11 Aprile Apr 2015 1145 11 aprile 2015

Moratti e il sogno tutto (troppo) bauscia di riprendersi l’Inter

Moratti e il sogno tutto (troppo) bauscia di riprendersi l’Inter

Moratti 1

Poi arriva un giorno e ti rendi conto che il giocattolo che per anni hai avuto per le mani si è improvvisamente rotto. Lo hai amato, coccolato, gettato per terra con odio e poi ripreso con amore almeno un migliaio di volte. Ma alla fine arriva il momento di lasciarlo. Deve essersi sentito più o meno così Massimo Moratti, quando ha capito che dopo anni di acquisti eccellenti, bidoni pazzeschi, cadute nella polvere e trionfi, doveva cedere l’Inter. E non stato facile.

L’ex presidente è chiuso nel suo ufficio nel centro di Milano, dove entra anche ora che l’Inter non è più tutta sua. Da poco ha smentito ai giornalisti che se la vuole riprendere. Sta ripensando a quella volta che, nel febbraio del 1995, decise che era arrivato il momento di comprare la squadra che era stata il vanto della famiglia. Il padre, che terribilmente gli somigliava nel viso e nei modi gentili ma decisi quando serviva, aveva portato l’Inter sul tetto del mondo. Certo, anche lui aveva avuto il suo 5 maggio. Era successo a Mantova, in un pomeriggio di fine campionato, quando Sarti si fece sfuggire una palla che di fatto tolse all’Inter lo scudetto. Però il signor Angelo era uno che ci sapeva fare. E amava i propri giocatori. Lo aveva dimostrato ai tempi di Helenio Herrera. Ogni anno, quando iniziava il mercato, il “Mago” si presentava nel suo ufficio con una lista di giocatori divisa in due. In alto quelli da comprare, in basso quelli da cedere. Nella seconda, c’era sempre il nome di Armando Picchi. Puntualmente, Moratti cancellava quel nome. Una scena che si ripeteva ogni anno, fino all’ultimatum: o lui, o io. Picchi aveva 32 anni e Moratti lo cedette al Varese, non senza lacrime agli occhi. Era il 1967, pochi giorni dopo Mantova.

Moratti figlio ripensa al giorno in cui, dopo il 5 maggio, è stavolta un giocatore che va nel suo ufficio per l’ultimatum. O lui o io, gli dice un ragazzo con la testa rasata, i dentoni sporgenti e i piedi di velluto. Lo ha amato come un figlio, quel ragazzo brasiliano che è stato il suo primo grande acquisto miliardario. Lo ha visto cadere abbattuto in area da Iuliano un giorno a Torino, danzare sinuoso davanti a Marchegiani una sera a Parigi, spaccarsi il ginocchio un’altra sera a Roma e piangere sulla panchina dello stesso stadio, mesi dopo. E alla fine di quel pianto, l’ultimatum: la colpa è di Cuper, io resto e lui va. Se ne va Ronaldo, a Madrid. Cuper verrà mandato via qualche mese dopo. Anche Moratti pensa di andarsene, lo fa più volte, poi torna sempre lì in quell’ufficio, da dove una sera di febbraio uscì per andare a dire alla moglie, che nel frattempo lo aveva scoperto dal telegiornale, che il marito aveva comprato l’Inter. Lo sapeva, la signora Milly, che il suo amore Moratti lo avrebbe messo maggiormente lì.

Per Moratti, amare l’Inter significa scucire 1,3 miliardi tra il 1995 e il 2013. Zanetti, Ronaldo, Recoba, Materazzi: assegni per giocatori che sono figli. «Moratti per noi ha fatto cose che nemmeno un padre», ha detto pochi mesi fa Samuel Eto’o, uno dei grandi del Triplete. Moratti riporta la mente a quella sera di dicembre, in un Paese arabo che fino a pochi anni fa solo i petrolieri come lui conoscevano, in cui Samuel aveva fatto gol al Mondiale per club per poi esultare con le buste in mano. Pochi giorni dopo era arrivato Natale e Rafa Benitez era stato accompagnato all’uscita. Voleva far dimenticare Mourinho. E voleva gli acquisti, Benitez: Mascherano, Kuyt, investimenti pesanti per mantenere in alto l’Inter. Moratti incassa la testa nelle spalle, mentre lo ricorda, chiuso nel suo ufficio. È lì che ha capito che è il giocattolo gli si è rotto tra le mani, perché i soldi non bastavano più. Aveva provato un ultimo colpo di coda spendendo 12 milioni per Pazzini. Come, gli avevano detto: non li spendi a giugno e lo fai a gennaio? Era stato un momento in cui ci aveva provato, ma ormai lo sapeva. Ci sono i debiti con banche e fornitori. Basta, si vende.

Succede, se spendi tanto e incassi poco. Succede, se vinci la Champions e l’unica cosa che fai a livello di marketing è una maglietta celebrativa, punto e basta. Viene un piccolo brivido a Moratti, quando ha davanti a sé l’immagine di lui che chiama i numeri giusti, per comunicare: «Trovatemi qualcuno a cui vendere l’Inter». Prima, i cinesi. Il club cerca di recuperare terreno creando una seconda maglia rossa, in onore del mercato cinese. Ma il rosso è quello che assieme al nero distingue il blu dell’Inter dai cugini del Milan. In Italia la maglia non tira e anche in Cina dicono sia rimasta spesso latente nei magazzini. I cinesi sono qui però per dare una mano allo stadio, ma poi non se ne fa più nulla. Ad aprile 2013, Moratti ha pure venduto un pezzo della Saras ai russi.

A novembre, dopo un’estate di voci, Moratti cede il 70% dell’Inter a Erick Thohir, tenendosi il 29,5%. Mantiene una certa voce in capitolo e lo stesso Thohir ci tiene a precisarlo più volte pubblicamente. Ma l’ultima parola spetta al pacchetto di maggioranza, al magnate indonesiano e ai suoi soci. Cambia molto, quasi tutto all’Inter. Nuovo management, nuovi soldi (in prestito), il marketing. Ma Thohir è più in Indonesia che in Italia, la stessa accusa che gli hanno fatto quando ha comprato i Dc United e negli Usa si è fatto vedere poco. Moratti invece c’è sempre. Come ogni mattina, va in ufficio passando dall’ingresso posteriore della galleria nel centro di Milano. Come ogni mattina, cammina vicino a una vetrina, con il bavero della giacca alzato, la testa un po’ bassa. Come ogni mattina, i giornalisti si avvicinano. Non ha più l’ultima parola, ma molto di ciò che esce sull’Inter sui giornali è roba sua. Mentre parla con i giornalisti, Moratti all’inizio pensa che dovrebbe esserci Thohir al suo posto, a parlare, a spiegare. E poi, i consigli restano inascoltati. Gli dice di aspettare sul rinnovo di Mazzarri e lui dopo due giorni annuncia a tutti che il rapporto prosegue.

A ottobre le dimissioni dal board nerazzurro. Non gradisce le parole di Bolingbroke, uomo nuovo chiamato da Thohir, sulla “cattiva” vecchia gestione. Moratti i soldi li ha messi di tasca sua, Thohir se li fa dare dalle banche, oppure apre il portafogli, ma per dei prestiti. L’amore da una parte, gli affari dall’altra. Così, un giorno, dopo la solita chiacchierata con i giornalisti, Moratti ripensa a Ernesto Pellegrini. A quello che in città chiamano il “Re delle mense” perché ha fatto i soldi servendo pasti e che ha aperto di recente un ristorante per meno abbienti con piatti a un euro. Io non ho i soldi per riprendermi l’Inter, pensa, ma lui sì. E ha anche detto pubblicamente che era pronto a dare una mano. Alza il telefono e chiama il solito numero giusto, stavolta per dire «Trovatemi il modo di riprendere l’Inter».

Glielo trovano, il modo. Si crea una società ad hoc, quella che in gergo si chiama “veicolo”. Si mettono dentro dei capitali e tramite essa si acquista una quota di un’azienda. Diciamo il 70%, lo stesso che ha Thohir in questo momento. Moratti si tiene il 29,5%, nella maggioranza si mettono i soldi di Pellegrini e di altri investitori altolocati, con gli ingressi giusti. Un fondo, magari due, di quelli stranieri e che guardano al nostro calcio come terreno di caccia. E poi, i tifosi. Mentre Moratti entra dalla parte posteriore della galleria nel centro di Milano, passa rasente la solita vetrina e i giornalisti gli chiedono conto della cosa e lui smentisce, pensa che se al posto dei taccuini ci fossero i tifosi, gli darebbero ragione. Magari anche i soldi. Non tutti, certo, ma siam pur sempre bauscia, signori.

Un sondaggio dice che l’80% dei tifosi lo rivorrebbe subito. Ma l’amore, quello che tutto move, per Moratti sono i soldi da spendere. Lo sarà anche per quelli che ora vanno allo stadio e fischiano la squadra? Quel 70% deve essere un misto di azionariato popolare e investitori facoltosi. Ma sembra più un poker per pochi, visto così: per entrare ci vogliono, di base, 1000 euro. Bisogna trovare almeno 20mila investitori, per dare 20 milioni all’anno alle casse dell’Inter. E poi bisognerebbe liquidare Thohir e accollarsi le rate più gli interessi del suo prestito. Più i debiti pregressi, da lui lasciati prima di mollare la presa. Stavolta il suo solo amore non basta. Forse è tutto (troppo) bauscia.

Moratti rincassa la testa nelle spalle. Guarda fuori dalla finestra del suo ufficio nel centro di Milano. Quando il cielo è chiaro al punto giusto, si vede una guglia rossa di San Siro. Forse stavolta l’Inter non si può più riprendere. 

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