21 Maggio Mag 2015 1230 21 maggio 2015

Bentivogli, Cisl: «Diritti acquisiti? Non credo alle favole»

L’intervista

Bentivogli

«Il patto generazionale è una finzione». E ancora: «i diritti o sono per tutti o van chiamati privilegi». Non usa mezze misure, Marco Bentivogli, segretario della Fim, la federazione dei metalmeccanici della Cisl. Una voce fuori dal coro, la sua, mentre tutto il mondo delle rappresentanze sindacali, Susanna Camusso e la Cgil in primis, esultano per la sentenza della Consulta che ha dichiarato incostituzionale l'articolo della riforma Fornero che bloccava l'indicizzazione delle pensioni al costo della vita.

Il sindacalista della Cisl è nel mezzo della vertenza Whirpool una delle più dure e difficili degli ultimi anni, e alla vigilia di uno sciopero generale: «Siamo alla rottura - racconta - l’azienda ha scoperto le carte, un po' per volta, peggiorando il già terribile quadro iniziale. Un lavoratore su tre e quattro siti industriali non hanno futuro in Whirlpool. Anche a fronte di 500 milioni di investimenti, è un ridimensionamento industriale e occupazionale inaccettabile». Tuttavia, trova il tempo di parlare anche del caso Consulta, di pensioni, di patto generazionale e di diritti acquisiti. Perché se è vero, come dice, che il caso Whirlpool è «la sintesi della parabola del capitalismo di seconda o terza generazione il cui effetto è quello di una vera e proprie fuga dalle imprese verso le rendite», è vero anche che anche il sindacato sta vivendo di rendita su una generazioni di lavoratori che non esiste più.

Bentivogli, che ne pensa della sentenza della Consulta?
La questione della de-indicizzazione delle pensioni basse è un problema. Io nei contratti nazionali chiedo la tutela del potere d’acquisto, giusto che lo si faccia per i pensionati. Sbaglia Renzi a chiamarlo bonus. 

Come mai?
Perché è una restituzione parziale. Tuttavia, la sentenza parla specificatamente di criticità per le pensioni basse e non per tutte le pensioni. Ma specie per le pensioni alte, bisogna ricordare che chi va in pensione col retributivo riceve una pensione che arriva fino al 60% in più rispetto a quanto si è versato. 

«Sentire Berlusconi e una parte della sinistra Pd che votò la legge e che plaude alla sentenza contro la legge e ne invoca l’applicazione estensiva, è il segno della sbornia populista»

Eppure tutti o quasi plaudono alla sentenza della Corte, compresi i suoi colleghi sindacalisti...
Su questo tema c’è troppa demagogia e cattiva coscienza: sentire Berlusconi e una parte della sinistra Pd che votò la legge e che plaude alla sentenza contro la legge e ne invoca l’applicazione estensiva, è il segno della sbornia populista, che attecchisce grazie alla tradizionale smemoratezza e dilagante ignoranza degli italiani.

Lei quindi è contrario alla sentenza della Corte Costituzionale?
Sono molto critico sul funzionamento della Corte Costituzionale. Mi pare che la degenerazione di ruolo e di funzionamento siano ben evidenziati nel testo di Sabino Cassese dal titolo “Dentro la corte, parola di un ex giudice costituzionale”. L’autonomia dei corpi dello Stato è un valore, il cortocircuito permanente sta mandando in tilt il suo funzionamento. Non solo, la Corte si muove sempre , anche nelle precedenti sentenze quando difese i vitalizi, sulla favoletta dei “diritti acquisiti”. 

Perché dice che quella dei diritti acquisiti è una favoletta?
Perché i diritti son per tutti altrimenti van chiamati privilegi. Le emergenze della previdenza italiana sono altre: pensioni dei giovani, lavori usuranti e pensioni basse.

«L’autonomia dei corpi dello Stato è un valore, il cortocircuito permanente sta mandando in tilt il suo funzionamento. La Corte si muove sempre, anche quando difese i vitalizi, sulla favoletta dei “diritti acquisiti”»

A proposito di pensioni basse: lei prima ha detto che chi va in pensione col retributivo riceverà quasi il 60% di quel che ha versato. Chi andrà in pensione col contributivo, rischia di veder dimezzato il proprio stipendio, una volta smesso di lavorare. Si è rotto un patto generazionale? 
Il patto generazionale è una finzione, va detto con chiarezza. Le riforme previdenziali, dal ’90 ad oggi, approfittando del loro silenzio  sono state fatte “in nome dei giovani”, ma in realtà spesandole tutte sulle nuove generazioni. Nel futuro con 45 anni di lavoro, regolare e continuativo, la pensione, a cui si arriverà dopo i 70 anni, arriverà al 45% dell'ultima retribuzione, se va bene. Senza previdenza complementare, avremo intere generazioni di pensionati poveri. È questo il patto generazionale? 

