6 Maggio Mag 2015 1000 06 maggio 2015

Regno Unito, elezioni all’americana con fondi all’italiana

Regno Unito, elezioni all’americana con fondi all’italiana

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Alle elezioni britanniche di domani, uno dei risultati che gli osservatori del resto d’Europa guarderanno con più attenzione sarà probabilmente quello dell’Ukip, gli anti-europeisti dati nei sondaggi al terzo posto, intorno al 13 per cento. Ma la legge elettorale britannica penalizza un partito come quello di Farage, dal sostegno poco concentrato localmente. È difficile che porti alla House of Commons più di due o tre candidati.

A metà aprile, ad ogni modo, l’Ukip ha avuto un motivo di ottimismo. Richard Desmond, proprietario di diverse società editoriali tra cui il tabloid Daily Express, ha donato al partito 1,3 milioni di sterline (1,7 milioni di euro). Farage lo ha definito «uno dei migliori regali di compleanno di sempre» (il leader dell’Ukip compie gli anni il 3 aprile).

Richard Desmond, proprietario del tabloid Daily Expressha donato all’Ukip 1,3 milioni di sterline

Come ha notato il New York Times, è difficile che il suo partito sia riuscito davvero a spendere tutti quei soldi. Le regole sulla rendicontazione delle spese sono molto stringenti e la campagna elettorale britannica vive la contraddizione, scrive il Nyt, tra «un’entusiastica fascinazione per la politica in stile americano» e «regole per la campagna elettorale così stringenti che sembrerebbero più adatte alle municipali negli Stati Uniti».

I limiti di spesa

Il sistema britannico si concentra su limiti di spesa per i partiti e i candidati, più che sull’entità delle singole donazioni, e sull’obbligo della grande trasparenza riguardo le spese sostenute. Tutte le spese per cartelloni, pubblicità sui giornali e volantini sopra le 50 sterline devono essere dichiarate, così come le donazioni. Le donazioni fatte ai partiti sono registrate ad una ad una sul sito della Commissione elettorale britannica.

Per la cosiddetta “lunga campagna elettorale”, partita ufficialmente il 19 dicembre scorso, il limite che può essere speso da ogni candidato è di appena 30.700 sterline, più una cifra variabile a seconda del numero di aventi diritto al voto nella circoscrizione in cui corre (9 pence a votante nelle circoscrizioni rurali e 6 pence in quelle urbane).

La campagna elettorale “corta” è cominciata venticinque giorni prima del voto, il 30 marzo, e ha regole ancora più strette. Il totale che ogni candidato può spendere in questo periodo è di 8.700 sterline, più la cifra variabile.

Per quanto riguarda i partiti, la legge britannica stabilisce un limite complessivo alle spese che riguarda l’intero anno prima delle elezioni, ma poiché la data non è mai stabilita con così tanto preavviso i partiti sono costretti a registrare con molta precisione tutte le loro uscite. La cifra precisa è calcolata in base al numero di circoscrizioni in cui un partito presenta candidati: per chi lo fa in tutte e 650 il massimo è di 19,5 milioni di sterline (26,4 milioni di euro).

Anche le associazioni e i gruppi di pressione devono sottostare a regole molto strette. Nel 2014, con il Transparency of Lobbying, Non-party Campaigning and Trade Union Administration Act è stato introdotto l’obbligo per chiunque spenda più di 20 mila sterline in Inghilterra e 10 mila in Scozia, Galles e Irlanda del Nord di registrarsi presso la commissione elettorale – e dunque di rendere pubblico il proprio appoggio.

Sono limiti introdotti di recente, con le elezioni politiche del 2001: in precedenza i partiti avevano libertà di spesa alle elezioni nazionali.

I consiglieri di Obama

Dall’altra parte, si diceva, c’è la passione per le campagne elettorali “all’americana”. Che si riflette nella presenza dei due consulenti principali di Obama per le elezioni del 2008 e del 2012 – anche se su fronti contrapposti.

Tra Jim Messina e David Axelrod, a queste elezioni partecipano due consiglieri-chiave di Obama nel 2008 e 2012

Il cervello della campagna dei Conservatori è lo stratega elettorale australiano Lynton Crosby, che riceve un salario di 200 mila sterline l’anno, ma partecipa alle operazioni dei Tories anche Jim Messina. Consigliere politico di Obama tra il 2009 e il 2011, Messina è stato anche il suo campaign manager per le elezioni del 2012. Nel corso di aprile è stato a Londra ben quattro volte, fornendo dati e analisi tramite la sua società di consulenza.

