8 Maggio Mag 2015 1015 08 maggio 2015

Il crollo dei titoli di Stato? Tanto rumore per nulla

Il crollo dei titoli di Stato? Tanto rumore per nulla

Borsa Francoforte Dax Carnevale

Niente panico: non c’entra un presunto, imminente default della Grecia - perlomeno non è la causa scatenante - né ci sono avvisaglie di crisi finanziarie continentali all’orizzonte. Per capire come mai, tutto d’un tratto, gli investitori abbiano deciso, nelle ultime settimane, di vendere in massa i titoli di stato europei - da quelli italiani e spagnoli ai bund tedeschi - bisogna fare parecchi passi indietro. Più precisamente, a quel 26 luglio del 2012 in cui il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, disse che «nel suo mandato, la Bce avrebbe fatto qualsiasi cosa per preservare l’Euro». In quelle parole, i mercati colsero all’unisono una promessa. Che la Bce avrebbe comprato i titoli di Stato dei paesi dell’Eurozona per evitare fossero mira di attacchi speculativi - come successe all’Italia giusto un anno prima - e per immettere nel sistema la liquidità necessaria a far salire i prezzi e per spingere la ripresa economica. 

È allora che cominciò la grande onda di acquisti di titoli di stato europei. Soprattutto, ovviamente, di quelli tedeschi, i Bund, affidabili e sicuri come nessun altro. Ma anche quelli italiani, spagnoli, francesi, olandesi, eccetera. La motivazione era implicita: se Draghi comprerà, i tassi scenderanno. Meglio comprare oggi, quindi, che i tassi sono alti e il prezzo è basso. Precisazione obbligatoria: i titoli di Stato non sono speculativi. I tempi in cui gli investitori se li tengono in pancia si calcola in anni, non certo in secondi. Nessuno voleva specularci, insomma. Semplicemente, con quelle parole, Draghi aveva assicurato che l’investimento sarebbe stato coperto. Che in caso di guai, la Banca Centrale Europea si sarebbe comportata da compratore di ultima istanza. Un po’ come la Federal Reserve americana, per intenderci.

Passano gli anni e quasi ci dimentichiamo la parola spread. Nel frattempo, però, i prezzi dell’Eurozona languono, la ripresa non arriva e i conti pubblici dei paesi periferici, Italia in primis, tornano a traballare. I mercati avrebbero ben poco da star tranquilli, insomma, se non fosse per quella promessa di Draghi: qualsiasi cosa. Così, il 9 marzo del 2015 arriva finalmente Godot: un alleggerimento quantitativo - quantitative easing, in inglese, per gli amici Qe - da 60 miliardi di euro al mese. Cifra che la Bce avrebbe speso, fino a settembre 2016, per comprare titoli di Stato europei. 

«C’è già un’enorme scarsità di Bund sul mercato. Stiamo già assistendo ai sintomi del programma di acquisto della Bce»

Tralasciamo i dettagli tecnici della misura. Quel che importa è che la Bce compri, pensano più o meno tutti. Oddio, qualcuno, nei giorni precedenti, si era premurato anche di capire se ci fosse qualcuno che avrebbe venduto. A New York, soprattutto. La tesi è semplice: quelli che dovevano comprare hanno già comprato e il rendimento dei Bund decennali tedeschi, soprattutto, è ai minimi storici. C’è chi dice addirittura che stando alle aste in programma nei mesi successivi, non ci sarebbe stata una quantità sufficiente di titoli emessi per coprire la ”fame” della Bce: «C’è già un’enorme scarsità di Bund sul mercato - aveva spiegato  Philipp de Cassan, responsabile dell’euro core rates trading presso Nomura -. Stiamo già assistendo ai sintomi del programma di acquisto della Bce». 

Comunque, il Qe parte, le borse reagiscono bene e gli spread crollano. Nei primi tre giorni, per dire, quello tra i nostri Btp e i Bund scende a 84, arrivando a toccare i livelli pre-crisi. Applausi e champagne? No. Non solo, perlomeno. Qualcuno avanza qualche dubbio. È il 6 marzo, tre giorni prima della partenza del Quantitative Easing, quando Guido Maria Brera, ad esempio, trader e fondatore di Kairos, una delle più importanti società di gestione del risparmio italiane, affida a uno dei personaggi del suo romanzo, i Diavoli, questa riflessione:
 

«Adesso, col QE, ci sono compratori sicuri a cui vendere: l’Eurotower e le banche centrali. Per questo, adesso è tempo di invertire la rotta, mollare la periferia poco alla volta e farsi trovare scarichi per le prossime elezioni in Inghilterra. Dopo ci sarà tempo di guardare altro».

Previsione contro intuitiva, questa, ma azzeccata. Ha ragione la Bce: qualcuno che vende c’è. Il problema è che è molto più di qualcuno. Il quantitative easing offre infatti agli investitori montagne di liquidità e un compratore di titoli di Stato. I rendimenti sui titoli decennali tedeschi si avvicinano ad avere un tasso negativo, tanto sono sicuri. Di là dall’oceano ci sono un sacco di corporation quotate che vanno benone. Perché non approfittarne? Perché non vendere?

Andamento dei rendimenti dei bund decennali tedeschi negli ultimi sei mesi

Guardando i grafici, si capisce come la storia sia andata più o meno così: il punto più basso dei tassi e quello più alto degli acquisti - curiosamente, ma non troppo - coincide con l’inizio del Quantitative Easing. Da lì in poi è una lenta discesa degli acquisti e una lenta crescita dei tassi d’interesse. Sono spirali che si alimentano da sole, quelle dei mercati. Qualcuno comincia a vendere, altri lo seguono e Draghi, che ha un piano d’acquisto quotidiano, inesorabile, ma lento, non sta e non vuole stare al passo delle vendite. A soffiare sul fuoco ci si mettono la crescita del prezzo del petrolio e i venti di ripresa che spirano sull’Europa: «Vuoi vedere che Draghi interrompe il Quantitative Easing prima della sua scadenza naturale?» - sembrano chiedersi i mercati, sebbene il presidente della Bce smentisca ogni volta che può questa ipotesi.

Quando ci si aspettava il quantitative easing, tutti hanno comprato. Quando è arrivato, hanno cominciato a vendere

Gli algoritmi fanno il resto. E - forse casualmente, forse no - decidono che il momento in cui bisogna vendere è proprio il giorno delle elezioni inglesi. L’ordine arriva dagli Stati Uniti: i rendimenti sul bund decennale tedesco schizzano allo 0,6710%, livello che non toccava dalla fine del 2014. E se tutti si spostano da poppa a prua, contemporaneamente, la barca inizia a ballare. C’è chi tira in ballo la Grecia, chi preconizza un terremoto in arrivo sui mercati obbligazionari mondiali. Chi, più banalmente, dice che si tratta di un compensation trade: quando ci si aspettava il quantitative easing, tutti hanno comprato. Quando è arrivato, hanno cominciato a vendere. Assurdo? Forse, ma è la finanza, bellezza. 

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