3 Aprile Apr 2015 0800 03 aprile 2015

Micheli: «Expo? Una grande occasione persa»

Micheli: «Expo? Una grande occasione persa»

Giuseppe Sala Expo

«Expo sta distruggendo l’orgoglio nazionale» ed è «un’occasione persa, perché è mancata una linea intellettuale, non è stata scaldata la popolazione». Il motivo? «Gli organizzatori si aspettano 20 milioni di turisti in infradito. Ma il livello culturale è sempre dato dagli organizzatori degli eventi. Non fare cultura non è un peccato, è un grande peccato». Francesco Micheli è ospite nella redazione de Linkiesta, per l’open talk di martedì 31 marzo dedicato alla crisi della classe dirigente in Italia. E il “finanziere rosso” non ci pensa due volte a citare Expo come emblema di questa crisi, così come quella della città di Milano. Anche l’amministratore delegato di Expo, Giuseppe Sala non viene risparmiato: «È una persona onesta, per bene, ma a cui manca qualcosa». «Non ho dubbi sulla sua onestà e sulle sue capacità, ma come si può non accorgersi del malaffare che si ha attorno?». D’altra parte «se mi dicono che un chirurgo è onesto, io chiedo: “ve bene, ma come taglia e cuce?”». 

Micheli, il “finanziere rosso”: «Expo sta distruggendo l’orgoglio nazionale, è un’occasione persa perché è mancata una linea intellettuale» 

Tra i fondatori di Fastweb, presidente di Genextra, società di biotecnologie impegnata nello studio del genoma, presidente di MiTo SettembreMusica e da sempre considerato vicino alla sinistra, Micheli fa un ritratto senza sconti della classe dirigente italiana. Quella di una Luxottica che licenzia un manager capace come Andrea Guerra (tra gli 80 soci de Linkiesta, ndr) «per ragioni di equilibrio familiare» e che «sarà destinata a essere venduta tra due-tre anni». Quella che grida allo scandalo per Pirelli, «operazione ottima», e non per la vendita dei treni di Ansaldo Breda, vero gioiello italiano. Quella, infine, che ha fatto «fiorire una classe di intoccabili che rappresentano il vero costo per il Paese». E che, come aggiunge l’altro ospite dell’open talk, Maurizio Messina, cofondatore e direttore generale di Guerini Next, non è capace di creare quella figura di “manager-imprenditore” che servirebbe a rilanciare il Paese.

Il declino della classe dirigente

«Il problema del declino del Paese è stato attribuito alla classe politica - spiega Micheli -, ma il vero problema italiano è il deterioramento continuo della classe dirigente». Se la classe politica si può cambiare con un blitz, come è stato fatto negli ultimi anni, per chi è al timone dell’economia e della finanza i cambiamenti sono lenti, «come quelli demografici. Si deve cominciare da scuola e università e deve sparire una classe dirigente dominante, autoreferenziale e chiusa». 

Micheli: «Il vero motivo di declino è classe dirigente cristallizzata per 40 anni nel salotto buono di Cuccia. Le abilità erano due: tenere le porte strette ed entrarci»

Lo specchio di questa autoreferenzialità è il “salotto buono” della finanza, gestito per anni da Mediobanca. «Il vero motivo di rallentamento e declino - spiega - è legato a una classe dirigente che è stata cristallizzata per 40 anni nel sistema di potere del salotto buono di Enrico Cuccia. Il capitalismo ha funzionato bene fino agli anni ’70. Poi c’è stato un tappo e un’intera generazione è stata tagliata fuori dal meccanismo delle porte strette. Le abilità erano due: tenere le porte strette ed entrarci, magari trovandosi un padre». 

In qualche caso il padre veniva suggerito. «Cuccia si inventava delle dinastie - continua Micheli -. Ha regalato a [Marco] Tronchetti [Provera] un trampolino di lancio». Non c’è stata, per questo, «la distruzione creativa e la rigenerazione» schumpeteriane e «ancora oggi ne patiamo le conseguenze. Prima di tutto nel credito: chi ha fatto fallire una banca è stato messo in un’altra banca o messo a capo dell’Abi, anche se faceva l’avvocato».

Anche se quel mondo è in buona parte finito, gli strascichi rimangono. Un esempio, in questo senso, «è la vicenda Rizzoli (la possibile vendita a Mondadori della divisione libri, ndr): è l’incapacità di uscire da vecchie pastoie, vecchi meccanismi». 

