22 Maggio Mag 2015 2115 22 maggio 2015

«Così riporteremo in Italia i giovani talenti fuggiti all’estero»

«Così riporteremo in Italia i giovani talenti fuggiti all’estero»

Expat Di Rientro

Mettono in luce le falle del sistema Italia, i suoi ritardi, debolezze e chiusure. Sono le storie dei tanti expat che da qualche mese abbiamo iniziato a raccontare su Linkiesta. A partire, dicono i dati Istat 2014, sono soprattutto i trentenni, ragazzi che hanno messo alla prova se stessi e il loro paese, cercando di ritagliarsi uno spazio in Italia. Ma che dopo l’università e le prime esperienze di lavoro precario, hanno deciso di andarsene per non rinunciare a se stessi e ai loro principi. Queste storie raccontano di un’Italia che perde le sue avanguardie, che si lascia scappare la gioventù dagli ideali più alti, dotata di un forte senso di giustizia, voglia di fare, e capace di rimanere fedele a se stessa senza scendere a compromessi con nessuno. Soprattutto, decisa a non accettare più il ricatto di un contratto full-time a 400 euro.

«Partono i giovani fedeli a se stessi, che non scendono più a compromessi e non accettano ricatti da 400 euro al mese»

Ci siamo chiesti allora se la politica è in ascolto di questi giovani adulti e se sta provando a curare un’emorragia che non accenna a diminuire. Ne abbiamo parlato con Luigi Bobba, Sottosegretario al Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, e una delega alle Politiche giovanili. Lo abbiamo fatto considerando anche una serie di proposte che gli expat hanno fatto al governo Renzi lo scorso dicembre, durante un meeting organizzato da iTalents a Perugia. 

Sottosegretario, come si pone il governo di fronte ai giovani che lasciano l’Italia sempre più frequentemente?
L’approccio è quello di considerare la mobilità dei giovani in modo positivo, esattamente come per il programma Erasmus, partito quasi da uno scantinato e diventato il principale elemento di mobilità negli studi. Il tema che si pone piuttosto è che il paese ha una bilancia del capitale umano negativa. Molti partono e vanno in altre comunità, ma pochi sono quelli che vengono in Italia. In questo modo, l'investimento in capitale umano e in conoscenza fatto con l’istruzione universitaria e superiore diventa un investimento a perdere, che va a generare valore aggiunto altrove. Se la mobilità è a senso unico, allora questo - oltre che a essere un fenomeno di sola necessità e non di scelta - genera anche impoverimento del tessuto umano e competitivo del paese.

«La mobilità dei giovani è un fenomeno positivo. Spaventa invece che molti non tornano o che i talenti stranieri non scelgono l’Italia»

I giovani partono perché in Italia non riescono a esprimere le proprie potenzialità, o anche semplicemente ad avere stabilità economica. Ma spesso, a offrire contratti precari e stipendi inaccettabili è la stessa generazione – la generazione dei sessantottini - che li bistratta sui media, chiamandoli «bamboccioni», «choosy», «sfaticati». Perché questo conflitto generazionale?
Ci si accomoda spesso su stereotipi con cui si pensa di incapsulare la realtà, ma la realtà è sempre più varia di quel che si pensa. Tra i giovani ci sono situazioni, comportamenti, e attese diversificati. Lo dimostra ad esempio il programma Garanzia giovani che – sebbene criticato dai media – coinvolge circa 550.000 giovani che si scrivono, vanno nei centri dell'impiego, e cercano in qualche modo di uscire da una condizione di limbo. C’è sì una difficoltà reale a trovare spazio in Italia, ma c'è soprattutto anche la necessità di accompagnare e orientare le scelte formative dei ragazzi, che in molti casi sono senza prospettive e futuro. E questo è anche responsabilità degli adulti, cioé quella di fare in modo che il talento sia investito in una direzione appropriata.

«Gli adulti devono accompagnare le scelte formative dei ragazzi, per investire il talento in una direzione appropriata»

Con uno dei decreti legislativi del Jobs Act, ad esempio, metteremo atto al contratto di apprendistato per creare un vero sistema duale (che prevede l'aternanza tra studio e lavoro, e in cui la scuola professionale e l’azienda sono entrambe incaricate nella formazione del ragazzo, ndr) come accade in altri paesi. In italia, infatti, i contratti di apprendistato di tipo formativo sono praticamente inesistenti, come se scuola e impresa fossero realtà estranee, che non si parlano. E invece dobbiamo guardare ai giovani con la fiducia di chi investe in persone tra i venti e i trenta anni, cioè nella fase di maggiore creatività e capacità competitiva. Superando il tragico accomodarsi su stereotipi che calmano la coscienza ma non cambiano per nulla la situazione.

