16 Aprile Apr 2015 1115 16 aprile 2015

Italicum, è ora di diventare una democrazia adulta

Italicum, è ora di diventare una democrazia adulta

Senato Della Repubblica Italiana

La legge elettorale non è «una macchina fotografica», ma «un trasformatore d'energia». Lo diceva il politologo francese Maurice Duverger, lo ha ribadito il costituzionalista Augusto Barbera in una recente audizione alla Camera dei Deputati sull'Italicum. Tradotto: le elezioni non sono l'espressione fine a se stessa della sovranità popolare, ma sono la via per trasformarla in decisione politica

Renzi il punto l'ha colto eccome: in questo paese non decide nessuno. E se decide qualcuno, quel qualcuno non è la politica

In Italia, ciò non è mai avvenuto, di fatto. Il Potere politico, quello con la P maiuscola, è sempre stato fuori dalle stanze cui era deputato. Nei peggiori dei casi, dietro le quinte. Nel migliore, annacquato da un iter legislativo estenuante e da un bilanciamento di contro-poteri che ha pochi eguali al mondo. C'è chi dice, forse a ragione, che è il nostro antidoto al ritorno di un Duce. Un'assicurazione anti-fascista, per evitare che anche di fronte a un plebiscito, chi ne fosse investito non avesse la forza necessaria per esercitare il proprio potere. 

Se questo era lo scopo, missione compiuta, e l'incapacità di Berlusconi - miliardario, tre televisioni, maggioranza schiacciante - di portare a termine i suoi programmi di governo nelle tre legislature in cui è stato Presidente del Consiglio, lo dimostrano. Con questo assetto istituzionale, qualunque sia la legge elettorale, nessun cesarismo è possibile.

Peccato, semmai, che il contraltare di questa meritoria intenzione, sia la paralisi decisionale. Non sarà un fine politologo come Duverger, o un costituzionalista come Barbera, ma Renzi il punto l'ha colto eccome: in questo paese non decide nessuno. E se decide qualcuno, quel qualcuno non è la politica, né tantomeno il corpo elettorale. Bastino le storie degli ultimi tre governi a titolo di esempio.

Da qui l'idea di proporre una legge elettorale a doppio turno, come quella dei comuni, che premia - cito ancora Barbera -  «la più forte delle minoranze», evitando maggioranze pentapartitiche come quelle della prima repubblica o coalizioni rabberciate come l'Unione prodiana. E ancora, non bastasse, offre a tale «forte minoranza» - attraverso la riforma istituzionale che muta la natura del Senato - la possibilità di operare in un sistema monocamerale, rendendo ancora più facile e veloce il processo decisionale.

Una breve sintesi della legge:i parlamentari sono eletti in 100 collegi, che assegnano circa 6 seggi ciascuno. I capilista di ogni formazione sono bloccati e scelti di partiti stessi, con primarie o meno. Nelle liste che eleggono più di un deputato, gli altri sono scelti con le preferenze. Il premio di maggioranza va alla lista, non alla coalizione: al vincitore toccano 340 seggi su 630 (il 55%), se al primo turno supera il 40% dei voti. Altrimenti, si va al ballottaggio tra le prime due liste. Il restante 45% dei seggi è ripartito proporzionalmente tra tutte le liste che supereranno il 3%. 

Di là dalla Manica i politici, da Margaret Thatcher a Tony Blair, sino a David Cameron, sono giudicati (e ricordati) sulla base di quel che hanno fatto, non sulla base di ciò che hanno detto di voler fare

C'è il rischio di una «deriva autoritaria», come ha più volte affermato Silvio Berlusconi (lo stesso Berlusconi che nel frattempo si definisce presidenzialista, peraltro)? È «una scelta eversiva di un dittatorello di provincia», come la definisce il capogruppo di Forza Italia alla Camera dei Deputati Renato Brunetta? Basterebbe volgere lo sguardo altrove per rendersi conto dell'inconsistenza delle obiezioni di chi parla di assenza di contrappesi come di un rischio per la democrazia: «Quali sono i contrappesi nel Regno Unito - si chiede ancora Barbera -   dove il Primo Ministro decide l’ordine del giorno di Westminster, dove tramite il Cancelliere dello Scacchiere può porre il veto su qualunque emendamento che aumenti la spesa o diminuisca l’entrata, dove il Capo dello Stato ha solo funzioni simboliche, dove non esiste una Corte costituzionale, dove i magistrati non hanno le garanzie che assicura la Costituzione italiana (gli inquirenti sono in pratica funzionari del governo o la stessa polizia), ove non esistono i referendum di tipo abrogativo?»

La differenza è evidente. Di là dalla Manica i politici, da Margaret Thatcher a Tony Blair, sino a David Cameron, sono giudicati (e ricordati) sulla base di quel che hanno fatto, non sulla base di ciò che hanno detto di voler fare (e non hanno fatto). E il gigantesco potere che avevano, peraltro suffragato da un altrettanto gigantesco consenso, non ha impedito l'alternanza al potere. E gli esempi potrebbero continuare, dalla Francia agli Stati Uniti d'America. 

L'obiezione è nota: stiamo parlando di grandi democrazie, senza alcun dubbio più mature ed evolute della nostra. C'è chi pensa che è proprio per questo che loro hanno leggi elettorali e ordinamenti istituzionali più decisionisti del nostro. Domanda: e se invece fosse proprio il livello di autonomia decisionale di chi governa ad averle rese più grandi, più mature, più evolute della nostra?

Possiamo discutere delle preferenze, delle candidature multiple, della soglia di sbarramento al 3%,  ma lo spirito della duplice riforma del Governo Renzi è senza alcun dubbio meritorio. In una fase come quella in cui stiamo vivendo, con lo strapotere dei mercati finanziari e delle multinazionali, con la sempre più forte eterodirezione dell'Unione Europea, con la necessità, soprattutto, di rispondere velocemente al mutare dello scenario politico ed economico, una politica che decide è necessaria. Se c'è un momento di diventare una democrazia adulta, quello è adesso. 

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