30 Aprile Apr 2015 1500 30 aprile 2015

Il giorno in cui cadde Saigon

Il giorno in cui cadde Saigon

Saigon Caduta Vietnam 1975

Il 30 aprile 1975, al termine di un’offensiva che causò una rotta di cinquanta giorni dell’esercito del Vietnam del Sud, Saigon cadde in mano ai Vietcong. Quel momento storico – che certificò davanti al mondo la bruciante sconfitta degli Stati Uniti in uno dei conflitti più celebri e più cruenti della Guerra Fredda – è ricordato per una celebre serie di foto scattate sul tetto dell’ambasciata americana nella città, nel caos che precedette l’arrivo dei soldati nordvietnamiti.

Uno dei tre giornalisti dell’ufficio di Associated Press presenti quel giorno era il neozelandese Peter Arnett, che per il suo lavoro in Vietnam aveva già vinto il premio Pulitzer per il giornalismo nel 1966, e che nel resto della sua straordinaria carriera sarebbe diventato celebre in tutto il mondo per la sua copertura per CNN durante la prima Guerra del Golfo nel 1991 e per una intervista con Osama Bin Laden sei anni più tardi.

Una settimana fa, Peter Arnett ha pubblicato Saigon Has Fallen (Rosetta Books), un resoconto della sua esperienza in Vietnam che dà uno sguardo in prima persona, e da parte di un testimone d’eccezione, del conflitto in Indocina. È un libro dalla narrazione sobria e descrittiva, com’è da lungo tempo del giornalismo di Associated Press, in prima persona e inframmezzata da estratti degli articoli che Arnett firmò allora dal fronte.

Una catena di errori

Tutto va storto negli ultimi giorni di Saigon, scrive Arnett, e per tutto il libro – inevitabilmente influenzato dall’elaborazione collettiva della Guerra del Vietnam nei decenni successivi – si sente la stessa sensazione anche per i molti anni di guerra precedenti.

Il giorno prima della caduta di Saigon, Arnett venne svegliato dai colpi di artiglieria alle quattro del mattino. L’aeroporto era sotto pesante attacco, impedendo il piano statunitense di evacuare diverse migliaia di vietnamiti ritenuti “vulnerabili”, come ad esempio i collaboratori della Cia. In quel primo bombardamento, quando a Saigon era ancora notte, morirono gli ultimi due militari statunitensi in Vietnam, i due marines Charles McMahon e Darwin Judge.

Arnett salì sulla terrazza in cima all’hotel in cui abitava e, in compagnia di pochi altri colleghi, vide un aereo da trasporto sudvietnamita esplodere in volo sul cielo sopra l’aeroporto di Tan Son Nhut. Poco dopo, un secondo aereo fece la stessa fine.

La seconda cosa che andò storta fu una comunicazione dell’ambasciatore Graham Martin a Henry Kissinger: bisognava ricorrere subito all’Opzione quattro, l’evacuazione degli americani e di più vietnamiti possibili tramite elicottero. L’istruzione urgente andò però persa lungo la catena di comando e il trasporto via elicottero delle persone prescelte – da avvisare con un segnale prestabilito, la canzone di Bing Crosby White Christmas sulla radio delle forze armate – cominciò con molte ore di ritardo.

I giornalisti facevano parte di chi doveva essere aerotrasportato alle navi americane al largo. Ma molti di loro, tra cui Arnett e il suo capo George Esper, volevano restare fino all’ultimo – e oltre, se possibile. Il permesso viene accordato dal presidente di Ap in persona,Wes Gallagher.

Milioni di persone vivevano a Saigon alla fine della guerra, molte di loro rifugiati dalle campagne. Ma centinaia di migliaia di loro volevano ora scappare dalla capitale del Sud, sentendosi in pericolo dall’arrivo dei comunisti a causa del loro sostegno agli americani durante il conflitto.

Scrive Arnett: «Nessuno rimane ucciso nelle vergognose risse che seguiranno, ma la folle conclusione per andare da qualsiasi parte che non sia il Vietnam rimane ancora oggi una coda ignominiosa alla già sconfortante storia degli ultimi giorni dell’America in Vietnam».

Il centro della confusione fu l’edificio bianco di sei piani dell’ambasciata statunitense, su via dell’Unificazione, a pochi passi dal palazzo presidenziale. Quando cominciarono ad arrivare gli elicotteri, nel pomeriggio del 29 aprile, una folla stimata in diecimila vietnamiti si riunì intorno ai cancelli e alle mura dell’edificio, cercando disperatamente di scalarli. Furono contenuti a fatica dai marines di guardia all’ambasciata. D’altra parte, nei tredici punti di raccolta nella città, molti non vennero raggiunti da nessun elicottero.