La soluzione, però, non è quella dell’onestà come condizione sufficiente. «Mi mette i brividi sentir difendere un candidato, o un Sindaco, affermando che: “è molto onesto” - dice -. Se devo fare un intervento chirurgico e mi dicono che il chirurgo è onesto, io dico: “voglio sapere come taglia e cuce”. Onestà è la linea di galleggiamento, ma bisogna andare oltre».

Ricambio senza guida

Messina: «Dal 2008 sono stati falcidiati 70mila manager intermedi. Quelli che li hanno sostituiti sono arrivati senza preparazione»

Un ricambio, in realtà, secondo Maurizio Messina, c’è già stato, ma non è stato gestito bene. «Abbiamo recentemente lavorato con Manageritalia su una ricerca che racconta come negli ultimi anni la classe dirigente italiana sia stata falcidiata - dice il dg di Guerini Next -: ci sono stati 70mila manager dismessi dal 2008 a oggi. Se il management di alto livello è stato intoccabili, la fascia in mezzo è stata travolta e quella di sotto è stata portata in modo un po’ artificiale verso l’alto. Si è trovata in una teorica posizione di potere non avendo però accesso a strumenti di potere e spesso neanche cultura e preparazione. La logica è che se ho visto il capo del mio capo fare una brutta fine, non mi prenderò dei rischi e non proverò a tirar fuori l’azienda dalle difficoltà».

Una nuova classe dirigente, aggiunge Messina, ci potrà essere grazie alla rivoluzione digitale. «Sta per investire in modo travolgente tutte le attività che riguardano il mondo delle aziende - spiega -. Le stampanti 3D sono realtà, anche se molti non ne hanno ancora capito l’impatto. Dal punto di vista organizzativo, delle risorse umane, questa rivoluzione digitale porterà ad avere profili professionali che oggi non sono disponibili. Si dovranno formare, come gli attuali IT manager che sono partiti 20 anni fa come elettricisti evoluti».

Luxottica, Pirelli e gli specchietti per le allodole

Micheli: «Luxottica ha mandato a casa Guerra per ragioni familiari e ha perso lo spirito d’impresa. Prevedo che tra due-tre anni sarà venduta»

Un male noto delle imprese italiane è il ricambio generazionale, perché siamo il Paese delle Pmi. «Viviamo in una contraddizione - spiega Micheli -: pensiamo che grande sia bello, ma abbiamo un tessuto fortissimo di Pmi con un padrone molto presente, che ogni tanto è in grado di prendere un manager bravo, ma magari torna indietro. Il caso più clamoroso è quello di Luxottica: dopo aver percorso la strada del manager esterno, ha cambiato e si è capito poi che il tema era di distribuzione degli incarichi a livello familiare». Una scelta che per Micheli può essere fatale. «Finché in Luxottica c’è stato Guerra c’è stata una cosa chiamata “spirito d’impresa”, grazie al quale tutti, dai manager di alto livello al dipendente appena arrivato rispondono allo stesso tono. Io prevedo che tra due o tre anni la comprerà qualcuno».

Micheli: «Ci scandalizziamo per Pirelli, ma ignoriamo AnsaldoBreda, la cui vendita è molto più grave»

La scelta di Tronchetti Provera di vendere Pirelli a una società cinese viene, al contrario, difesa. «Pirelli è un’operazione ottima - sottolinea il “finanziere rosso” -, mi ha sorpreso questo scandalizzarsi generalizzate. Pirelli fa buona parte del suo fatturato in Cina, ora troverà la capacità di espandersi nel mondo e di crescere velocissima. In cambio di questo l’imprenditore cinese si è impegnato a tenere i tecnici italiani e se vorrà cambiare questo punto dello statuto avrà bisogno del 90% dei voti. In un mondo senza frontiere così ha da essere». Molto più grave, secondo il fondatore di Fastweb, è la vendita dei treni dell’alta velocità (AnsaldoBreda, venduta di recente ai giapponesi di Hitachi), «un vero tesoro italiano di tecnologia che si poteva esportare nel mondo». 

L’università che non sforna dirigenti

Tra i motivi del declino della classe dirigente, Micheli e Messina si trovano d’accordo nel mettere l’università sul banco degli imputati. «Penso che la figura che dovrà uscire da questa crisi - sottolinea Messina - è quella del manager imprenditore. L’università forma ricercatori apprezzati nel mondo, a cui però non viene insegnato come mettere a profitto le competenze. Una stortura che è alimentata dall’Anvur, il meccanismo di valutazione delle università che premia la ricerca a discapito dell’insegnamento».