Lo scorso dicembre a Perugia alcuni expat invitati a raccolta dall’associazione iTalents hanno fatto alcune proposte per favorire il rientro dei talenti. Tra queste, c'è la richiesta che la legge Controesodo (che offre vantaggi fiscali a chi rientra) diventi strutturale e non occasionale come lo è ora, rinnovata ogni tre anni...
È proprio questo il senso dell'emendamento che ho proposto al Ministero del Tesoro quando abbiamo considerato la proroga. Questo infatti è uno strumento che non funziona se ha un orizzonte di tempo di breve periodo, perché lascia dubbiosi nella scelta di tornare e reinvestire competenze in italia. A fine anno con il cosiddetto Decreto milleproroghe abbiamo ottenuto una proroga per la riduzione della tassazione fino a fine 2017. Con la prossima legge di stabilità conto di riprendere il tema e convincere ad inserire una modifica di legge che tolga la scadenza. La legge Controesodo deve diventare uno strumento ordinario, non una tantum. I processi di andata e ritorno devono essere incoraggiati in modo strutturale e non occasionale. 

A Perugia è stata proposta l’attuazione di un modello pilota introdotto in Danimarca per l’attrazione di talenti stranieri. Si chiama YGWA Corp (Youth GoodWill Ambassador Corp) ed è in breve la creazione di un network di studenti internazionali che studiano in Danimarca e poi si fanno ambasciatori nel mondo del sistema economico e formativo danese. Fattibile anche in Italia?
Quella del progetto danese è una proposta interessante, che abbiamo già iniziato a prendere in considerazione. Anche perché l’Italia – non per essere nazionalisti o sciovinisti – ha elementi attrattivi molto più importanti della Danimarca. E stiamo studiando un modo per mettere in campo un esperimento di questa natura in collaborazione con il ministero dell’Istruzione. Potrebbe essere una strada interessante per rimettere in sesto la bilancia squilibrata.

«Manca un attrattore, una politica o uno strumento che prenda sul serio lo squilibrio della bilancia del capitale umano e provi a colmarlo»

Molti talenti stranieri che provano a venire in Italia si scontrano spesso con gli ostacoli burocratici del paese. Tra tutti la difficoltà ad ottenere un visto se cittadini extra-europei...
Certo, un Paese come il nostro particolarmente esposto all’immigrazione ha leggi che ostacolano anche coloro che vorrebbero venire non in forza di una necessità vitale e di sopravvivenza ma per un progetto di investimento. Queste persone finiscono per incontrare gli stessi ostacoli che incontrano gli altri. Ma soprattutto credo che a mancare sia un attrattore, una politica o uno strumento che prenda sul serio lo squilibrio della bilancia del capitale umano e provi a colmarlo con percorsi che possano diventare ordinari. Vorremmo farlo con un programma finanziato attraverso il fondo delle politiche giovanili. Ma dobbiamo anche fare sì che chi ha responsabilità dei visti di ingresso, ambasciate e consolati, sia orientati a facilitato a sostenere questo movimento verso l’Italia. È anche questo un modo per investire sul paese in senso più ampio.

Gli expat hanno proposto anche l’introduzione di sgravi fiscali sul reddito di impresa, qualora decidessero di tornare e aprire un'attività in proprio...
È un’idea che non ho ancora preso in considerazione. Ma abbiamo tuttavia in programma - sempre attraverso il fondo delle politiche giovanili - la valorizzazione dei talenti insediati all'estero, senza intenzione di tornare, ma che vorrebbero valorizzare le competenze e risorse acquisite nel paese straniero creando imprese, partnership, collaborazioni con l’Italia. La prima cosa da fare in questo senso credo sia la costruzione di un portale che faccia il censimento delle persone o imprese interessate a costruire dall’estero un legame virtuoso e imprenditivo con l’Italia.
L'italia non li può dimenticare. Deve sentire queste persone come un’Italia fuori dall’Italia, e integrare e accogliere risorse collocate oltre confine.

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