I laburisti non sono da meno: ad aprile dello scorso anno hanno nominato consigliere strategico della campagna di Ed Miliband un altro consulente di Obama, David Axelrod, architetto della vittoria del 2008 su John McCain. Anche per lui c’è un contratto a sei cifre e la collaborazione della sua società di consulenza, AKPD.

I numeri e un confronto con l’Italia

Vediamo allora di quanto denaro si tratta: e i numeri, si scopre, non sono troppo lontani da quelli che si sono spesi in Italia, anche se sul fronte della trasparenza i nostri partiti hanno obblighi assai meno stringenti. Alle elezioni del 2010, i partiti politici britannici spesero complessivamente 31,1 milioni di sterline, oltre la metà dei quali dai Conservatori. Seguivano il Labour con il 25 per cento delle spese e i LibDem con il 15 per cento.

È probabile che, per una campagna elettorale così incerta, le spese di questa elezione saranno più alte, ma i regolamenti impediranno rivoluzioni. E certo terranno il conto finale lontano anni luce dalle cifre che girano nella politica Usa, anche considerato che la popolazione britannica è circa un quinto di quella statunitense: per la campagna del 2012 Obama raccolse un miliardo di dollari.

Alle elezioni del 2013, i partiti italiani hanno speso circa il 10 per cento in più di quelli britannici per la precedente tornata elettorale

Per fare un confronto con l’Italia, guardiamo le spese dei nostri partiti per le ultime elezioni politiche, a febbraio del 2013. Il Partito Democratico ha speso in totale 10 milioni di euro, in calo per la crisi e il dibattito sul finanziamento pubblico ai partiti (alle politiche del 2008, le ultime pre-crisi, il conto del Pd nazionale fu di 8,8 milioni di euro, che salì a 18,4 milioni di euro tenendo conto delle spese delle sezioni locali). Le spese del Popolo della Libertà – non ancora tornato al nome di Forza Italia – per le elezioni del 2013 sono state più alte: 12 milioni di euro.

Secondo un documento recente della Corte dei Conti, i partiti italiani hanno speso in totale 46,7 milioni di euro per quella tornata elettorale. Che in sterline fa 34,3 milioni di sterline al cambio attuale, circa il 10 per cento in più di quanto speso dai partiti britannici nel 2010.

Una campagna social e local

In Regno Unito, come in Italia dalla metà degli anni Novanta, gli spot elettorali in radio o in televisione non possono essere trasmessi, il che elimina una voce di spesa che pesa molto nelle elezioni statunitensi. Le emittenti si limitano a programmi di tribuna politica (curiosamente, una causa legale che rischiava di abolire il divieto, portata avanti fino alla Corte Europea per i Diritti Umani nel 2013, era stata promossa per un suo spot da un’associazione animalista).

Così, non potendo concentrarsi sul piccolo schermo, molte risorse vengono investite nei nuovi strumenti digitali. Già le elezioni del 2010 vennero chiamate “le elezioni dei social media”, un’etichetta La stampa britannica è entrata in possesso di ricevute che mostrano come i Conservatori abbiano speso 100 mila sterline al mese in pubblicità su Facebook.

C’è poi un’ultima caratteristica del voto britannico: il fatto che la battaglia si combatte ancora moltissimo a livello locale. Le 650 circoscrizioni elettorali, ciascuna delle quali manda in Parlamento solo il candidato più votato, dividono il Regno Unito in zone relativamente poco popolate, di circa 100 mila abitanti l’una.

I partiti politici sanno dove sono più o meno forti e dove può avere senso difendere un piccolo vantaggio o provare a strappare un seggio all’opposizione. Scelgono quindi un numero relativamente ristretto di zone in cui concentrare i propri sforzi.

Secondo il Financial Times, la strategia dei conservatori di Cameron è un «40-40», andare aggressivamente all’attacco in 40 seggi, per lo più dei LibDem in picchiata di consensi, e difenderne 40 in cui erano in vantaggio nel 2010, per lo più contro i candidati del Labour. Questo fa sì che la campagna elettorale britannica sia ancora largamente una questione di candidati che bussano alle porte, incontrano la gente e distribuiscono volantini.

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