28 Aprile Apr 2015 1515 28 aprile 2015

Le popolari dopo la riforma avranno più utili ma mille filiali in meno

Le popolari dopo la riforma avranno più utili ma mille filiali in meno

Banca Popolare Verona 2

La riforma delle banche popolari ha un prezzo: una riduzione di circa mille filiali. A questo dato si dovranno aggiungere i tagli presso le sedi centrali a causa delle sinergie tra le banche che presumibilmente si fonderebbero. Se Ubi acquistasse Monte dei Paschi di Siena ci sarebbe una sovrapposizione che porterebbe a 5-600 chiusure di filiali, soprattutto al Sud. Dalla fusione tra Banco Popolare, con sede a Verona, e la Banca Popolare di Milano deriverebbero tra 300 e 350 chiusure di filiali. La razionalizzazione sarebbe invece relativamente minore in caso di matrimonio tra i due rivali storici di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza: tra 50 e 100 filiali da tagliare.  

La riforma delle banche popolari ha un prezzo: una riduzione di circa mille filiali

A fare queste proiezioni è uno studio della società di consulenza strategica The Boston Consulting Group, realizzato assieme agli analisti di Bernstein. Le banche, sostiene la ricerca, avrebbero solo da guadagnare dalla riforma e dalle fusioni: nel complesso la misura di riferimento della redditività, il Rote (equivalente al Roe delle imprese, o return on equity), aumenterebbe dal -4% attuale a un valore superiore al 10 per cento. In altri termini, l’utile netto aggregato delle maggiori banche popolari potrebbe passare dall’attuale livello di 1,5 miliardi di euro a circa 4 miliardi di euro.

Secondo uno dei responsabili dello studio, Gennaro Casale, partner e managing director di Bcg Italia, non ci sarebbero conseguenze negative per le imprese: «L’argomento di una diminuzione del credito che avverrebbe a seguito della riforma delle popolari è assolutamente infondato, una vera bufala». 

Casale, Bcg: «L’argomento di una diminuzione del credito che avverrebbe a seguito della riforma delle popolari è assolutamente infondato, una vera bufala»

Innegabile, invece, sarebbe l’impatto sulla struttura delle banche a seguito della nuova normativa. «La riforma delle banche popolari - si legge nello studio - preannuncia un’ondata di consolidamento, che potrebbe ristrutturare profondamente il sistema bancario e rilanciarne la redditivitità. Le popolari più grandi si aggregheranno, anche per difendersi da possibili offerte ostili. Le banche straniere potrebbero, a loro volta, cercare di acquisire alcune di queste banche, dopo che le popolari avranno completato la trasformazione in società per azioni». Non è semplice, ha detto Casale, sapere in anticipo se si muoveranno operatori stranieri in prima battuta o successivamente. Inizialmente, nei 24 mesi in cui varrà il tetto del 5% alla quota di azioni detenibile da ciascun soggetto, potrebbero operare soprattutto fondi di investimento.  

Al miglioramento dei risultati delle banche si arriverebbe solo in minima parte grazie a un aumento dei ricavi. A essere determinanti sarebbero invece le riduzioni dei costi operativi e soprattutto dei costi di rischio. Su 1,5 miliardi di minori costi operativi previsti, tra il 40 e il 50% delle minori spese deriverebbe dai risparmi sulla rete, di cui due terzi deriverebbero dalle chiusure di filiali. «Le sovrapposizioni tra reti possono consentire - si legge nello studio -, sulla base delle esperienze passate, di ridurre le filiali del 10-15%. Le aggregazioni permetterebbero di chiudere circa 1.000 filiali, in base a un’analisi delle quote di mercato provinciali». 

Su 1,5 miliardi di minori costi operativi previsti, tra il 40 e il 50% delle minori spese deriverebbe dai risparmi sulla rete, di cui due terzi deriverebbero dalle chiusure di filiali

Il resto dei risparmi arriverebbe dai tagli negli uffici centrali, per un 20-25% del totale dei risparmi, attraverso minori costi di finanza, marketing e “fabbriche di prodotto”. Se si fondono due sedi centrali con 100 dipendenti l’uno, è inevitabile che ci siano delle sinergie: il risultato sarebbe di avere circa 150 dipendenti a seguito della fusione. «Ci sono soluzioni intermedie, come banche rete, holding, che possono aiutare dal punti vista dell’accettazione del territorio e della governante - ha detto Casale -.  Così avvenne in occasione di precedenti fusioni. Possono aiutare l’operazione dal punto di vista politico, ma il punto di arrivo deve essere chiaro. Il ritorno alla redditività è legato alla credibilità del piano».  

La diminuzione dei costi di rischio è invece prevista in ben 4 miliardi di euro. «Il costo di rischio scende principalmente perché migliora il ciclo economico già in corso - ha specificato Garabet Ayvazian, project leader di Bcg presso l’ufficio di Milano -. Il miglioramento è dato inoltre dalla condivisione di best practice e dalla riduzione delle sofferenze».  

Con una bad bank inizialmente ci sarebbe un impatto negativo sui conti delle banche. Ma nel giro di 2-3 anni ci sarebbe un incremento sia sotto il profilo del patrimonio che della redditività

In questo contesto, «una bad bank sistemica può aiutare - ha aggiunto -: toglierebbe la zavorra delle sofferenze, libererebbe capitale, permetterebbe alle banche di focalizzarsi sul core business, creerebbe una trasparenza sui bilanci che faciliterebbe i matrimoni tra banche, come è successo in Spagna e Irlanda, dove ci sono meno player e più redditività». Se allo scenario appena descritto si aggiungesse la variabile della bad bank, ha detto Gennaro Casale, inizialmente ci sarebbe un impatto negativo sui conti delle banche. «Ma nel giro di 2-3 anni ci sarebbe un incremento maggiore sia sotto il profilo del patrimonio che della redditività». 

«Tre aggregazioni sono oggi ritenute più probabili tra gli investitori - spiega lo studio -: Ubi con Mps, Bp con Bpm e Veneto Banca con Bp Vicenza. Un’alternativa è la fusione tra Bpm e Bper, come passaggio preliminare prima dell’aggregazione con una terza banca. Ubi e Mps costituirebbero un “campione” nazionale, con un buon track record nell’efficientamento operativo e un livello di capitale sopra i minimi regolamentari. Bp e Bpm godrebbero di una forte leadership nella zona più ricca del Paese, sviluppando significative sinergie di costo. Veneto Banca e Bp Vicenza rafforzerebbero la loro presenza nel ricco Nord Est, razionalizzando le strutture centrali e potenzialmente rafforzando ulteriormente il capitale. Bpm e Bper costituirebbero un nucleo di azionisti stabile, creando così una solida piattaforma per fusioni successive (es. con Carige), maggiore scala, sinergie significative. Le banche straniere potrebbero, a loro volta, partecipare al consolidamento».

In tutti i casi ci sarebbero vantaggi e ostacoli da superare, sintetizzate da questo schema: 

Per guardare il grafico ingrandito cliccare qui

Quanto agli effetti sulle filiali, ecco le proiezioni degli effetti delle singole operazioni: 

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