19 Maggio Mag 2015 0930 19 maggio 2015

Rosiconi international: perché la stampa straniera odia Expo

Rosiconi international: perché la stampa straniera odia Expo

No Expo

“Un cantiere all’italiana”, dice Le Monde. Oppure, “un’opera controversa”, rincara Il Guardian. I tedeschi della Frankfurter Allgemeine Zeitung parlano di “Mafia”, con la M maiuscola perché è un sostantivo, mentre il New York Times sintetizza che “dalla modernità l’Italia non ha imparato l’efficienza”. Tutti giudizi non molto lusinghieri, che cadono a pioggia da oltre un mese su Expo e sull’Italia, prendendo il primo come simbolo del secondo, o il secondo come causa del fallimento del primo.

Ad esempio, la Faz è la più dura. L’Italia, secondo loro, ha organizzato un’esposizione in cui serviva coniugare i temi della creatività, del cibo e della tradizione. “Hanno aggiunto anche i temi della mafia e della corruzione”. A questo si aggiungono “i ritardi di aprile”, quando gli operai dovevano ancora finire gran parte dei padiglioni, e le “operazioni camouflage”. Non bastasse, puntano il dito contro “l’enorme orgia di sprechi”, sia dal punto di vista finanziario, con i costi che sono lievitati, sia dal punto di vista alimentare – cosa ancor più grave dal momento che il tema di Expo è proprio la lotta contro la fame del mondo.

Sistemata l’Italia, la Faz bastona anche i padiglioni, colpevoli di “parlare di sé e del proprio Paese anziché sviluppare il tema dell’alimentazione”, in una competizione avviata dagli inglesi, i nemici di sempre, che ha snaturato il progetto. Insomma, ai tedeschi Expo non è piaciuto. Ma che pretese, non siamo mica in Germania.

I francesi di Le Monde volano un po’ più bassi. Parlano di “cantieri all’italiana”, e raccontano il divertente aneddoto della visita stampa del 29 aprile che viene annullata “perché ci sono ancora gli operai che devono lavorare 24 ore su 24”. Per fortuna il padiglione francese gode di una certa libertà e organizza una visita, limitata alla sola stampa “tricolore” (cioè francese, non italiana) con il divieto di fotografare qualsiasi altra cosa. Il messaggio è semplice: l’Italia (e gli altri) sono in ritardo, i francesi no (bravi, clap clap). Si complimentano poi con la saggezza di Mattarella, che ha preferito disertare la cerimonia di inaugurazione (scelta definita “prudente”), dimenticando che, tutto sommato, il presidente della Repubblica neo-eletto aveva fatto poco, se non nulla, perché Expo si realizzasse. Infine, passano in rassegna la lunga e tormentata storia di Expo, dalle liti sui terreni alle liti sui progetti, fino agli arresti del 2014, che hanno posto fine alle liti. Visto che Expo è considerato una cosa francese, si sentono in dovere, da buoni padri, di essere preoccupati della fine che ha fatto, anche perché il Grand Tour in Italia è sempre foriero di avventure piccanti.

Il Guardian che dice? Parte con una descrizione divertita dei padiglioni, poi atterra sulle proteste e gli incidenti del primo maggio e prosegue sviscerando le questioni più controverse: si parla di “escalating budgets”, sottolinea i “delays”, registra maligno i “camouflage” e chiude la frase su “corruption and bribery”. Il perfido giornale della perfida Albione va a colpire anche i turisti, paragonati a “herds of lobotomised oxen in search for nourishment”, cioè mandrie di buoi lobotomizzati che cercano il cibo e si imbattono in attrazioni che sembrano un mix “tra le pubblicità di Waitrose e una fiera di agenzie turistiche”. Lo trovano un po’ kitsch, a quanto pare, dal momento che il paragone più affettuoso avvicina Expo all’Eurovision Songs Contest. E vabbe’, che ne sanno gli inglesi di stile, poi?

Infine, gli americans. Il New York Times, su un suo blog, parte da un simpatico aneddoto personale. Il giornalista americano, in visita da una famigliola di amici italiani con “modesta casa a Santa Margherita”, degusta il coniglio (i sapori di una volta) e ragiona sulle differenze tra Usa e Italia. Ad esempio, le strade. Negli States ci sono tratti di rettilineo lunghi centinaia di chilometri. In Italia no. E da questa immagine trae una simpatica metafora del Paese: visto come una terra tutta curve. Ostacoli da schivare, burocrazia da aggirare, problemi da evitare. L’Italia, spiega, ha tralasciato alcuni aspetti della modernità (che, è sottinteso, coincide con lo spirito Usa), come la riduzione dei rapporti umani a semplici transazioni. Ed è un bene. Ma purtroppo ha dimenticato anche l’efficienza, ed è un male. Expo fa parte di questa secondo gruppo.

Bene, queste le critiche della stampa straniera. Rosiconi? Gufi? Invidiosi? Oppure divertiti spettatori di un ennesimo spettacolo all’italiana, dove non manca nessuno dei peggiori ingredienti che hanno fatto brutto il Belpaese? La seconda, senza dubbio, anche se sotto sotto, c’è sempre gusto a prendere in giro les italiens. Ma non è il caso di offendersi troppo. Anche perché c’è un’altra cosa da dire, un segreto, quasi indicibile, (che forse si può solo sussurrare) una notizia imbarazzante. Ecco, la verità è che, a parte agli italiani (e ai milanesi in particolare), di Expo non importa quasi niente a nessuno.

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