18 Aprile Apr 2015 0830 18 aprile 2015

«Altro che lavoro e legge elettorale: è ora di riformare le banche»

«Altro che lavoro e legge elettorale: è ora di riformare le banche»

Grattacielo Intesa San Paolo Torino

Mercato del lavoro, legge elettorale, assetto istituzionale, fisco, giustizia, scuola, e tra poco, forse, toccherà pure alle pensioni. In un anno e pochi mesi di lavoro, il governo Renzi ha deciso di mettere in agenda riforme in tutti i settori. Quasi tutti, in realtà. Il mercato del credito, ad esempio, è stato totalmente dimenticato dalla furia riformatrice renziana. A torto, secondo Tommaso Monacelli, docente di macroeconomia all’Università Bocconi di Milano: «È paradossale: il mercato del credito italiano è uno dei più inefficienti del mondo sviluppato, ma una sua riforma non è nemmeno lontanamente all’ordine del giorno. Non c’è nessuno, a Roma, a cui sia venuto in mente che forse le banche c’entrano qualcosa nella crisi di questo Paese, nella caduta della produttività delle nostre imprese».

Professore, quali sono le colpe che attribuisce al credito? Che danno pochi soldi alle imprese?
La questione è un po’ diversa. Le banche hanno due colpe, soprattutto, che c’entrano poco con la stretta creditizia. Una ha radici più lontane, l’altra è più recente.

Partiamo dalla prima...
La crescita dell’Italia rallenta a partire dalla seconda metà degli anni ’90. È strano, no? È il periodo di avvicinamento all’euro, l’inizio della globalizzazione. Soprattutto, di capitali che affluiscono dall’estero, attratti dai bassi tassi d’interesse. Decidere dove dovrebbero essere investiti quei soldi è un compito che tocca alle banche. E le banche, quel compito, lo assolvono male.

Perché?
Perché finanziano settori poco produttivi, beni non commerciabili.

Ad esempio?

È paradossale: il mercato del credito italiano è uno dei più inefficienti del mondo sviluppato, ma una sua riforma non è nemmeno lontanamente all’ordine del giorno

Ad esempio il settore residenziale. Tra la fine degli anni ’90 e i primi anni del nuovo millennio, c’è un vero e proprio boom delle costruzioni, che riguarda tutta i Paesi della periferia dell’euro. L’Italia non ne è esclusa. Solo che mentre in Spagna, ad esempio, la bolla aveva avuto effetti positivi anche sui consumi, da noi abbiamo avuto solo l’effetto deleterio dei prezzi immobiliari che sono cresciuti, mentre i consumi sono rimasti piatti. Poi la bolla è scoppiata, da noi come da loro, ma là perlomeno si sono divertiti, prima. Noi abbiamo avuto i postumi della sbronza senza aver nemmeno partecipato alla festa. Non ci sono solo le case, peraltro.

Cosa, ancora?
Pensi ai grandi centri commerciali dell’Italia del Nord. Ne nascevano come funghi, in quel periodo. Ma ciò che creavano - oltre a desertificare i centri storici - era occupazione dequalificata e precaria. 

Come mai le banche hanno deciso di puntare su questi settori e non, ad esempio, sulla manifattura o su internet company?
Il settore bancario-creditizio non è riuscito a fare selezione. Prima della crisi, di capitali ne arrivavano troppi e noi avevamo poche imprese realmente efficienti e bancabili. Questo credito in eccesso è stato indirizzato verso chi aveva capacità di impiego molto rapide, non verso le idee e progetti imprenditoriali innovativi. 

Poi è arrivata la crisi…

Le banche vanno in difficoltà, ma continuano comunque a prestare i soldi a imprese cui non dovrebbero prestarli

E con la crisi c’è stato un fenomeno che in Giappone chiamano zombie lending. Le banche vanno in difficoltà, ma continuano comunque a prestare i soldi a imprese cui non dovrebbero prestarli. Continuano ad allocare il denaro che hanno in imprese inefficienti, e li tolgono a imprese che potrebbero meritarlo. In questo modo allocano male il capitale che hanno a disposizione, distorcono la concorrenza e peggiorano la produttività e la competitività del paese.

Non ce le vedo le banche a buttare via i soldi volontariamente, però…
Grandi banche a parte, il settore bancario in Italia è la cassaforte del crony capitalism, di un capitalismo relazionali, di rete territoriale, in cui la connivenza tra il bancario, il politico e l’imprenditore è molto forte.

Mi sta dicendo che ha ragione il governo, che nel suo unico tentativo di riforma del credito, ha deciso di togliere dallo statuto delle banche popolare il principio di “una testa, un voto”?
In qualche modo riformare il voto capitario delle banche popolari vuol dire, perlomeno in parte, attenuare questi aspetti. Però, io credo che il problema sia nelle fondazioni che controllano le banche. Che la politica entri nel board di una banca è incredibile. 

Però la storia delle piccole banche popolare e del credito cooperativo è una storia nobile…
Certo, però oggi molte di quelle banche hanno un sistema di mediocrità e inefficienza che nel tempo è insostenibile.

Meglio una grande banca di una banca popolare, quindi?
Se sono un impresa piccola, efficiente e aperta ai mercati dovrei prediligere la grande banca. Il manager alloca meglio il capitale dell’amico dell’amico. Noi siamo intrappolati in un equilibrio di piccole e micro imprese in cui il credito spesso si chiede bussando alla porta, non presentando un business plan. Nei giorni buoni è un bel modello. Ora ne vediamo la faccia oscura.

Non ci si poteva pensare prima?
Quando è iniziata la crisi, nel 2008, e le banche hanno cominciato ad entrare in difficoltà mi ricordo di aver pensato che l’Italia era rovinata. Le nostre imprese sono esposte in modo pazzesco col credito bancario. Dovremmo sviluppare nuovi mercati di capitale per le imprese, diversi dal credito bancario. In Italia, ma anche nel resto dell’Europa.

A cosa si riferisce?
Private equity, venture capital, crowdfunding, tutto ciò che stacca le imprese dall’abbraccio esclusivo con le banche è un pezzo di un quadro migliore. Anche se va detto che la Spagna - che quest’anno crescerà tre volte noi - non cresce grazie al venture capital, ma perché ha ristrutturato il mercato dei capitali. 

Parla della bad bank pubblica che ha ripulito i bilanci delle banche dalle sofferenze?
Sì. Se lo zombie landing è uno dei fenomeni più presenti in Italia, è paradossale che il nostro sistema sia quello che meno ha agito sul mercato bancario. La Spagna ha fatto la bad bank anni fa, noi niente. Siamo talmente abituati a un low normal, che non ci rendiamo più nemmeno conto, che basterebbe poco per tornare a crescere davvero.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook