4 Aprile Apr 2015 1030 04 aprile 2015

Non chiamate il Carpi favola, ma meritocrazia

Non chiamate il Carpi favola, ma meritocrazia

Carpi

Forse è esagerato trovare un collegamento tra la (quasi) promozione in Serie A del Carpi e la cocciutaggine – in senso buono - mostrata dai sui abitanti durante la Resistenza, che è valsa al Comune una Medaglia al Valore (leggetevi la storia di Odoardo Focherini, quando avete tempo). Così come sarebbe quantomeno anacronistico comparare i fasti del massimo campionato di calcio con la grandezza della signoria Pio, che qui dominò nel 14° secolo, prima che la città finisse sotto il dominio degli Este. Infine, promettiamo di usare solo una volta la parola “favola”, prima che siti e giornali ne facciano abuso, quando il Carpi si conquisterà sul campo la sua prima, storica, presenza nello stesso campionato di Juventus, Milan, Inter e la Lazio di Lotito.

Già, Lotito. Quello che nella telefonata registrata con il dirigente dell’Ischia Pino Iodice diceva: «Ho detto ad Abodi: Andrea, dobbiamo cambiare. Se me porti su il Carpi... una può salì...se mi porti squadre che non valgono un c... noi fra due o tre anni non ci abbiamo più una lira. Perché io quando a vado a vendere i diritti televisivi - che abbiamo portato a 1,2 miliardi grazie alla mia bravura, sono riuscito a mettere d'accordo Sky e Mediaset, in dieci anni mai nessuno - fra tre anni se ci abbiamo Latina, Frosinone.. chi c... li compra i diritti? Non sanno manco che esiste, Frosinone. Il Carpi... E questi non se lo pongono il problema!». A lui, sulla “Stampa”, ha risposto Fabrizio Castori: «Il calcio non è solo un bacino d'utenza e diritti tv, è anche meritocrazia: deve vincere chi gioca meglio. La nostra forza però è che non abbiamo mai pensato a quelle frasi». E allora, più che di favola o rivincita, parliamo di meritocrazia. Vince chi è il più forte, non il più ricco.

Non è facile spiegare dove stia la bravura del Carpi. Perché nel calcio di oggi, dove si parla di ricavi, stadi di proprietà e branding, la questione dei biancorossi è fuori da ogni logica moderna. Sei anni fa, il Carpi giocava nei dilettanti. Il suo stadio era (ed è) il “Sandro Cabassi”, che come di recente ha spiegato il sindaco Alberto Bellelli «quando è stato costruito era diciamo in periferia, mentre ora è in una zona di grande urbanizzazione». Da allora, molte cose sono cambiate. Nel 2011, alla proprietà del club è arrivato Stefano Bonacini, numero uno del marchio tessile Gaudì. Nell’Italia degli imprenditori che comprano la squadra locale, non è chissà quale novità, in fondo.

Così come non è una novità quella di prendere giocatori in prestito da squadre più forti. Una volta arrivato in B e guadagnata la salvezza, il Carpi bussa alle porte del Milan per avere in prestito il portiere Gabriel. Di lui parlano bene da tempo e in passato ha persino difeso la porta della Seleçao al torneo di calcio dei Giochi Olimpici di Londra 2012. Al Milan però ha poco spazio, così finisce a Chérp, come si dice in dialetto. Assieme a lui arrivano giocatori sconosciuti o gente che in B scaldava il posto ad altri. Dall’Este, in Serie D, il Carpi prende Kevin Lasagna. Il nome all’inizio fa sorridere. A Vicenza per esempio ora piangono, invece, ripensando ai due gol da lui segnati al “Menti”.  Da Padova è arrivato invece Jerry Mbakogu, che in Veneto faceva la riserva. Ora il nigeriano vale 1,2 milioni di euro.

Al piccolo “Cabassi”, nell’ultimo turno di Serie B, il Carpi ha battuto il Bologna. Tra le due squadre ci sono ora 12 punti di differenza in classifica, ma non solo. Il valore della rosa dei rossoblu è di 29 milioni di euro, mentre quella del Carpi al momento ne vale 17. Per assemblarla, la dirigenza fino a questo momento ha speso 100mila euro: a tanto ammonta il saldo del calciomercato 2014/15 (secondo le stime di Transfermarkt), comprensivo delle due finestre di mercato estiva e invernale. Una filosofia già attuata nel primo anno di B, quando la squadra spese in tutto 200mila euro. D’altra parte, Carpi ha subìto i danni della crisi e del terremoto. La città si è ritrovata in parte sfregiata dalle scosse che hanno fatto tremare l’Emilia, in parte da quell’economia che ha lavorato ai fianchi quel settore della maglieria che aveva visto crescere Carpi dopo la Seconda Guerra Mondiale. 

Ora si prova a ripartire: il +4,4% dei primi 6 mesi del 2013 è un buon risultato per il settore dei maglifici, ma siamo ancora lontani dai 20 punti percentuali che solo l’export segnava 5 anni fa. Un volano può essere allora il calcio, con il Carpi che ha chiuso il bilancio al 30 giugno 2014 con un utile di 51mila euro. Ma per capire che impatto avrà il pallone sul territorio, bisognerà sciogliere il nodo dello stadio. Il Cabassi ospita 4mila posti ed è già usato dal club di casa in deroga in B. Per la Serie A, non c’è permesso speciale che tenga: l’impianto dovrà essere ampliato e messo a norma di sicurezza. Altrimenti, bisognerà emigrare in una città vicina. Reggio Emilia è da escludere: al Mapei giocano già Sassuolo e Reggiana. Bologna potrebbe essere una soluzione, così come Parma: al Comune locale un po’ di soldi dall’affitto dell’impianto farebbero solo bene. Resta l’incognita Modena: nonostante questa sarà la prima volta che una provincia avrà in Serie A due città non capoluogo, al “Braglia” la presenza dei carpigiani non sarebbe gradita a parte della tifoseria gialloblu per una vecchia rivalità. Il che sarebbe un peccato, visto che la presenza del Sassuolo a Reggio ha visto rinascere il vecchio stadio del Giglio, oggi Mapei Stadium, con centro commerciale annesso.

La presenza di un’altra squadra in Serie A, seppur rappresentativa di una cittadina di 70mila abitanti, farebbe granché comodo a un Emilia che sta perdendo il Parma, per quanto Lotito non gradisca. Ma non ditelo a Castori, lui preferisce parlare di meritocrazia. Te lo meriti di andare in A, quando hai ottenuto 7 promozioni in carriera e la tua è la difesa meno battuta del campionato. Capito, di chi è il merito?

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