8 Maggio Mag 2015 1945 08 maggio 2015

Allegri e Luis Enrique: elogio della calma

Allegri e Luis Enrique: elogio della calma

Massimiliano Allegri

C’è una cosa molto bella che gli allenatori possono fare dopo una stagione iniziata tra gli insulti e finita in gloria, tipo prendere il microfono di un inviato dopo la vittoria dello scudetto o di un 3-0 al tuo predecessore in Champions, e togliersi un chilo di sassolini dalla scarpa. C’è una cosa ancora più bella che gli allenatori così possono fare, tipo sbeffeggiare i propri predecessori, ma non fanno. Perché il segreto del loro successo sta nella calma con la quale hanno navigato tra le fiamme delle contestazioni, magari dopo una sconfitta contro una squadra di dilettanti a luglio, o dopo lo scetticismo perché di Guardiola ce n’è uno solo.

C’è una cosa molto bella (poi la finiamo, promesso) che gli allenatori di questo calibro potrebbero fare – parliamo di Massimiliano Allegri e Luis Enrique, lo avrete capito – ovvero incontrarsi fra nemmeno un mese a Berlino. E mentre in molti parlerebbero del secondo round tra Chiellini e Suarez, in un tripudio di meme, i due si guarderebbero indietro e proverebbero solo la calda sensazione di una calma avvolgente, mentre la coppa dalle grandi orecchie troneggia severa all’ingresso dello stadio.

Quando Allegri è arrivato alla Juventus, a Torino erano giorni di lutto assoluto

Quando è arrivato alla Juventus, a Torino erano giorni di lutto assoluto. Se ne parlava già un’ora dopo quel video in cui un abbronzato Antonio Conte decideva di tornarsene in barca a rifinire il proprio colorito, aspettando quello che poi sarebbe arrivato davvero: la Nazionale italiana. "La Juve prenderà Allegri" era la voce e su Twitter andava in onda lo psicodramma. Quello collettivo, astutamente orchestrato dal futuro ct: io quello che dovevo fare l’ho fatto, ho vinto tre scudetti e la gente mi adora, tu sei stato esonerato dal Milan e ora sono cavoli tuoi. Grideranno forte il mio nome, caro Max. Mi rivorranno indietro, mentre tu sarai in affanno.

Lo sente gridare ancora più forte, il proprio nome, il 25 luglio 2014. Ancora senza i nazionali, Allegri debutta perdendo 3-2 contro il Lucento, squadra di Eccellenza del Piemonte. Poi l’amichevole di cesena, quindi il campionato. A Verona, contro il Chievo, Allegri mette subito Coman titolare. Una mossa che per certi versi sembra quella di Sturaro da subito contro il Real Madrid. In mezzo, c’è una stagione nella quale il tecnico fa propria la squadra, l’ambiente, i tifosi. La squadra fa risultato anche quando non convince, perché alla Juve lo ha capito che vincere è l’unica cosa che conta. Basta aspettare. Ci vuole calma. Quella che non ha la Roma, che parte come prima antagonista e a dicembre si è già sciolta. Mentre Garcia decide di cavalcare la polemica, per sospingere la squadra su un’onda emozionale stile-Mourinho dopo la sconfitta a Torino, il tecnico della Juve prima di tutto rasserena. All’inizio sembra si comporti come un aziendalista, atteggiamento di cui viene tacciato fin da subito.

Lo chiamano acciuga, Allegri. Secco, asciutto. Non alza i toni, non c’è bisogno. Ci vuole calma

Lo chiamano acciuga, Allegri. Secco, asciutto. Non alza i toni, non c’è bisogno. Ci vuole calma. Nel frattempo, plasma la squadra sul 3-5-2 o sul 4-3-1-2, a seconda delle esigenze. La squadra perde due volte in trasferta nel girone di Champions, ad Atene e Madrid, ma quando c’è da affondare il colpo all’Olympiakos in casa la squadra risponde («Siamo stati bravi a mantenere la calma»). Occ, pasenza e bus de cul, direbbe Sacchi. Arrivano negli ottavi e quarti, come sorteggio. Perentorio a Dortmund, paziente a Monaco («Ci vorrà pazienza»). La stessa che chiede anche contro il Sassuolo in casa, vittoria risicata ma di quelle in cui tanto il gol arriva: le squadre forti ragionano anche così. La calma è il perno del gioco di Allegri. Niente più furia agonistica di Conte, ma più impostazione, più equilibrio.

La calma è il perno del gioco di Allegri. Niente più furia agonistica di Conte, ma più impostazione, più equilibrio

A migliaia di chilometri di distanza, Luis Enrique l’equilibrio lo ha rotto fin da subito. Dopo anni passati nella Masia, mentre Guardiola assurgeva alla prima squadra alla fine di un percorso simile, Luis Enrique ha aperto il giornale per leggere del Tiqui Taqa. Così, quando arriva alla Roma, pensa a un progetto tutto suo. Si porta dietro anche un mental coach, perché nulla va lasciato al caso. Roma non è Barcellona, ma fin qui ci arriviamo tutti. Luis Enrique non esita a tenere fuori Totti, se serve. Una posizione che tiene anche quando esce subito dall’Europa League, ad agosto, contro lo Slovan Bratislava. E anche quando, alla fine, la squadra arriva settima e resta fuori dalle coppe europee.

Luis deve andare e fare posto a Zeman. Lo attende un anno al Calta Vigo, in attesa di richiami dalla casa madre. Già, perché al Camp Nou nel frattempo non è facile gestire il post-Guardiola, che nel frattempo si è concesso un anno di stop prima che l’Europa del calcio si prenda a gomitate per accaparrarselo. Lui può. A Vigo Luis Enrique centra la salvezza, mentre il “Tata” Martino perde la Liga in casa, all’ultima giornata, contro l’Atletico Madrid. E così, arriva la chiamata. E con lui, arriva un altro Luis, che di cognome fa Suarez. Lo accoglie più o meno così: «Lo hanno liberato da Guantanamo apposta per farlo allenare con noi». La calma di Luis Enrique è quella dei forti, di chi si può permettere quindi una battuta così. La disonestà intellettuale con la quale si fanno i paragoni con la sua avventura romana, la lascia ad altri. Sa di avere davanti un trio spettacolare: Messi-Neymar-Suarez. Ma cosa fare, dietro loro: puntare sulla squadra perfetta stile Guardiola, o affidarsi alla potenza di fuoco del trio con un gioco semplice ma efficace? La facilità con la quale supera l’imbarazzo è irrisoria.

Sembra giocare senza uno schema definito, il Barça. Falso. Il Barça è un orologio che gira sul tempo della fantasia dei propri campioni

La calma di Luis Enrique è quella che induce gli altri a sbagliare, laddove lui passa e raccoglie successi. Sembra giocare senza uno schema definito, il Barça. Falso. Il Barça è un orologio che gira sul tempo della fantasia dei propri campioni. A Neymar viene data quella libertà che un Guardiola avrebbe imbrigliato nel calcio totale dove devi attaccare e difendere sempre. Fantasia al potere, ci pensino loro. Poi dietro c’è Mascherano che rattoppa e considera fallo solo l’omicidio plurimo. Così viene concepita, nasce e cresce la vittoria sul Bayern. Luis Enrique è calmo e domina, Guardiola è teso e sbaglia tutto: formazione, atteggiamento. Tre a zero e ci vediamo in Baviera.

C’è una cosa molto bella che potrebbe succedere certi allenatori, a Berlino, il prossimo 6 giugno. Potrebbero ritrovarsi uno di fronte all’altro. E la partita la affronterebbero con tutta la calma del mondo. 

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