La caduta di Saigon

Il giorno della caduta di Saigon, il 30 aprile, l’ambasciatore Martin lasciò la sede diplomatica in un elicottero alle 5 di mattina, seguendo un ordine che arrivava direttamente dal presidente Usa. Due ore e mezzo più tardi l’ultimo gruppo di marines lasciò il tetto dell’ambasciata. Arnett racconta che, quando andò a vedere la situazione con un’esplorazione mattutina, l’edificio stava venendo saccheggiato da centinaia di persone.

Poi Arnett ritornò all’ufficio di AP e, insieme ai colleghi, senti alla radio il presidente sudcoreano Duong Van Minh annunciare su Radio Saigon la resa senza condizioni. La fine della guerra arrivò così, in modo rapido e inatteso.

Fu la volta di Esper, il responsabile dell’ufficio, uscire a fare una passeggiata dopo giorni in cui non lo aveva lasciato un momento. Ma tornò dopo pochi minuti. A due passi da lì incontrò un ufficiale della polizia vietnamita in uniforme che gli disse solo: «È finita», poi si allontanò di un paio di metri e si sparò in testa con la sua pistola.

In una nuova sortita fuori dalla sede, Arnett vide con i suoi occhi l’arrivo della prima colonna di soldati nordvietnamiti a bordo di camion Molotova di fabbricazione russa lungo Tu Do, la strada principale di Saigon – oggi rinominata Ho Chi Minh City. I sudvietnamiti scappavano o si liberavano in fretta e furia delle uniformi per unirsi alla folla che osservava in silenzio.

Arnett tornò in ufficio e disse a Esper: «George, Saigon è caduta. Chiama New York». Sono le 11.43 del mattino e di lì a poco i giornalisti avrebbero incontrato i nordvietnamiti arrivati anche all’ufficio di Ap. La prima impressione di Arnett fu che fossero disponibili e amichevoli.

Nel pomeriggio, Arnett mandò alla sede di New York le sue riflessioni su quello che aveva visto. L’articolo comincia così: «In 13 anni di copertura della Guerra del Vietnam non ho mai sognato che sarebbe finita come è finita a mezzogiorno di oggi. Pensavo che sarebbe finita con un accordo politico come in Laos. Oppure con una battaglia dell’Armageddon con la città lasciata in rovine. Ma con una resa incondizionata, stata seguita, due ore più tardi, da un incontro cordiale nell’ufficio Ap di Saigon con un ufficiale nordvietnamita armato e in divisa da combattimento insieme al suo aiutante – e con una Coca-Cola calda e una fetta di torta stantia? Ecco come è finita per me, oggi, la Guerra del Vietnam».

Una guerra contro se stessi

Non ci furono massacri indiscriminati di civili dopo la vittoria Vietcong, ma centinaia di migliaia di persone vennero imprigionati in “campi di rieducazione” e là rimasero per mesi o anni in condizioni molto difficili. Arnett vide i controlli farsi via via più stretti verso la stampa straniera nei giorni successivi alla caduta di Saigon e lasciò il Paese alla fine di maggio.

Ma il suo interesse per il Vietnam non finì con la partenza dal Paese e negli anni successivi ritornò a occuparsi dei negoziati di pace, della guerra del Vietnam unificato contro la Cina e delle drammatiche condizioni dei profughi del conflitto nei Paesi vicini. Il suo lavoro ha tracciato un filo tra il teatro della guerra negli anni Settanta e gli anni più recenti fatti di rapida e tumultuosa crescita economica che ha messo da parte il marxismo delle origini per un capitalismo pragmatico sul modello cinese.

Una delle caratteristiche della Guerra del Vietnam descritta in infiniti film e rappresentazioni è l’invisibilità e l’ubiquità del nemico. Insieme al senso di catastrofe ineluttabile, è una sensazione che si avverte anche nel libro di Arnett, in cui i vietnamiti in senso stretto – sia del Nord che del Sud – appaiono solo di quando in quando sulla scena. Mentre il racconto segue i movimenti del giornalista, su e giù per il Paese e per l’enorme macchina bellica americana, si ha l’impressione che l’America abbia combattuto a lungo e con sempre più stanchezza contro sé stessa. E Arnett ha assistito dalla prima fila.

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