D’accordo, ma l’aumento dell’età pensionabile era quasi obbligatorio, considerando l’aumento della speranza di vita e il crollo demografico, non trova?
Per me l'aumento dell’età pensionabile non è un problema. Semmai lo è per chi fa lavori usuranti, i turni, le catene di montaggio, o per chi lavora in ambienti nocivi, sulle impalcature, in galleria. A 60 anni quei lavori sono insostenibili e anche la speranza di vita è drasticamente più ridotta. Il problema, semmai, è che dei 260 miliardi che spendiamo ogni anno per la previdenza, 85 - più di quanto spendiamo per scuola e formazione - vanno a pensionati under 65. Non tutti fanno lavori usuranti e molti continuano a lavorare in nero. Poi c’è un altro problema, che è la confluenza nel fondo Inps di altri fondi che erogavano pensioni generose, fino al 105% dell’ultima retribuzione. Sono queste le cose che hanno portato l’Inps in deficit.  

I giovani però non si ribellano. Perché l'ingiustizia non genera dialettica, scontro?
Lo scontro generazionale è in realtà un assalto alle future generazioni, che ahimè non sono consapevoli di cosa gli prospetta il futuro. Sbaglia chi confonde silenzio e fatalismo delle nuove generazioni come consenso. In realtà è peggio del dissenso espresso, è sfiducia, scollamento profondo che rischia di diventare definitivo. 

C'è chi dice che il conflitto generazionale è in realtà un modo per non parlare del vero conflitto, quello tra capitale e lavoro...
Tra capitale e lavoro è riconfermata la doppiezza di Confindustria su questo tema, che con una mano ha sempre chiesto a tutti i Governi di aumentare l’età pensionabile e con l’altra, nelle sue fabbriche superati i 55 anni, troppo spesso, inizia a non considerarti più una risorsa e va a caccia di ammortizzatori sociali come la mobilità per mandarti prima in pensione anticipata. 

«La Cgil? Iper-reattiva sui diritti dei lavoratori a tempo indeterminato e pensionati col retributivo e più tiepido sul resto, che ormai è il presente e il futuro lavoro. Rischiano di diventare un’associazione di reduci»

Parliamo anche dei sindacati, però. Che ne pensa di chi come la Cgil ha esultato per la sentenza della consulta? 
La Cgil rischia di guidare il rischio di secolarizzazione del sindacato, quello di un sindacato iper-reattivo su diritti lavoratori a tempo indeterminato e pensionati col retributivo e più tiepido sul resto, che ormai è il presente e il futuro lavoro. Secolarizzazione che rischia di trasformare I grandi sindacati in associazioni di reduci. Mi auguro che anche in Cgil ci sia una scossa che la riavvicini alla sua tradizione riformista come fu con Lama e Trentin.

La Cgil si è detta anche contraria al reddito minimo garantito e, più in generale, alla riforma del welfare…
Anche io sono contro il reddito minimo garantito, come ben spiegato da Mons. Bregantini, perché non serve assistenzialismo. Al contrario, però, sono molto favorevole al reddito di inclusione o di cittadinanza  basato su un cardine indispensabile: il collegamento diretto tra la condizione reddituale e la ricerca attiva di occupazione, a partire dalle persone più svantaggiate quali gli over 50, i portatori di disabilità e i giovani disoccupati di lungo periodo.

In realtà la crisi della Cgil è un pezzo della più ampia crisi della rappresentanza sindacale. Anzi, guardando i partiti e le associazioni, della crisi della rappresentanza tout court. Come se ne esce?
In Italia ci sono ancora alti tassi di sindacalizzazione. In Europa, ci superano solo gli scandinavi. Tuttavia, è vero, gli invisibili sui nostri monitor sono in crescita. Bisogna avere il coraggio di proporre ai giovani di impadronirsi dei sindacati, così come dei partiti. 

Una rottamazione, in pratica?
Non penso a rottamazioni, credo che il sindacato debba tornare ad essere il luogo pubblico delle aspirazioni delle nuove generazioni, come negli anni ’60. Bisogna convincere i meno giovani, a partire dalle fabbriche fino ai vertici, che devono stimolare ed accogliere il protagonismo dei giovani.Il sindacalista deve diventare un intercettore di nuove persone e di nuove esigenze, quelle meno gridate ma più diffuse e più urgenti. 

E come si fa, nel concreto?
Bisogna ridurre il numero di contratti nazionali, innanzitutto, che oggi sono ben 705. Poi va ridotta la proliferazione sindacale: i dipendenti della Camera hanno 11 sigle, ma anche in Fiat - FCA ne abbiamo sette.

«Bisogna avere il coraggio di proporre ai giovani di impadronirsi dei sindacati, così come dei partiti»

Perché questo?
Perché la proliferazione di sindacati accentua il corporativismo rivendicativo. Noi della Cisl, nel 2015, metteremo insieme Fim e Femca dentro una sola Federazione dell’industria, dove coabitano le istanze dei lavoratori dei comparti: energia, chimici, tessili e metalmeccanici, esattamente come avviene in Europa. Bisogna ritornare a essere forti e radicati nei luoghi di lavoro, anche quelli oggi irraggiungibili dal sindacato tradizionale, attraverso tecnologie, nuova bilateralità e contrattazione territoriale. Distinti e distanti dall’agone politico: se c’è una cosa che fa arrabbiare I lavoratori è un sindacato che gli dice per chi votare o li prende in ostaggio per obiettivi politici. Immediatamente capisce che quel sindacalista, per ambizioni personali, vuol tenere i piedi in due scarpe.

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