20 Maggio Mag 2015 1200 20 maggio 2015

Pensioni: resta solo l’equità violata tra generazioni

Pensioni: resta solo l’equità violata tra generazioni

Pensioni Giannino

La restituzione dell’indicizzazione delle pensioni superiori a tre volte il minimo INPS, bloccata nel 2011 per gli anni 2012 e 2013 e giudicata illegittima dalla Corte Costituzionale, non sarà integrale per tutte i trattamenti comunque alti. Sarà integrale per quelle a 1500 euro, e via via minore fino a fermarsi ai 3mila euro. Rispondiamo a una prima domanda: è coerente alla sentenza?

La scelta di Renzi di non restituire l’indicizzazione delle pensioni è coerente con la sentenza? Sì.

la risposta è sì, è coerente. Hanno torto sindacati e opposizioni, a cominciare dalla destra che votò quella misura, ad attaccare il governo asserendo che la sentenza della Corte imponga la restituzione di tutto a tutti. Hanno torto marcio, per ragioni formali e sostanziali, e ora vedremo perché. Ma, in ogni caso, anche la decisione del governo non chiude il capitolo. Perché le storture previdenziali sono tante e tali che, soddisfatta la Corte, bisognerà per forza rimetterci mano.

È la stessa sentenza della Corte a consentire di non restituire tutto a tutti

Perché non bisogna restituire tutto a tutti? In primis, perché è formalmente la stessa sentenza della Corte a consentirlo e indicarlo. Poi, nella sostanza: perché non è giusto. Vediamo l’argomento formale. Nei punti 5, 6 e 7 della sentenza sulle pensioni, la Corte Costituzionale, ripercorrendo gli interventi di blocco perequativo a cui in passato diede assenso, ha richiamato che l’intervento del 2011 andava bocciato perché non tutelava abbastanza le fasce più basse, perché biennale e non annuale, e perché non proporzionava gli effetti di blocco in maniera progressiva. Queste tre condizioni si soddisfano dunque non con la restituzione di tutto a tutti, come continuano a ripetere sindacati e oppositori politici, ma reintegrando maggiormente i trattamenti subito superiori a tre volte il minimo INPS, e poi graduando il recupero fino a una certa soglia, e non prevedendolo invece per quelle superiori.

Non ridare tutti a tutti è equo: perché vorrebbe dire caricare oneri sui più giovani

A questo argomento formale, aggiungiamo la considerazione che scrivemmo all’indomani della sentenza. Non ridare tutto a tutti risponde a equità perché. In un sistema a ripartizione come resta il nostro, non è equo continuare a caricare oneri sui più giovani, i cui contributi pagano le pensioni in essere, non avendo più le giovani generazioni né le pensioni retributive né la facoltà di andare in pensione molto prima, come appunto i pensionati i cui assegni i giovani oggi pagano.

Aggiungiamo anche un altro argomento: non uno di coloro che gridano perché cvogliono la restituzione integrale ha indicato da dove avrebbe preso i miliardi che sarebbero occorsi per l’integrale restituzione 2012-2015 della mancata perequazione. Sono tanti: le cifre fatte nell’audizione parlamentare – non casualmente a porte chiuse – dal viceministro Morando sono per gli anni 2012-2015 complessivamente pari a 23,8 miliardi lordi e 17,6 netti (cioè una volta che lo Stato abbia reincassato l’IRPEF relativa) più 6,4 miliardi lordi e 4,6 netti per ogni anno dal 2106 al 2018 incluso. Non solo la Corte, buona parte della politica italiana ha già dimenticato l’articolo 81 della Costituzione che vincola all’equilibrio di bilancio.

Resta da capire come si coprirà l’esborso “selettivo” scelto dal governo

Detto ciò, per il recupero deciso dal governo Renzi usa oltre 2 miliardi di euro coperti in deficit, visto che il sedicente “tesoretto” era deficit e non coperto da tagli di spesa, resta il problema di capire come si coprirà l’esborso “selettivo” scelto dal governo. La Commissione Europea non era d’accordo, ma ora non fiaterà perché c’è di mezzo una sentenza della Corte Costituzionale.

Ma, al di là di questo, il problema previdenziale italiano resta. Guardiamoci negli occhi. La da tanti odiata riforma Fornero ha alzato l’età pensionistica rafforzando la stabilità del sistema, ma nella fretta di evitare la Trojika non ha affrontato il punto vero dell’equità violata, in materia previdenziale: far pagare a chi ha molto meno pensioni maturate con regole diverse da chi ha molto di più.

Anche nel 2015 l’INPS, informa l’organo di vigilanza dell’istituto, chiuderà per il quarto anno consecutivo con un deficit di almeno 5,6 miliardi, e saranno 30 miliardi cumulati dunque da quando, nel 2012, l’istituto ha accorpato la gestione delle pensioni pubbliche in capo all’INPDAP. Le pensioni pubbliche pesano per 65 miliardi di euro l’anno, cioè sono pari a un quarto del totale dell’esborso annuale previdenziale (in senso stretto, esclusi i trattamenti assistenziali a carico dell’INPS), ma i pensionati pubblici sono solo 2,8 milioni, rispetto a oltre 20 milioni in Italia. La loro pensione media è di circa il 60% superiore a quella degli ex dipendenti privati. L’INPS meritoriamente, dacché ne è presidente Tito Boeri, pubblica le cifre delle gestioni previdenziali delle categorie più “privilegiate” dell’era retributiva, come gli ex dipendenti ferroviari, elettrici, postelegrafonici. Categorie che avevano diritto alle baby pensioni, con multipli di trattamento maturato pari anche a 5 o 6 volte i contributi versati.

A fronte di tutto questo, poiché a pagare quegli assegni sono oggi coloro che quelle pensioni se le sognano e pagano contributi assai più elevati, sarebbe necessario un ricalcolo su base contributiva che incida sul differenziale in maniera progressiva, non annullandolo ma almeno contenendolo nei casi di maggior vantaggio rispetto ai contributi versati e per assegni dai 6 o 7 volte il minimo INPS in più. Sarebbe più che opportuno non solo per abbassare il pur pauroso esborso annuo all’INPS che proviene dalla fiscalità generale pari a 90 miliardi. Quanto per diminuire i contributi versarti oggi da chi sta e starà in futuro molto peggio.

La cosa pazzesca e difficilmente digeribile è che un ricalcolo contributivo preciso per i dipendenti pubblici sia difficoltoso perché lo Stato non ha tenuto il conto dei contributi che versava, per il semplice fatto che li considerava una partita di giro rispetto alle pensioni da erogare, e cioè non li versava. Altra conferma del caos pubblico in cui viviamo, addossandone il costo a chi sta peggio.

Prima di pensare a salari di cittadinanza, capiamo quanti milioni di italiani incassano trattamenti che, a tutti gli effetti, sono già una negative income tax

Ma ha mille volte ragione Paolo Savona, che ieri ha dichiarato: «il ricalcolo delle pensioni sulla base dei contributi versati è doveroso, perché il cittadino deve sapere quali oneri porta a carico della collettività per regolarsi di conseguenza su quale sia la sua posizione nei confronti della società, sia per calmierarsi nell’uso dei servizi che lo Stato gli rende, sia per pretendere che essi vengano prodotti in modo efficiente, tutti conoscenze che devono orientare l’elettore». Prima di esaminare anche solo l’ipotesi di concedere salari di cittadinanza, cerchiamo di capire quanti milioni di italiani incassano trattamenti che, a tutti gli effetti, sono già una negative income tax, cioè una franchigia positiva sulle tasse che pagano, con un costo a carico di altri cittadini meno fortunati.

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook