23 Aprile Apr 2015 1115 23 aprile 2015

Bamboccioni contro affamatori, uno scontro che non serve a nulla

Editoriale

Expo Gate Milano

Un lavoro da 1.300 euro offerto da Expo e rifiutato - in percentuale - da otto ragazzi su dieci. Anzi no, erano cinquecento euro, con un preavviso minimo e a tempo iper-determinato e nei mesi estivi. Quale fosse l'entità di quei contratti - a oggi ancora non lo sappiamo - è curioso constatare come questa vicenda sia stato un ottimo pretesto per vendere “metafore del Paese” un tanto al chilo. 

All'angolo destro, chi sostiene che questa vicenda sia la prova incontrovertibile che la causa dei guai dei giovani italiani siano i giovani stessi. Bamboccioni viziati, sazi, capaci solo di piangersi addosso e di nascondersi sotto la gonna della mamma e il portafogli del papà quando viene offerto loro un lavoro non adeguato alla loro altissima considerazione di sé. Non vittime, ma causa del declino dell'Italia.

All'angolo sinistro, chi sostiene, al contrario, che sulla pelle di quegli stessi giovani si sperimentano retribuzioni e forme contrattuali da Paese in via di sviluppo, quelle stesse forme contrattuali e retribuzioni che, se fossero offerte ai loro genitori, scatenerebbero qualcosa di simile a una rivoluzione. Il tutto, approfittando del fatto che lo ”stato sociale” di quei giovani siano i loro stessi genitori. O meglio, i loro stipendi, le loro pensioni, i loro risparmi, le loro casette. Acqua tiepida per evitare che le rane si accorgano di essere bollite. 

Chi punta il dito contro i giovani “viziati” e chi, giovane, si piange addosso di fronte ai ”padroni affamatori“ ha in comune l'idea che la situazione sia immutabile e che il paese sia destinato a un irreversibile declino

Il problema, semmai, è che entrambe le cose sono vere. È vero che i giovani italiani oggi non vedono nell'Italia un Paese a misura delle loro ambizioni e dei loro studi. È vero anche, che alle loro spalle preme un mondo di giovani cinesi, indiani, africani, est europei forse meno istruiti - forse -, sicuramente più affamati di loro. È vero che senza la pensione del papà e del nonno la situazione di quei giovani - con un tasso di disoccupazione 15-24 che lambisce il 50% - sarebbe drammatica.  È vero anche che questo stesso paracadute è il principale motivo per cui sono passate tutte le riforme a margine - dal lavoro alle pensioni - senza alcun tipo di scontro o tensione sociale. E che nessuno, a causa di ciò, chiederà conto ai propri genitori di aver vissuto per cinquant'anni sopra le loro possibilità, scaricando il conto da pagare sulle generazioni future. 

L'intreccio è tale, insomma, da non poter essere liquidato con la lapidazione di una o dell'altra parte, dei giovani “viziati” o dei padroni “affamatori”. Anche perché le loro interpretazioni, per quanto distanti, convergono: chi punta il dito contro i giovani “viziati” e chi, giovane, si piange addosso di fronte ai ”padroni affamatori“ ha in comune l'idea che la situazione sia immutabile e che il paese sia destinato a un irreversibile declino. A cambiare è soltanto il colpevole: le generazioni future senza nerbo. O quelle passate, senza cuore né lungimiranza. 

Il problema, quindi, non è di decidere chi è il colpevole di questa storia, ma cambiare finale, alla storia

Peraltro, entrambi sono soggetti economici razionali, ognuno con la propria parte di ragione. Nessuno rifiuta dei soldi - siano essi 1300 o 500 euro al mese - se non ha alternative migliori, siano esse un altro lavoro o la pensione del nonno. E le retribuzioni, per quanto possa essere brutale, sono figlie della legge della domanda e dell'offerta. Il grafico qui sotto, rilanciato da Adapt su Twitter, racconta meglio di mille parole come il divario tra le competenze presenti nel paese e quelle richieste dalle imprese sia molto più ampio che altrove. 

Confronto tra lo scostamento tra domanda e offerta nel mercato del lavoro italiano e nella media dei paesi Ocse (fonte Ocse, via Adapt)

Il problema, quindi, non è di decidere chi è il colpevole di questa storia, ma cambiare finale, alla storia. Ha senso che un terzo della spesa pubblica - in contrazione, peraltro - serva a pagare le pensioni di anzianità? Ha senso che la perdita di diritti e potere d'acquisito riguardi in larghissima misura soltanto chi sta entrando nel mercato del lavoro? Ha senso che il welfare famigliare possa essere considerato alla stregua di un ammortizzatore sociale? Provate a rispondere a queste domande, chiunque voi siate e da qualsiasi parte stiate. Poi, se volete, ne riparliamo, di Expo.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook