1 Aprile Apr 2015 1200 01 aprile 2015

«Renzi difenda D’Alema: certi pm lavorano con i piedi»

«Renzi difenda D’Alema: certi pm lavorano con i piedi»

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Peppino Caldarola, storica colonna della sinistra italiana, deputato dei Ds, già direttore dell’Unità, è uno che Massimo D’Alema lo conosce bene. Ci ha scritto insieme nel 2013 un libro dal titolo «Controcorrente, Intervista sulla sinistra al tempo dell'antipolitica», racconto degli anni del Pci, dei Ds, dei problemi della «ditta» e pure delle inchieste su Unipol e Telecom. Ora D’Alema si ritrova di nuovo sui giornali per una nuova inchiesta che riguarda il sindaco dell’isola d’Ischia. E Caldarola lo dice subito: «Se i magistrati non tiravano fuori il nome di D’Alema questa storia sarebbe finita nelle pagine locali: è evidente che alcuni pm lo fanno apposta per finire in prima».

Insomma non c’è alcun dubbio sull’innocenza del compagno Max.
Non c’è reato come non c’era reato per Lupi. I nomi vengono fatti da due indagati. E così torna l’annosa questione dell’uso pubblico di intercettazioni che riguardano persone non indagate. È un tema che oggi la sinistra scopre ma che era giusto sollevare pure quando di mezzo c’era la destra.

Quindi si crea l’ennesima situazione in cui è la sinistra a rincorrere i propri errori?
Nella sinistra ci sono diversi filoni. C’è quello giustizialista che considera come sufficiente il sospetto per giudicare le persone, in particolare i politici. Poi c’è un filone garantista che, però, quando le regole non vengono rispettate nei confronti dell’avversario non sente la necessità della battaglia. Qui invece si tratta di una questione di principio che riguarda tutti i cittadini italiani, cittadini che vengono intercettati ma le cui posizioni non portano al reato e devono essere tutelati dalle indiscrezioni. I magistrati che violano queste regole di civiltà giuridica devono essere sanzionati dall’organo di autogoverno della magistratura.

Che poi è ciò che chiede D’Alema...
Il caso D’Alema è facile, senza aver fatto reati si ritrova sputtanato da un magistrato che è uno di quelli che non riesce a portare quasi mai in porto le sue inchieste.

Eppure anche Renzi ha avuti un atteggiamento ambiguo, talvolta giustizialista nei confronti del suo stesso governo. Ancora adesso non è chiaro se ci siano state pressioni da parte del presidente del Consiglio, ma Lupi non indagato poi si è dimesso...
Il caso Lupi è pieno di ambiguità. Se Lupi ha deciso da solo lo capisco, perché ha voluto tenere fuori se stesso e la sua famiglia dal tritacarne mediatico. Se è stato indotto alle dimissioni lì c’è un errore del premier e si tratta di un errore impegnativo, perché a quel punto deve adattare lo stesso trattamento con i sottosegretari che cascano nella rete di inchieste, soprattutto quando questa rete è alla prima messa in acqua, basti pensare alla questione De Luca. Renzi non può avere due pesi e due misure. 

Dovrebbe dimostrare solidarietà a D’Alema?
Noi parliamo di una politica che è ormai totalmente priva di umanità più che di buona educazione. Penso che quando hai un collega del tuo partito che viene messo nel tritacarne senza aver commesso un reato sarebbe opportuno dire a quel collega mi dispiace, soprattutto perché nella stessa inchiesta in qualche modo vengono tirati fuori senza reato due esponenti del mondo renziano, cioè Guerini, il sindaco Ferrandino fa parte della sua corrente politica, e Lotti. Non credo che Renzi lo farà ma servirebbe a svelenire i rapporti interni, si distinguerebbe finalmente la durezza della battaglia politica dalla testimonianza della solidarietà umana di fronte a una persona che non è indagata.

Ma non crede che questa mancanza di solidarietà da parte di Renzi sia anche dovuta al fatto che di mezzo, in questo momento storico, ci sia lo scontro fortissimo che si consuma tra governo e magistratura? 
Qui serve un discorso più largo.

Nel senso?
La magistratura sta ricevendo dure sconfitte sul proprio lavoro. La quantità di sentenza di assoluzione che riguardano delitti contro la pubblica amministrazione è diventata imbarazzante per la magistratura inquirente. Certo, c’è sempre un giudice a Berlino, ma le inchieste vengono fatte il più delle volte con i piedi. Ci sono pubblici ministeri che non sanno fare il loro lavoro e costruiscono procedimenti giudiziari che non reggono il processo.

Ma ce ne sono anche di bravi che le inchieste serie le fanno..
Certamente. E qui veniamo alla seconda questione. La magistratura sembrava fino a poco tempo fa un corpo unito e tetragono, mentre ormai è spaccata come un partito politico. Nel senso che i magistrati sono armati uno contro l’altro, le procure si combattono e in tutto questo ci sono altre procure infastidite dall’eccessivo protagonismo di altre perché vorrebbero un po’ di riservatezza per lavorare con serietà. Ma in questo quadro ci sono magistrati che hanno interesse primario a finire sui giornali, se beccano un sindaco inviso e non conosciuto che non merita la prima pagina, allora per andare in prima pagina devono piazzarci il nome di D’Alema.

Ma Renzi non si presta un po’ a questo gioco mettendo spesso la magistratura, nella persona di Raffaele Cantone, come argine al malaffare?
Questo continua a essere una malattia profonda della sinistra garantista. Quando la sinistra garantista ha un problema di etica e politica si affida a un magistrato: basti pensare a Ignazio Marino che chiama Sabella, allo stesso modo fa Renzi quando chiama Cantone all’anticorruzione. Il problema non è il mestiere che dà il timbro di legalità ma la qualità della persona. Il banco ambrosiano di Sindona fu affidato a un avvocato, Ambrosoli, che non era un magistrato. Con tutto il rispetto e il dolore per Ambrosoli: ma perché ricorrere sempre e solo ai magistrati quando etica e politica si scontrano? Si possono trovare figure della società che non appartengono alla magistratura, che spesso, capita, è un luogo dove si trovano persone professionalmente discutibili come si vede nei processi.

È una stortura che arriva da Tangentopoli?
Arriva da allora, quando si è stabilito che i magistrati fossero elemento salvifico, come se fossero il potere unto dal Signore. Poi abbiamo visto che diventavano politici, fondavano partiti, poi partivano inchieste contro di loro, non c’è nulla che ci dica che ci sono "unti del Signore" anche tra i commercialisti o i giornalisti, ma noi chiamiamo sempre un magistrato. A questo punto chiamiamo un generale, un tempo avremmo detto che in questo Paese siamo vicini a una deriva sudamericana...

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