Secondo Micheli, «nella scienza siamo fortissimi, a partire dall’oncologia, ma l’università non ha insegnato a essere imprenditori. Negli Usa sono formati a realizzare un’idea, da noi contano le pubblicazioni, senza brevetti e senza capacità di realizzare. Io faccio start up da tutta la vita e vedo tutto il limite e la vischiosità che c’è nel campo delle biotecnologie e nanotecnologie».

Expo al minimo sindacale

Micheli: «A quanto mi dicono, il Padiglione Italia avrà due piani non finiti. Non ci sarà l’isolamento delle pareti: l’aria condizionata andrà a tutta potenza»

Oltre allo scarso dinamismo delle imprese, le conseguenze del declino della classe dirigente si vedono in un evento come l’Expo 2015 di Milano. «Non voglio fare una critica a Pisapia - dice Micheli -, ma non è più tempo dei rinvii. Tutte le Expo finiscono in ritardo, ma che solo pochi giorni fa ci sia stato il bando per il camouflage (come rivelato da Linkiesta, ndr) la dice lunga. A quanto mi dicono, il Padiglione Italia avrà due piani non finiti. L’architetto Mario Botta mi diceva che non verrà messo l’isolamento delle pareti: è vero che non serve per il freddo invernale, ma d’estate sarà un forno, l’aria condizionata andrà a tutta. Se si mette in conto quanto è costato, si rimane sconcertati».

Il giudizio negativo è complessivo, anche estetico: «Ho fatto un giro nel cantiere una settimana fa - sottolinea -. A parte padiglioni di Eataly, che sono finiti, anche perché semplici, e il Padiglione Zero dell’architetto De Lucchi, il resto è veramente agghiacciante. Non parliamo dell’Albero della vita».

Il vero limite, però, per Micheli è di tipo culturale. «Ci proponiamo al mondo con una cosa vecchissima come il Cirque du Soleil - dice -. Ci saranno cinque orchestre internazionali, comprate come fossero quadri, poi due nazionali, quella della Scala e dell’Accademia di Santa Cecilia, e sei orchestre giovanili sudamericane, quando quelle italiani fanno la fame. Sono tutte perdite di orgoglio». 

Milano città chiusa e di vecchi

Micheli: «Milano è una città chiusa, di vecchi e di ricchi, stretta attorno ai Navigli. È diventata la città del “capunio”»

Milano, la capitale economica e un tempo morale, non si è certo salvata dalla crisi della classe dirigente. «È una città chiusa, di vecchi e di ricchi, stretta attorno ai Navigli - attacca Micheli -. È diventata la città del “capunio”, il vecchio nome con cui si indicava il groviglio delle calze rotte». «Abbiamo delle cose nuove - aggiunge -, come Porta nuova, che però non cambiano la città. La città cambia per dei micro-interventi, la sommatoria di eventi come quello di questa sera fa emergere una nuova realtà. Expo è un’occasione persa, perché è mancata una linea intellettuale, gli organizzatori mi hanno detto che aspettano 20 milioni di persone in infradito». Eppure, «il concetto di cultura è fondamentale per la crescita di una città. Studi del professor Richard Florida hanno dimostrato come una “creative class” produce un aumento di produttività. Ad Austin, nel Texas, c’è stato un aumento di produttività quando i manager decisero di cedere una parte degli stock option per progetti culturali. Il dimenticare in un Paese come il nostro la cultura è un suicidio. La gente, anche in infradito, ha voglia di cultura: come spiegare altrimenti i 40mila in piazza Duomo che sono andati a vedere Stravinskij?».

Tutti questi attacchi, conclude però il “finanziere rosso”, non preluderanno a una candidatura a sindaco di Milano, come scritto anche da Linkiesta. «Smentisco nel modo più assoluto - dice Micheli -. Do atto che siete stati i primi a comunicare questa cosa e ringrazio chi mi ha chiamato per incoraggiarmi. Ma parto da un fatto di meritocrazia: non sono politico e oggi per fare il sindaco di Milano serve un politico. Inoltre anche un politico oggi avrebbe difficoltà a governare una città così complessa. Una volta fare il sindaco poteva essere un riconoscimento alla carriera, oggi vorrebbe dire essere vampirizzati». Così, per l’identikit del successore di Pisapia, Micheli si limita a due pennellate: «una persona che tutte le mattine si facesse un’iniezione di sangue di bue, grande energia. E che renda davvero felice la popolazione». 

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook