12 Aprile Apr 2015 1100 12 aprile 2015

Teoria e tecnica dei meme in rete

Teoria e tecnica dei meme in rete

Memememe

Nei giorni della Pasqua su Internet è girata questa immagine, che è molto divertente:

Per chi non lo conoscesse, è un meme. Secondo la definizione di Know Your Meme, si tratta di un «contenuto, o un’idea che viaggia di persona in persona ed evolve lungo il suo percorso». In questo caso il contenuto originale è questo:

e si riferisce a una frase diventata famosa di Tina Cipollari, tronista di Amici di Maria De Filippi, in cui protestava contro a una situazione ritenuta insopportabile minacciando di lasciare lo studio. L’espressione ha continuato ad avere successo e gira nel web, quasi sempre per esprimere un rifiuto scherzoso a una situazione improbabile. “No Maria, io esco”. Il meme originale ha avuto molte evoluzioni, e quella di sopra ne è un esempio, in questo caso di stampo pasquale. Si capisce che Maria non è più solo Maria De Filippi, ma anche Maria, la madre di Gesù. E “io esco” non è più solo l’abbandono dello studio, ma quello della tomba. Insomma, la resurrezione, da questione molto seria per i religiosi, diventa una variante di una rissa televisiva.

Spiegare una battuta non è mai divertente, ma serve a introdurre l’argomento: il meme. Come si spiega bene qui, il termine è stato coniato dallo scienziato Richard Dawkins in un libro del 1976, “Il gene egoista”, e aveva un significato abbastanza diverso. Secondo il biologo, gli esseri umani (come tutti gli altri esseri viventi) altro non sono che “macchine per la sopravvivenza” dei geni, progettate e architettate per consentire lo la conservazione e lo sviluppo dei geni e, di conseguenza, la creazione di macchine sempre più efficaci per conservare e sviluppare, appunto, i geni. Questo, a suo avviso, permette di spiegare il comportamento evolutivo degli esseri viventi, ma non quello delle culture.

Per inquadrare i cambiamenti e le evoluzioni culturali Dawkins introduce allora un concetto parallelo al gene: il meme. La parola la ricava dal greco mimemi, cioè “imitare”. Si tratterebbe di idee, concetti, o – come dice lui – «unità di trasmissione culturale» che passano di cervello in cervello. Nella concezione dawkinsiana del meme viene compresa qualsiasi espressione culturale: riti, parole, concetti, strategie, espressioni artistiche. Con il tempo e, soprattutto, con la comunicazione da un essere umano all’altro, i “meme” si modificano in modo casuale e impercettibile, evolvendo in nuove forme o spegnendosi. Il gene e il meme lottano e si modificano per garantirsi la sopravvivenza. Nel primo caso il gene cerca di garantirsi energia; per il meme invece è necessaria l’attenzione.

Esistono diversi tipi di meme, secondo lo scienziato. Quelli che hanno più successo si diffondono, più o meno come fa un virus, e si impongono sugli altri. Vale, secondo la sua visione, anche per la fede (uno dei memi più persistenti) o per le canzoni più apprezzate (che invece hanno effetti positivi). I meme di successo generano a loro volta altri meme, proprio come avviene per i geni, creano un contesto positivo e si affermano come cultura dominante.

Cosa c’entrano, quindi, i meme diffusi su Internet con la teoria di Dawkins? Secondo lo studioso, «molto poco». In questo video spiega come la sua definizione sia stata «travisata» per indicare un fenomeno del tutto diverso. Secondo Dawkins il meme si modifica in modo spontaneo e inconsapevole. I meme che girano in rete, invece, sono modificati e diffusi in modo consapevole e volontario proprio perché diventino virali. Forse non è così automatico come crede, ma tant’è.

In rete, nel caso dei meme, si è di fronte a contenuti creati in modo autonomo e indipendente, fatti per girare il più possibile e, soprattutto, per essere divertenti. Non si tratta di grandi concetti: sono cose di cui si sorride con gli amici, battute divertenti a volte solo perché del tutto stupide e prive di significato che hanno trovato un grande spazio di evoluzione nei social network.

Per capire i meme serve una cultura condivisa, un humus che, secondo alcuni studiosi, fiorisce nei college americani, oppure è legato a una vita da ufficio (cioè con una connessione a Internet costante) e impegna la mente per distrarla dalle attività di ogni giorno. A volte originano da contesti non chiari, come il Dinosauro Filosofo, ma spesso sono ispirate a personaggi abbastanza celebri da essere conosciuti a livello planetario. Uno di questi è Putin, protagonista di un meme che ironizza sulle recenti vicende in Ucraina.

Spesso sono espressioni di ironia politicamente scorretta, nera e cinica fino all’amoralità. Ne è un esempio la serie di meme su Andrea Bocelli, preso in giro perché cieco:

Chi lo deride non ha nulla contro i ciechi e, a maggior ragione, non ha nulla contro Bocelli. Allo stesso modo, chi scherza con Putin non lo fa per animosità nei confronti del presidente russo, né ne appoggia le politiche. Può capitare, ma non è il motivo scatenante. In modo molto semplice, si è cominciato a scherzarci sopra e si è continuato a farlo. In quel momento un’immagine di Bocelli ha smesso di essere solo un’immagine di Bocelli, è diventata un meme ed è diventato famosissimo. È questo principio, a volte male compreso, che ha generato il caso di Giancarlo Magalli. E lo ha portato nella vita reale.

Tra i vari meme, uno dei più amati era quello su Magalli. Il conduttore de I Fatti Vostri era diventato oggetto di varie pagine che, in modo ironico, lo idolatravano. In occasione dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica, è stata avanzata la sua candidatura. Il problema è che, complici anche i giornali, l’ipotesi ha preso quota. Nei sondaggi del Fatto Quotidiano Magalli arriva primo e viene organizzato un flash mob davanti a Montecitorio. Il limite è stato superato quando Magalli, quello in carne e ossa, ha cominciato a discutere della cosa. Il meme è diventato realtà, e la realtà non lo ha capito.

L’effetto era analogo all’incontro tra un imitatore e il personaggio che viene imitato (per capirsi, l’incontro tra Maurizio Crozza che imita Pier Luigi Bersani e lo stesso Bersani) perché in realtà, sia le imitazioni che i meme sono cose diverse rispetto agli oggetti (e ai soggetti) da cui prendono spunto.

C’è, infine, un altro effetto sulla realtà, un aspetto che viene di solito sottovalutato. Per i meme di Dawkins il cervello di un essere umano è, nella metafora, territorio fertile per l’attecchimento e per la diffusione. Questo vale anche per i meme della rete e, ci si pensa poco, può diventare anche una fonte di business. Jonah Peretti, fondatore di Buzzfeed, lo aveva capito già nel 2003 e lo ha sfruttato con successo. Le implicazioni sono profonde: i meme non nascono spontaneamente, ma vengono creati per diventare virali e generare clic. Ci vuole abilità, per chi li crea, ma anche un contesto favorevole. Soprattutto, ci vogliono cervelli disposti a diventare veicoli, strumenti per il passaggio di idee altrui, di cui ignorano provenienza e destinazione. E forse questo è importante. Forse i meme, con tutte le risate che provocano, non sono così innocui.

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