e giustificato l’intervento dell’esercito. Alla fine l’inchiesta Balyoz si era chiusa con la condanna spettacolare di 322 militari d’alto rango con detenzioni che andavano dai 16 ai 20 anni. Dopo un colpo di scena nel 2013, la Corte d’Assise d’Istanbul ha deciso alla fine di assolvere tutti i generali, tra i quali Cetin Dogan, Engin Alan, Özden Örnek e Ibrahim Firtina, che erano stati accusati di avere ordito un colpo di stato nel 2003. Il motivo? Prove digitali «contraffatte».

«Legge bavaglio» in vista delle elezioni

Il 27 marzo scorso, il parlamento turco ha approvato una serie di riforme in materia di sicurezza all’interno di un progetto di legge, già soprannominato «legge bavaglio». In base a queste nuove riforme, le forze di polizia del paese sono state dotate di nuovi poteri come la facoltà di eseguire perquisizioni sui manifestanti, intercettazioni e detenzioni fino a 48 ore (anche senza intervento del magistrato) e addirittura l’uso di armi a fuoco per reprimere contestazioni.

Difficile non vedere in questa manovra il tentativo di mettere le mani avanti e imbavagliare l’opposizione, privandola del diritto a manifestare pacificamente, nei mesi che precedono le elezioni legislative di giugno prossimo.

Maxi-inchiesta per critiche su Twitter a agenzia stampa governativa

Cinquantotto persone tra cui giornalisti, deputati, musicisti ed attori sono stati iscritti nel registro degli indagati nell’ambito di una inchiesta aperta dalla magistratura turca. Al vaglio messaggi su Twitter critici dell’operato dell’agenzia di stampa governativa, l’Anadolu, durante le elezioni amministrative del 2014.

Tra gli indagati il corrispondente da Washington del quotidiano Zaman Ali Halit Aslan, il pianista Fazil Say, il redattore capo del quotidiano Cumhuriyet Can Dündar, il corrispondente del quotidiano Cumhuriyet Ahmet Sik, già in prigione per un anno per il suo libro L’Esercito dell’Imam e poi rilasciato. Senza contare le decine e decine di giornalisti già imprigionati (22 dall’inizio dell’anno e dieci distributori) e coloro che dopo i fatti di Gezi Park sono stati licenziati, allontanati o costretti alle dimissioni. Tutti coloro che cercano di costruire una società sana e democratica in Turchia pagano con la prigione o col sangue.

Potrebbe interessarti anche